Archivio per l'etichetta ‘premio nobel

Guglielmo Marconi – L’inventore della radio e pioniere delle moderne telecomunicazioni in un breve ricordo   1 comment

 



 
 
 

IL GRANDISSIMO SCIENZIATO ITALIANO
FU INSIGNITO
ANCHE DEL PREMIO NOBEL PER LA FISICA

 

 



GUGLIEMO MARCONI
Bologna 25/4/1874 –  Roma 20/7/1937
 
 
 
 
 

DOPO DI LUI… LE COMUNICAZIONI
NON FURONO PIU’ LE STESSE
ED OGGI… GRAZIE A LUI
PERMEANO
OGNI ASPETTO DELLA NOSTRA VITA…


 
 
 
 

Tutto questo non sarebbe stato possibile, in questi termini,
senza le sue invenzioni e quelle di altri scienziati dell’epoca
e soprattutto senza la sua altrettanto
grande capacità manageriale di diffonderle.

 
 .


.


 
 
 
 


.
.
.
Sviluppò per primo un efficiente mezzo di comunicazione,
telegrafia senza fili, utilizzando le onde radio
e creando così il radiotelegrafo che egli promosse
e diffuse in tutto il mondo anche commercialmente.



Marconi con l’ufficiale telegrafista della nave Elettra Adelmo Landini



L’evoluzione di quella invenzione
 ci ha donato man mano la radio, la televisione 
e successivamente ha reso possibile la realizzazione
 di tutti gli attuali sistemi di comunicazione di massa.

Questa invenzione
gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1909.

.



 .
.
.
 
 

Ecco in questo breve video tante immagini d’epoca
sulla sua più grande invenzione… la radio.
 

 

 
 

 
 
 
 
 

In quest’altro invece possiamo conoscere
tutta la storia, scientifica e non solo,
delle sue invenzioni ed in diversi punti
è egli stesso a parlarcene…

Con quest’ultimo video
intendo rendere omaggio al suo genio.
 
 
 

 

 
 
 
 
 
TONY KOSPAN




Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2Flowers_tiny_PH.gif picture by Lilith_RJ2

PER LE NOVITA’ DEL BLOG






 
 
 
 
 
 

Gabriel Garcia Marquez – Breve ricordo del grande scrittore anche con un brano del suo libro “Cent’anni di solitudine” ed un video   2 comments

.

.




Come ricordare uno dei grandissimi della Letteratura mondiale e certamente tra i più amati e rinomati scrittori del Sudamerica?

Morto? Sì certo ma le sue opere sono più vive che mai e non cesseranno di entusiasmare e far sognare i lettori.

Quando è morto qualche anno fa… si è scatenato (giustamente) un bombardamento mediatico mondiale per cui è molto difficile ora dire cose nuove.

Mi limiterò quindi a

 – dire 2 parole sulla sua attività letteraria,
 – proporre un brano del suo mitico libro amato in tutto il mondo e
 – proporre un interessante video.




(Aracataca 6.3.1927 – Città del Messico 17.4.2014)



GABRIEL GARCIA MARQUEZ



Cent'anni di solitudine è il libro che nel  '67 gli diede la fama mondiale ma la sua opera letteraria è composta anche da 11 romanzi e tanti racconti ed articoli.






Lo scrittore colombiano aderiva alla corrente definita “Realismo magico” e se pensiamo che il padre era un telegrafista e la madre una “magaecco che forse possiamo intuire da dove nascono le atmosfere che egli trasferisce nei suoi scritti.
Certo quelle descritte nei suoi romanzi sono atmosfere surreali… sognanti… così come i suoi personaggi ma ne scrive in modo tale che al lettore sfugge il punto di confine tra realtà e fantasia.

Nel 1982 è stato insignito del Premio Nobel





UN BREVE BRANO DA… CENT'ANNI DI SOLITUDINE


“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”


“Taciturno, silenzioso, insensibile al nuovo soffio di vitalità che faceva tremare la casa, il colonnello Aureliano Buendìa comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine”


“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte.
Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”




.
.



CENT'ANNI DI SOLITUDINE – UN'INTERESSANTE VIDEO LETTURA






Tony Kospan

.
.
.
.

PER LE NOVITA'
SE IL BLOG TI PIACE
I S C R I V I T I

.
.
.
.
.


.
.
.
.

“Uomo del mio tempo” di S. Quasimodo è una delle più belle poesie contro la guerra   Leave a comment

 

 
 .
.
 
..
.
 
UNA GRANDE POESIA CONTRO LA GUERRA
 
E’
 
UOMO DEL MIO TEMPO
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’AUTORE E’ IL GRANDE POETA ITALIANO
E PREMIO NOBEL
 
SALVATORE QUASIMODO

 
 
 
 
(Modica 20 agosto 1901 – Napoli 14 giugno 1968)
 
 
 
 

Non servono parole per descriverla
in quanto parla da sola ed alla grande-


Eccola
 
 
 
 
 
 
 
 

UOMO DEL MIO TEMPO

 
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

 
 
 
 
Guernica – Pablo Picasso
 
 
 
 
E QUI ORA POSSIAMO ANCHE ASCOLTARLA
CANTATA
IN QUESTO DAVVERO INTERESSANTE VIDEO
 
 
 
 
 
 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




 

stelline color rsstelline color rsstelline color rs

VISITA PER LE NOVITA’
E.. SE TI PIACE.. ISCRIVITI





 


 
 

Gabriela Mistral.. grande poetessa cilena (e maestra di Neruda) – Breve ricordo e le sue più belle poesie   Leave a comment




Gabriela Mistral è stata l’unica donna sudamericana 
ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura  (nel 1945)
ed anche la prima a riceverlo tra tutti i letterati sudamericani.







Di origini basche ed ebree,
ha vissuto un’infanzia molto povera
nel paese andino di Montegrande, 
cominciando a scrivere poesie, come autodidatta,
 fin da bambina ed ottenendo le prime pubblicazioni
sui giornali locali a soli quindici anni.




Vicuña 7 aprile 1889 – New York 10 gennaio 1957




Fin da allora non usava mai il suo vero nome,
Lucila Godoy Alcayaga, ma vari pseudonimi.

Alla fine scelse lo pseudonimo con cui divenne famosa, 
Gabriela Mistral
dopo avere vinto un importante premio di poesia nazionale, 
per il suo amore per i poeti
Gabriele D’Annunzio e Frédéric Mistral.



Gabriela Mistral e Pablo Neruda




Insegnante prima alle elementari e poi alle superiori
ebbe tra i suoi alunni
nientepopodimeno che Pablo Neruda.

Svolse per il governo cileno importanti incarichi di tipo culturale
sia in patria che all’estero.







Fonte “IL POST” con molte modifiche




Il Doodle che le dedicò, qualche anno fa, Google




ALCUNE SUE POESIE



MADRE PIU’ DI UNA MADRE

Fa che io sia più madre di una madre
nel mio amore e nella difesa del bambino
che non è sangue del mio sangue.
Aiutami affinché ognuno dei “miei” bambini
diventi la poesia migliore.
E nel giorno in cui non canteranno più le mie labbra,
lascia dentro di lui o di lei,
la più melodiosa delle melodie.



1t30cm6h



NINNA NANNA

Il mare le sue mille onde
culla divino;
odo i mari innamorati
mentre cullo il mio piccino.
L’errabondo vento, a notte,
culla le spighe;
odo i venti innamorati
mentre cullo il mio piccino.
Iddio Padre i mille mondi
culla senza un brusio.
Sento il gesto suo nell’ombra
mentre cullo il bimbo mio.

1t30cm6h


DAMMI LA MANO


Dammi la mano e danzeremo

Dammi la mano e mi amerai

come un solo fior saremo

come un solo fiore e niente più.

Lo stesso verso canteremo

allo stesso passo danzerai

Come una spiga onduleremo

come una spiga e niente più.

Ti chiami rosa e io speranza

ma il tuo nome dimenticherai

perchè saremo una danza

sulla collina e niente più.

.

.

1t30cm6h



AMO LE COSE CHE NON EBBI MAI


Amo le cose che mai non ebbi,

insieme alle altre che non ho più:

tocco un’acqua silenziosa,

distesa su freddi prati,

che senza vento rabbrividiva

in un orto che era il mio orto.

La guardo come la guardavo;

mi viene uno strano pensiero

e lenta gioco con quest’acqua

come con pesce o mistero.



.

.

F I N E




Ciao da Tony Kospan






La sua immagine in un murale







Gabriel Garcia Marquez – Breve ricordo del grande scrittore colombiano anche con un suo brano ed una videolettura   Leave a comment

.

.




Come ricordare uno dei grandissimi della Letteratura mondiale e certamente tra i più amati e rinomati scrittori del Sudamerica?


Morto? Sì certo ma le sue opere sono più vive che mai e non cesseranno di entusiasmare e far sognare i lettori.


Quando è morto qualche anno fa… si è scatenato (giustamente) un bombardamento mediatico mondiale per cui è molto difficile ora dire cose nuove.


Mi limiterò quindi a

 – dire 2 parole sulla sua attività letteraria,
 – proporre un brano del suo mitico libro amato in tutto il mondo e
 – proporre un interessante video.




(Aracataca 6.3.1927 – Città del Messico 17.4.2014)



GABRIEL GARCIA MARQUEZ



Cent’anni di solitudine è il libro che nel  ’67 gli diede la fama mondiale ma la sua opera letteraria è composta anche da 11 romanzi e tanti racconti ed articoli.






Lo scrittore colombiano aderiva alla corrente definita “Realismo magico” e se pensiamo che il padre era un telegrafista e la madre una “magaecco che forse possiamo intuire da dove nascono le atmosfere che egli trasferisce nei suoi scritti.
Certo quelle descritte nei suoi romanzi sono atmosfere surreali… sognanti… così come i suoi personaggi ma ne scrive in modo tale che al lettore sfugge il punto di confine tra realtà e fantasia.


Nel 1982 è stato insignito del Premio Nobel





UN BREVE BRANO DA… CENT’ANNI DI SOLITUDINE


“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”


“Taciturno, silenzioso, insensibile al nuovo soffio di vitalità che faceva tremare la casa, il colonnello Aureliano Buendìa comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine”


“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte.
Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”




.
.



CENT’ANNI DI SOLITUDINE – UN’INTERESSANTE VIDEO LETTURA






Tony Kospan

.
.
.
.

PER LE NOVITA’
SE IL BLOG TI PIACE
I S C R I V I T I

.
.
.
.
.


.
.
.
.

BARCHE DI CARTA – Bella e sublime poesia di.. sogno e sul.. sogno del grande poeta Tagore   Leave a comment







A Tagore… autore di questa “sognante” poesia

viene universalmente riconosciuto,

l’esser stato baciato dal genio poetico,

e soprattutto viene ammirata 

la sua capacità di cantare in modo sublime 

l’amore,  l’armonia ed il sogno

nonostante una vita travagliata da tragici lutti.


Definito infatti Poeta dell’Armonia e del Sogno

vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1913.





Calcutta 6.5.1861 – Santiniketan 7.8.1941




Nelle sue poesie Tagore esprime sentimenti

sempre tesi verso la dolcezza e la bellezza…


E’  davvero ammirabile la sua capacità di metabolizzare,

senza perdere mai il suo amore per la vita,

le grandi tragedie che lo colpirono

grazie ad una grandissima forza d’animo

ed alla sublime luce del suo stupendo mondo poetico.







Egli ha una incredibile e rara capacità di…

volare alto…  e di farci volare con lui…



Questa sua poesia, d’amore… e di sogno…,

vola dolce e delicata come una farfalla,







BARCHE DI CARTA


GRANDE POESIA DI E SUL… SOGNO



Questa, a mio parere, è una poesia che…

letteralmente “naviga“… proprio nel sogno…

con una dolcezza ed un’intensità davvero uniche.

.

.

.




E’ una poesia affascinante

ed insieme un vero e proprio inno… al Sogno

che, come saprete… anche dal titolo del mio blog,

è per me non solo un amico fedele,

ma anche capace di farci superare i momenti difficili.







BARCHE DI CARTA

Tagore



Ogni giorno faccio galleggiare

le mie barche di carta a una a una

giù per la corrente del fiume.


Su di esse scrivo il mio nome

e il nome del villaggio dove vivo

in grandi lettere nere.


Io spero che un giorno qualcuno

in qualche paese straniero

le trovi, e sappia chi sono.


Carico le mie barchette con fiori

di shiuli, colti dal nostro giardino,

e spero che quei fiori del mattino

sian portati nel paese della notte.


Io varo le mie barchette di carta

e osservo nel cielo le nuvolette

che spiegano le loro bianche vele.


Non so quale mio compagno di giochi

su in cielo le mandi giù per l’aria

a gareggiare con le mie barchette!


Quando scende la notte affondo la faccia

nelle braccia, e comincio a sognare

che le mie barchette di carta

galleggiano sotto le stelle.


In esse viaggian le fate del sonno,

e il carico è cesti pieni di sogni.





Tony Kospan




PER LE NOVITA’
SE IL BLOG TI PIACE
I S C R I V I T I





Giosuè Carducci – Biografia.. poetica ed alcune belle poesie di un mito della letteratura italiana   Leave a comment

.
.
.

(Valdicastello di Pietrasanta 27.71835 – Bologna, 16.2.1907)
.
.
.

Giosuè Carducci grande poeta italiano,
e vero mito letterario tra la fine dell’800
e l’inizio del ‘900, è stato il primo italiano
a vincere il premio Nobel per la Letteratura.






Come ricordare un così grande poeta?
Lo farò semplicemente con una mini biografia
e soprattutto con alcune sue mitiche poesie.




BREVISSIMA BIOGRAFIA






Visse la sua fanciullezza in Maremma
le cui atmosfere rivivranno poi in tante sue poesie.

Laureatosi alla Scuola normale superiore di Pisa nel 1856
iniziò ad insegnare in un Ginnasio di Pistoia.

Dopo qualche anno, nel 1860, ottenne la Cattedra
di Letteratura Italiana nell’Università di Bologna.

Nel 1906 fu insignito del Premio Nobel


LA POETICA







L’amore per la patria (siamo in epoca risorgimentale)
e la passione politica, con l’amore per la vita
la famiglia e la natura sono le linee guida
della sua notevole produzione poetica.

Egli a differenza di molti altri poeti del suo tempo,
che esaltano il Romanticismo, sceglie il Classicismo.

Ciò vuol dire per lui esaltare le tradizioni
storiche, culturali e poetiche italiane e far rivivere
idee di orgoglio patrio per un futuro glorioso.






Questo appare chiaro nei suoi versi che,
pur non paludati e pesanti, tuttavia esplorano
in modo raffinato tutte le potenzialità
della lingua italiana del passato e del mondo classico.

Tuttavia non mancano nelle sue opere contaminazioni
“romantiche” e “simboliste”.

.
.
.
LE POESIE

Quelle da me scelte sono:
le prime 3 classicissime e studiatissime a scuola
mentre la 4° è una bella poesia d’amore




.

.


Pianto antico

L’albero a cui tendevi
 la pargoletta mano,
 il verde melograno
 da’ bei vermigli fior,

 
nel muto orto solingo
 rinverdì tutto or ora
 e giugno lo ristora
 di luce e di calor.


 Tu fior della mia pianta
 percossa e inaridita,
 tu dell’inutil vita
 estremo unico fior,


 sei ne la terra fredda,
 sei ne la terra negra;
 né il sol più ti rallegra
 né ti risveglia amor.




.
.
.
.
San Martino

La nebbia a gl’irti colli 
piovigginando sale, 
e sotto il maestrale  
urla e biancheggia il mar; 


ma per le vie del borgo  
dal ribollir de’ tini 
va l’aspro odor de i vini 
l’anime a rallegrar. 


Gira su’ ceppi accesi 
lo spiedo scoppiettando: 
sta il cacciator fischiando 
sull’uscio a rimirar 


tra le rossastre nubi 
stormi d’uccelli neri, 
com’esuli pensieri, 
nel vespero migrar.





Davanti a San Guido


 I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
 Van da San Guido in duplice filar,
 Quasi in corsa giganti giovinetti
 Mi balzarono incontro e mi guardar.
 Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —
Perché non scendi ? Perché non ristai ?
 Fresca è la sera e a te noto il cammino.
 Oh sièditi a le nostre ombre odorate
 Ove soffia dal mare il maestrale:
 Ira non ti serbiam de le sassate
 Tue d’una volta: oh non facean già male!
 Nidi portiamo ancor di rusignoli:
 Deh perché fuggi rapido cosí ?
 Le passere la sera intreccian voli
 A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —
 — Bei cipressetti, cipressetti miei,
 Fedeli amici d’un tempo migliore,
 Oh di che cuor con voi mi resterei—
Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !
 Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
 Or non è piú quel tempo e quell’età.
 Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
 Ma oggi sono una celebrità.
 E so legger di greco e di latino,
 E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
 Non son piú, cipressetti, un birichino,
 E sassi in specie non ne tiro piú.
 E massime a le piante. — Un mormorio
 Pe’ dubitanti vertici ondeggiò
 E il dí cadente con un ghigno pio
 Tra i verdi cupi roseo brillò.
 Intesi allora che i cipressi e il sole
 Una gentil pietade avean di me,
 E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.
 Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
 Che rapisce de gli uomini i sospir,
 Come dentro al tuo petto eterne risse
 Ardon che tu né sai né puoi lenir.
 A le querce ed a noi qui puoi contare
 L’umana tua tristezza e il vostro duol.
 Vedi come pacato e azzurro è il mare,
 Come ridente a lui discende il sol!
 E come questo occaso è pien di voli,
 Com’è allegro de’ passeri il garrire!
 A notte canteranno i rusignoli:
 Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
 I rei fantasmi che da’ fondi neri
 De i cuor vostri battuti dal pensier
 Guizzan come da i vostri cimiteri
 Putride fiamme innanzi al passegger.
 Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
 Che de le grandi querce a l’ombra stan
 Ammusando i cavalli e intorno intorno
 Tutto è silenzio ne l’ardente pian,
 Ti canteremo noi cipressi i cori
 Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
 Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
 Te ventilando co ‘l lor bianco velo;
 E Pan l’eterno che su l’erme alture
 A quell’ora e ne i pian solingo va
 Il dissidio, o mortal, de le tue cure
 Ne la diva armonia sommergerà. —
Ed io—Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
 La Tittí — rispondea; — lasciatem’ire.
 è la Tittí come una passeretta,
 Ma non ha penne per il suo vestire.
 E mangia altro che bacche di cipresso;
 Né io sono per anche un manzoniano
 Che tiri quattro paghe per il lesso.
 Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —
 — Che vuoi che diciam dunque al cimitero
 Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
 Che brontolando in fretta in fretta va.
 Di cima al poggio allor, dal cimitero,
 Giú de’ cipressi per la verde via,
 Alta, solenne, vestita di nero
 Parvemi riveder nonna Lucia:
 La signora Lucia, da la cui bocca,
 Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
 La favella toscana, ch’è sí sciocca
 Nel manzonismo de gli stenterelli,
 Canora discendea, co ‘l mesto accento
 De la Versilia che nel cuor mi sta,
 Come da un sirventese del trecento,
 Piena di forza e di soavità.
 O nonna, o nonna! deh com’era bella
 Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
 Ditela a quest’uom savio la novella
 Di lei che cerca il suo perduto amor!
— Sette paia di scarpe ho consumate
 Di tutto ferro per te ritrovare:
 Sette verghe di ferro ho logorate
 Per appoggiarmi nel fatale andare:
 Sette fiasche di lacrime ho colmate,
 Sette lunghi anni, di lacrime amare:
 Tu dormi a le mie grida disperate,
 E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
— Deh come bella, o nonna, e come vera
 è la novella ancor! Proprio cosí.
 E quello che cercai mattina e sera
 Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
 Sotto questi cipressi, ove non spero,
 Ove non penso di posarmi piú:
 Forse, nonna, è nel vostro cimitero
 Tra quegli altri cipressi ermo là su.
 Ansimando fuggía la vaporiera
 Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
 E di polledri una leggiadra schiera
 Annitrendo correa lieta al rumore.
 Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
 Rosso e turchino, non si scomodò:
 Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
 E a brucar serio e lento seguitò.





Qui regna amore

Ove sei? de’ sereni occhi ridenti
A chi tempri il bel raggio, o donna mia?
E l’intima del cor tuo melodia
A chi armonizzi ne’ soavi accenti?


Siedi tra l’erbe e i fiori e a’ freschi venti
Dài la dolce e pensosa alma in balía?
O le membra concesso hai de la pia
Onda a gli amplessi di vigor frementi?


Oh, dovunque tu sei, voluttuosa
Se l’aura o l’onda con mormorio lento
Ti sfiora il viso o a’ bianchi omeri posa,


è l’amor mio che in ogni sentimento
Vive e ti cerca in ogni bella cosa
E ti cinge d’eterno abbracciamento.






F I N E





Gabriela Mistral – Breve ricordo della grande poetessa cilena (e maestra di Neruda) ed alcune sue belle poesie   2 comments




Gabriela Mistral è stata l’unica donna sudamericana 
ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura  (nel 1945)
ed anche la prima a riceverlo tra tutti i letterati sudamericani.







Di origini basche ed ebree,
ha vissuto un’infanzia molto povera
nel paese andino di Montegrande, 
cominciando a scrivere poesie, come autodidatta,
 fin da bambina ed ottenendo le prime pubblicazioni
sui giornali locali a soli quindici anni.




Vicuña 7 aprile 1889 – New York 10 gennaio 1957




Fin da allora non usava mai il suo vero nome,
Lucila Godoy Alcayaga, ma vari pseudonimi.

Alla fine scelse lo pseudonimo con cui divenne famosa, 
Gabriela Mistral
dopo avere vinto un importante premio di poesia nazionale, 
per il suo amore per i poeti
Gabriele D’Annunzio e Frédéric Mistral.



Gabriela Mistral e Pablo Neruda




Insegnante prima alle elementari e poi alle superiori
ebbe tra i suoi alunni
nientepopodimeno che Pablo Neruda.

Svolse per il governo cileno importanti incarichi di tipo culturale
sia in patria che all’estero.







Fonte “IL POST” con molte modifiche




Il Doodle che le dedicò, qualche anno fa, Google




ALCUNE SUE POESIE



MADRE PIU’ DI UNA MADRE

Fa che io sia più madre di una madre
nel mio amore e nella difesa del bambino
che non è sangue del mio sangue.
Aiutami affinché ognuno dei “miei” bambini
diventi la poesia migliore.
E nel giorno in cui non canteranno più le mie labbra,
lascia dentro di lui o di lei,
la più melodiosa delle melodie.



1t30cm6h



NINNA NANNA

Il mare le sue mille onde
culla divino;
odo i mari innamorati
mentre cullo il mio piccino.
L’errabondo vento, a notte,
culla le spighe;
odo i venti innamorati
mentre cullo il mio piccino.
Iddio Padre i mille mondi
culla senza un brusio.
Sento il gesto suo nell’ombra
mentre cullo il bimbo mio.

1t30cm6h


DAMMI LA MANO


Dammi la mano e danzeremo

Dammi la mano e mi amerai

come un solo fior saremo

come un solo fiore e niente più.

Lo stesso verso canteremo

allo stesso passo danzerai

Come una spiga onduleremo

come una spiga e niente più.

Ti chiami rosa e io speranza

ma il tuo nome dimenticherai

perchè saremo una danza

sulla collina e niente più.

.

.

1t30cm6h



AMO LE COSE CHE NON EBBI MAI


Amo le cose che mai non ebbi,

insieme alle altre che non ho più:

tocco un’acqua silenziosa,

distesa su freddi prati,

che senza vento rabbrividiva

in un orto che era il mio orto.

La guardo come la guardavo;

mi viene uno strano pensiero

e lenta gioco con quest’acqua

come con pesce o mistero.



.

.

F I N E




Ciao da Tony Kospan






La sua immagine in un murale







Mini ricordo del grande poeta Eugenio Montale… la sua tematica… ed alcune sue mitiche poesie   6 comments

 


E' stato tra i massimi poeti dello scorso secolo

e Premio Nobel per la letteratura nel 1975.



(Genova 12.10.1896 – Milano 12 .9.1981) 

 


EUGENIO MONTALE

IL SUO MONDO POETICO ED ALCUNE SUBLIMI POESIE

 .

.

 

 

.


. BREVE ACCENNO ALLA SUA POETICA



  


Consapevole che la conoscenza umana non può raggiungere l'assoluto,

nemmeno tramite l'amata poesia, Montale però a quest'ultima affida un compito

d'analisi della condizione umana in generale.



Egli riconosce solo l'esistenza del dovere e dell'amore

come elementi positivi da perseguire e da vivere

ma questo nell'ambito di una visione completamente

disillusa ed amara… del senso della vita.




 



Aleggia, nei suoi versi intrisi di disillusione però,

l'immagine di una donna (reale… irreale?)

che a lui appare come un ponte tra la dura realtà e la metafisica.



Pur senza essere filosofica, dunque, la sua poesia

appare un raffinato strumento

di conoscenza ed approfondimento della condizione umana.



  

  


Ricordiamolo ed omaggiamolo

con alcune sue poesie scelte tra le più note.


 

 

Foto di Ugo Mulas… per Ossi di seppia

 

 

 

ALCUNE POESIE

 

 

 

 

FELICITA' RAGGIUNTA

 

Felicità raggiunta, si cammina

per te sul fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla

al piede, teso ghiaccio che s'incrina;

e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
 

Se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari, il tuo mattino

è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto di un bambino

a cui fugge il pallone tra le case.

  


 

 

SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO

 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.



Federico Zandomeneghi – Malinconia

 

 

LA BELLE DAME SANS MERCI


Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano

le briciole di pale che io gettavo

sul tuo balcone perché tu sentissi

anche chiusa nel sonno le loro strida.


Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due

e il nostro breakfast gela tra cataste

per me di libri inutili e per te di reliquie

che non so: calendari, astucci, fiale e creme.


Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato

sui fondali di calce del mattino;

ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco

soffocato è il bagliore dell'accendino.

 

 

Renoir

 

 

RIPENSO IL TUO SORRISO…


Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida

scorta per avventura tra le pietraie d’un greto,

esiguo specchio in cui guardi un’ellera e i suoi corimbi;

e su tutto l’abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,

se dal tuo volto si esprime libera un’anima ingenua,

vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua

e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie

sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,

e che il tuo aspetto s’insinua nella memoria grigia

schietto come la cima di una giovane palma.

.




 

 

HO SCESO, DANDOTI  IL BRACCIO


Ho sceso, dandoti il braccio,

almeno un milione di scale

E ora che non ci sei

è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve

il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora,

né più mi occorrono

Le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale

dandoti il braccio

Non già perché con quattr'occhi

forse si vede di più.

Con te le ho scese

perché sapevo che di noi due

Le sole vere pupille,

sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

 

 

 

E qui giù infine, in formato video 

e letta dallo stesso Montale

la notissima…

 

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO 

 

 

 

CIAO DA TONY KOSPAN





 

  

.

 
 

VIENI, SEMPRE VIENI – Amore intenso e passionale in questa poesia del poeta.. Premio Nobel.. Vicente Aleixandre   Leave a comment

 
 


Una suggestiva poesia carica di passionalità spagnola.


 

 



  



VIENI SEMPRE, VIENI


Poesia sublime di Vicente Aleixandre


 

Questa poesia, pur lunghetta, la si legge tutta d’un fiato.



 E’ una grande poesia d’amore


con sensibilità spagnola  ed accenti di dolore…


che parla un linguaggio universale e profondo.

.



 


Sembra che i pensieri d’amore rotolino insieme ai versi…


 forti e solidi quasi assoluti…


 e la passione è così intrisa di suggestioni di sangue e morte.




 





Se volessi paragonarla ad un’opera d’arte


mi apparirebbe più una scultura che un dipinto.










L’amore viene vissuto come immerso nell’intera natura


quasi in una visione panteistica…


(fiume stella luce astro corteccia pelle carne carbone pietra metallo labbra… etc)



Questo però è in verità uno degli elementi


più caratteristici di tutta la poetica di questo grande autore.




 


Siviglia 26 4 1898 – Madrid 13 12 1984
 
 
 
 


Vicente Aleixandre,

 

poeta spagnolo affetto fin da giovane da grave malattia,

 

è stato premio Nobel per la Letteratura nel 1977.



 

 

 

 






VIENI SEMPRE, VIENI


Vicente Aleixandre



Non avvicinarti.


La tua fronte, la tua infuocata fronte, la tua accesa fronte,


le impronte di certi baci,


questo bagliore che anche di giorno si vede se t’avvicini,


questo bagliore contagioso che mi rimane in mano,


questo fiume luminoso dove immergo le braccia,


dove non oso quasi bere,


per timore poi d’una vita d’ura ornai d’astro brillante.


Non voglio che tu viva in me come vive la luce,


con questo isolamento di stella che si unisce alla sua luce,


cui l’amore è negato attraverso lo spazio


duro e azzurro che separa e non unisce,


dove ogni astro inaccessibile


è una solitudine che, gemebonda, trasmette la sua tristezza.


La solitudine scintilla nel mondo senza amore.


La vita è una vivida corteccia,


una rugosa pelle immobile


dove l’uomo non può trovare il suo riposo,


per quanto scagli i suoi sogni contro un astro spento.


Ma tu non avvicinarti.


La tua fronte sfavillante,


carbone acceso che mi strappa alla stessa coscienza,


duello sfolgorante in cui di colpo provo la tentazione di morire,


di bruciarmi le labbra con il tuo contatto indelebile,


di sentirmi la carne disfarsi contro il tuo diamante rovente.


Non avvicinarti,


perché il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle,


come lo spazio che all’improvviso s’incendia,


etere propagante dove la distruzione dei mondi


è un unico cuore che totalmente s’infiamma.


Vieni, vieni, vieni


come il carbone consunto e oscuro che racchiude una morte;


vieni come la notte cieca che mi avvicina il suo volto;


vieni come le due labbra segnate dal rosso,


per quella lunga linea che fonde i metalli.


vieni, vieni, amore mio; vieni, ermetica fronte, rotondità quasi movente


che brilli come un’orbita che nelle mie braccia si estingue;


vieni come due occhi o due profonde solitudini,


come due imperiosi richiami da una profondità che non conosco.


Vieni, vieni, morte, amore: vieni subito, ti distruggerò;


vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto;


vieni, che tu rotoli come pietra lieve,


confusa come una luna che chiede i miei raggi!






 

 

 

 


CIAO DA TONY KOSPAN

.

.

.



.





LA TUA PAGINA DI… SOGNO?


.
.
.


.
.
.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: