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Quando finisce la notte? Un breve racconto che ci dona un vero inno alla fratellanza universale   Leave a comment



 

 

                    

 

 


UN RACCONTINO… CHE MI SEMBRA GIUSTO

DEFINIRE SUBLIME…


 

 


 
 
 
 
 

QUANDO FINISCE LA NOTTE?


(Bruno Ferrero, Il Canto del Grillo)



Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi

da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso

in cui finiva la notte e cominciava il giorno.

 

“Forse da quando si può distinguere con facilità
un cane da una pecora?”.

 

“No”, disse il rabbino.

 

“Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?”.

 

“No”, ripeté il rabbino.

 

“Ma quand’è, allora?”, domandarono gli allievi.

 

Il rabbino rispose:

“E’ quando guardando il volto di una persona qualunque,
tu riconosci un fratello o una sorella.


Fino a quel punto è ancora notte nel tuo cuore”.

 

 
 
 

 

 


“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli,
a nuotare come i pesci,
ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli”
(Martin Luther King).

 
 
 
 
 
 
 

 

 

Ciao da Tony Kospan

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L’amore.. anche quello familiare.. fa bene a chi lo offre ed a chi lo riceve – Racconto significativo e illuminante   1 comment

 
 
 
 
 
 
 


Questo bellissimo dolce-malinconico racconto,
oltre ad esser una lettura che ti penetra nell’animo…,
può esser spunto di riflessione sulle nostre rigidità emotive…
e sulla necessità di aprirci a chi vogliamo bene
ed a chi ci vuol bene… 




  



L’AMORE GUARISCE SIA CHI LO OFFRE,
SIA CHI LO RICEVE
Harold H.Bloomfield
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
La pelle di mio padre era itterica mentre lui era a letto collegato a monitor e fleboclisi nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale.
Normalmente uomo di robusta costituzione, aveva perso oltre quindici chili.
L’infermità di mio padre era stata diagnosticata come cancro al pancreas, una delle forme più maligne della malattia.
I medici facevano quello che potevano, ma ci dissero che gli restavano appena dai tre a sei mesi di vita.
Il cancro al pancreas non si presta alla radioterapia né alla chemioterapia, per cui i medici potevano offrire poche speranze.
Alcuni giorni più tardi, quando mio padre era seduto a letto, mi avvicinai a lui e gli dissi:
“Papà, provo un sentimento profondo per ciò che ti è successo. Mi ha aiutato a guardare il modo in cui mi sono sempre tenuto lontano e a sentire quanto io ti voglia bene davvero.”
Mi chinai su di lui per abbracciarlo, ma le spalle e le braccia gli si irrigidirono.
“Su, papà, davvero voglio abbracciarti.”
Per un momento apparve sconvolto.
Dimostrare affetto non era il nostro modo consueto di trattarci.
Gli chiesi di tirarsi ancora un po' più su per poter passare le braccia attorno a lui.
Questa volta, però, era ancora più teso.
Sentivo accumularsi l’antico risentimento, e cominciai a pensare: “Questo non serve a niente. Se vuoi morire e lasciarmi con la stessa freddezza di sempre, fai come vuoi.”
Per anni avevo sfruttato ogni esempio delle resistenza e della rigidità di mio padre per incolparlo, per provare risentimento verso di lui, e per dire a me stesso: “Vedi non gli interessa.”







Questa volta, però ci pensai meglio e capii che l’abbraccio andava a vantaggio mio oltre che suo.
Volevo esprimere quanto mi importasse di lui, per quanto difficile fosse per lui lasciarmelo fare.
Mio padre era sempre stato molto germanico e incline al dovere; nella sua infanzia i suoi genitori devono avergli insegnato a tenere dentro di sé i suoi sentimenti, per diventare uomo.
Lasciando perdere il mio vecchio desiderio di incolparlo della nostra lontananza, effettivamente guardavo con impazienza alla sfida di offrirgli più amore.
Dissi: “Su papà, mettimi le braccia attorno.”
Mi inchinai vicino a lui sul bordo del letto con le sue braccia attorno a me.
“Adesso stringi. Ecco. Di nuovo, stringi. Benissimo!”
In un certo senso stavo insegnando a mio padre come abbracciare, e mentre mi stringeva accadde qualcosa.
Per un attimo traboccò un sentimento di “ti voglio  bene”.
Per anni il nostro saluto era stato una stretta di mano fredda, formale che voleva dire: “Ciao, come stai?”
Adesso sia io che lui aspettavamo che quella vicinanza momentanea si ripetesse.
Eppure, proprio nel momento in cui cominciava ad assaporare il sentimento di amore, qualcosa gli si stringeva nella parte superiore del dorso e il nostro abbraccio diventava goffo e strano.
Ci vollero mesi perché la sua rigidità cedesse e lui fosse in grado di lasciare che le emozioni del suo intimo passassero attraverso le braccia e mi avvolgessero.
Toccò a me essere la fonte di tanti abbracci prima che mio padre desse inizio e un abbraccio di sua volontà.
Non lo stavo incolpando, ma sostenendo; dopo tutto stava modificando le abitudini di una vita intera, e questo richiede tempo.
Sapevo che ci stava riuscendo perché sempre più la nostra relazione si basava sull’affetto.
Verso il duecentesimo abbraccio disse spontaneamente ad alta voce, per la prima volta da quando potessi ricordarmi:
“Ti voglio bene”.
  




 

 

Ciao da Tony Kospan

 



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IL RAGAZZO E L’ECO – In questo raccontino.. la bella e saggia spiegazione del noto.. effetto sonoro   Leave a comment

 

 

Un breve ma simpatico brano sull'eco,

fenomeno acustico che ha affascinato l'umanità fin dai tempi antichi,

con una sua interessante morale.

 

 

 

La ninfa Eco in pietra (Parque del Laberinto de Horta – Barcellona)

 

 

 

IL RAGAZZO E L’ECO

Un raccontino di saggezza…

 

 

 

 

 
 
 

 


“Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne…


All’improvviso il ragazzino inciampò, cadde e, facendosi male, urlò :”AAAhhhhhhhhhhh!!!”


Con suo gran stupore il bimbo sentì una voce venire dalle montagne che ripeteva :”AAAhhhhhhhhhhh!!!”


Con curiosità, egli chiese: “Chi sei tu?”


E ricevette la risposta: “Chi sei tu?”


 Dopo il ragazzino urlò: “Io ti sento! Chi sei?”


E la voce rispose: “Io ti sento! Chi sei?”
Infuriato da quella risposta egli urlò: “Codardo”


E ricevette la risposta: “Codardo!”
Allora il bimbo guardò suo padre e gli chiese: “Papà, che succede?”


Il padre gli sorrise e rispose:”Figlio mio, ora stai attento:”
E dopo l’uomo gridò: “Tu sei un campione!”


La voce rispose: “Tu sei un campione!”
Il figlio era sorpreso ma non capiva.


Allora il padre gli spiegò: “La gente chiama questo fenomeno ECO ma in realtà è VITA.
La Vita, come un’eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.
Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore nel tuo cuore; se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo.
Questo principio va applicato in ogni cosa, in ogni aspetto della vita; la Vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa.

La nostra Vita non è un insieme di coincidenze, è lo specchio di noi stessi.


 

 
 
 
Waterhouse – Eco e Narciso

 
 
 
 

 

(TESTO DAL WEB)

 

 

CIAO DA ORSO TONY

 

 





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Nostalgia di un abbraccio mai avvenuto – Un racconto d’amore filiale davvero bello ed emozionante.. anche se triste   1 comment


 
 
 
 
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Propongo la lettura di questo racconto che,
pur riguardando un rapporto filiale,
è rappresentativo di realtà diverse
rispetto al nostro immaginario collettivo…

Esso, per la sua bellezza ed intima sofferta verità,
ci fa esser vicini alla sua autrice
e forse a tante ed a tanti,
più di quanti possiamo pensare,
possono in esso riconoscersi.
 



 
 
 
 
 
 
 
 


L'ABBRACCIO
OVVERO
NOSTALGIA DI UN ABBRACCIO MAI AVVENUTO

 
 
Racconto triste ma dolcissimo e poetico…
 
 
 




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L'ABBRACCIO
GERMANA GALMAZZI
 
 
 

Mi chiedo se sia possibile avere nostalgia di qualcosa che non si è avuto, sapendo che comunque non lo si potrà avere mai.
Parlo di un abbraccio, io ho nostalgia di un abbraccio che avrei voluto e che mia madre non mi ha dato.
Non in un giorno o una situazione particolari, non per una caduta dolorosa o un amore finito. Io parlo dell'Abbraccio, quello che ti senti ancora dentro dopo che lei è morta, quello che ti senti ancora fuori quando ti rannicchi, chiudi gli occhi e ti lasci avvolgere dal ricordo.
Ho provato a cercarlo ovunque, mi sono detta “due braccia che ti stringono è un abbraccio”.
Ma non è così semplice.
Nell'abbraccio di un uomo ho trovato tenerezza, protezione, ma basta un niente perché si trasformi in passione.
Anche nell'abbraccio di un figlio ho trovato tenerezza e protezione, ma basta un niente e si trasforma in un “Grazie, ora sto bene”, anche se non è vero che stai bene.
Perché non ricordo alcun abbraccio di mia madre? Eppure deve avermene dati.
Guardo le fotografie dove lei mi tiene in braccio. Perché non lo ricordo?
Ho avuto il coraggio di chiederglielo. Ero grande e continuavo ad avere questo desiderio, questa nostalgia.
Le ho scritto un biglietto: c'era Snoopy che ballava e io ballavo con lui, per avere trovato il coraggio di dire quello che per tanti anni avevo tenuto dentro: amore, bisogno, parole.
Non una risposta a quel biglietto, nè una battuta ironica, nè una frase commossa, o – come dire – un accenno di rammarico per quello che non ha saputo darmi.
Il silenzio. Peggio di uno schiaffo, peggio di un rifiuto, il peggio di tutto quello che una madre ti può dare.
L'ho cercato fino alla fine, questo abbraccio, fino alla fine di lei.
E quando stava morendo io, quasi approfittando della sua malattia, della sua debolezza, la lavavo, la pettinavo, le massaggiavo tutto il corpo, quel corpo che non ero riuscita a sentire vicino in un abbraccio;
quando stava morendo e ormai parlava con i suoi morti, a un tratto mi chiese:
– Mi vuoi bene?
La rabbia salì dal cuore fino alla gola. Avrei voluto urlarle:
– Che cosa mi stai chiedendo? E' tutta la vita che ti voglio bene.
Tutta la mia stronza vita, l'ho vissuta per dimostrarti che ti voglio bene.
E tu, un fottutissimo “ti voglio bene”, me lo vuoi dire? Una sola volta, me lo vuoi dire?
Ma l'abbracciai io, l'abbracciai e le dissi:
– Certo che ti voglio bene.
E dolcemente la poggiai di nuovo sul letto dove poco dopo sarebbe morta lasciandomi sola, non più di come mi aveva lasciato quando era viva, ma senza più la speranza di poter avere da lei un abbraccio nel quale entrare per farmi consolare.

 







 
 
 
Ciao da Tony Kospan

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LA SIGNORA IN PISCINA – Lo scorrere del tempo è il tema di questo suggestivo e poetico brano di Milan Kundera   1 comment

 

 

 

 


Questo brano,
che mi affascina molto per le intrinseche valenze poetiche,
ci porta ad una suggestiva ed originale… riflessione
sulla nostra percezione dello scorrere del tempo…

 
 
 
 
 
 
 
 



NOI… E LA PERCEZIONE DELLO SCORRERE DEL TEMPO

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Però poi… se ci pensiamo bene…
ci accorgiamo che in fondo la riflessione è…
 del tutto naturale…
 
 
Ma leggiamolo…
 
 
 
 


 
 
 


LA SIGNORA IN PISCINA
DA L’IMMORTALITA’ DI MILAN KUNDERA

 
 
 
“…. La signora avra’ avuto sessanta, sessantacinque anni, era sola, immersa nell’acqua fino alla vita, lo sguardo rivolto in su verso il giovane maestro di nuoto in tuta che le stava insegnando a nuotare.
Finita la lezione la donna si allontanava in costume da bagno facendo il giro della piscina.
Superò il maestro e quando si trovò a quattro cinque passi di distanza, girò la testa verso di lui, sorrise e lo salutò con la mano.
E in quel momento mi si strinse il cuore!
Quel sorriso e quel gesto appartenevano a una donna di vent’anni!
La sua mano si era sollevata con una leggerezza incantevole.
Era come se avesse lanciato in aria una palla colorata per giocare col suo amante.
Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più.
Era il fascino di un gesto annegato nel non fascino del corpo.
Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato.
Con una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori del tempo.
Forse è solo in momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo dei senza-età.
In ogni caso nell’attimo in cui si girò, sorrise e salutò con la mano il giovane maestro di nuoto, lei ignorava la propria età.
In quel gesto una qualche essenza del suo fascino, indipendente dal tempo, si rivelò per un istante e mi abbagliò.
Ero stranamente commosso…”


 
 
 
 
 

 
 
 

Cosa ne pensate?
 
 
Ciao da Tony Kospan





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La forchetta – Questo bel raccontino morale ci dona una speranza   1 comment

 

 
UN SEMPLICISSIMO… MA NEL CONTEMPO…
SIMPATICISSIMO RACCONTO MORALE
 
 
 
 

 

 

 

LA FORCHETTA


 

Una giovane donna ha appena saputo di avere una malattia terribile

e che le restano solo tre mesi di vita.


Chiama il parroco per le sue ultime volontà.

Sceglie gli abiti che indosserà, la musica, le parole e le canzoni.


 Quando il parroco sta  per andarsene lo trattiene per un braccio.


– “C’è un’altra cosa …”


– “Dica”
– “Questo è importante. Voglio che mi s
i sotterrino con una forchetta nella mano destra!” 

Il parroco è molto sorpreso…


– “La cosa la meraviglia, vero?”


– “Per essere sincero sono piuttosto perplesso dalla sua richiesta”


– “Dunque! Mia nonna mi ha raccontato questa storia

ed io ho sempre provato a trasmettere questo messaggio a tutti quelli che amo ed hanno bisogno di incoraggiamento. 


” In tutti i miei anni di partecipazione ad eventi sociali e pranzi

ricordo che sempre c’era qualcuno che piegandosi verso di me diceva – tenga la sua forchetta! –

ed era il momento che preferivo perché sapevo che qualcosa di meglio sarebbe arrivato,

come una torta, una mousse al cioccolato od una torta di mele.


 

 



 

Qualcosa di meraviglioso e di sostanza.”

Quando la gente mi vedrà nella cassa da morto con una forchetta nella mano, voglio che si chiedano:

– Perché quella forchetta? – ed allora lei potrà rispondere:

– Tenete sempre la vostra forchetta perché il meglio deve ancora arrivare! -”

Il parroco, con le lacrime agli occhi, stringe forte la giovane donna per darle l’arrivederci.

Sa che non la rivedrà mai più viva.

E sa che quella donna aveva un’idea del paradiso molto migliore sia della sua che di tanta altra gente.

Lei SAPEVA che qualcosa di meglio sarebbe successo.


Ai funerali la gente sfilava davanti alla cassa della giovane donna

e vedevano sia il suo bel vestito che la forchetta nella mano destra.


Tutt’a un tratto il parroco sentì l’attesa domanda:


– “Perché la forchetta?” e sorrise.


Durante la predica, il parroco raccontò la conversazione avuta con la giovane donna alla vigilia della sua morte

e raccontò loro la storia della forchetta dicendo che non riusciva a smettere di pensarci

e che da allora in poi anche loro, ogni volta che avessero avuto nella mano una forchetta,

avrebbero dovuto permetterle di ricordar loro che il meglio doveva ancora avvenire.


 


 

 



TESTO DAL WEB – IMPAG. T.K.

 

 


SPERIAMO CHE DAVVERO…
IL MEGLIO CI SARA' RISERVATO
DOPO LA NOSTRA… DIPARTITA…


CIAO DA TONY KOSPAN

 

  





LA TUA PAGINA DI… SOGNO?


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H. Hesse con “Amare per perdersi” ci dà la sua particolare visione del “grande amore”   1 comment

 
 
 
 
 
 
 
Questo racconto,
che ci conferma la genuina classe del grande scrittore, 
ci fa comprendere, a mio parere,
la differenza tra un amore normale ed un grande amore… 

E' un racconto breve ma elegante e geniale
 
 
Spero che vi piaccia, come piace a me,
e se avete una diversa chiave di lettura…
parliamone… senza problemi.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

AMARE PER PERDERSI
Hermann Hesse

 
 
 

 
 
 
 

C’era un innamorato che amava senza speranza.
Si ritirò del tutto nella propria anima e gli parve che il fuoco d’amore l’avrebbe consumato.
Perdette il mondo, non vedeva più il cielo azzurro e il verde bosco, il torrente per lui non frusciava, l’arpa per lui non suonava, tutto era sprofondato e lui era caduto in miseria.
Ma il suo amore cresceva, e lui avrebbe preferito morire e rovinarsi piuttosto che rinunciare al possesso della bella donna che amava.
Sentì allora che il suo amore aveva bruciato in lui ogni altra cosa, e l’amore divenne potente e tirò e tirò, e la bella donna dovette obbedire.
Venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarla a sé.
Ma quando gli fu davanti si era del tutto trasformata, e con un brivido egli sentì e vide che aveva attirato a sé tutto il mondo perduto.
Era davanti a lui e gli si arrendeva,cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva incontro in nuovi colori, fresco e splendido, gli apparteneva, parlava il suo linguaggio.
E invece di conquistare soltanto una donna egli aveva tra le braccia il mondo intero, e ogni stella del cielo ardeva in lui e scintillava voluttà nella sua anima.
Aveva amato e amando aveva trovato sé stesso.
Ma i più amano per perdersi.

 
 

 

 

 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




La pagina per colorare in mondo non banale le nostre ore







 
 
 

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