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E. S. Curtis – L’esploratore che visse davvero con gli Indiani d’America – Documentazione e arte fotografica – I Parte   2 comments







LA FOTOGRAFIA AL SERVIZIO DI UN PROGETTO:
DOCUMENTARE DAL VERO USI COSTUMI E TRADIZIONI
DEGLI INDIANI D’AMERICA







Eh sì stavolta, grazie a E. S. Curtis, 
non ci saranno le solite immagini di fantasia
del saggio popolo nativo nordamericano
ma assolutamente reali e capaci così di darci
una precisa visione dei loro usi e costumi.
 
 
 



EDWARD SHERIFF CURTIS
L’UNICO BIANCO CHE  INQUADRO’
DAVVERO
GLI INDIANI D’AMERICA

a cura di Tony Kospan

 
I PARTE





Edward Sheriff Curtis – (Whitewater 16.2.1868 – Los Angeles 19.10.1952)
 
 
 
 

E’ solo grazie a lui che abbiamo una vera e precisa
documentazione della reale vita degli Indiani d’America
prima che fosse contaminata dagli usi dei bianchi.



 

 
 




Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento ritrasse in mirabili immagini gli appartenenti alle varie tribù degli Indiani d’America ancora nei loro tradizionali costumi, gli oggetti del loro artigianato e i grandi spazi del paesaggio americano dove vivevano.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
E’ stato uno dei più grandi fotografi americani, fotografò i suoi soggetti muovendo dai deserti del South West per spingersi sino ai banchi di ghiaccio dell’Artico, registrando così, attraverso le immagini e la parola scritta i costumi e la cultura di oltre ottanta tribù.
 
 
 
 
 
 
 

Oggi questo ci appare quasi normale… ma se ci caliamo… nel periodo storico in cui Curtis operò… vicinissimo alle guerre tra bianchi e pellerossa… e se pensiamo quale fosse all’epoca (ahimé) la considerazione di cui godevano i Nativi americani… ci possiamo rendere conto della straordinaria importanza della sua opera.
 
 
 
 

 
 
 
 
 

Si tratta per me di immagini davvero molto affascinanti…
che hanno dentro… il senso e l’anima della realtà storica delle cose…
 
 
 
 
 
 
 

Ma non si tratta solo di documentazione storica per quanto utilissima…
 
Egli grazie alla grande padronanza tecnica ed alla sua arte fotografica…
riesce a penetrare il cuore degli Indiani d’America ed a donarci anche la vera atmosfera in cui essi vivevano.

 
 
 

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C O N T I N U A




Tony Kospan




IL SALOTTO CULTURALE DI FB?
LA TUA PAGINA D’AMORE PSICHE E SOGNO

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Edward Sheriff Curtis – esploratore, etnologo e fotografo




La nascita dell’arcobaleno – Una bella leggenda degli Indiani d’America   Leave a comment




Davvero suggestiva questa storia della nascita
di uno dei fenomeni più affascinanti della natura
diffusa tra le tribù degli Indiani d'America
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COME NACQUE L’ARCOBALENO…
LEGGENDA DEGLI INDIANI D'AMERICA
 
 
 

Un giorno, madre Terra e padre Sole vennero a fare visita a un ragazzo solitario che si chiamava Atsosi Bagani. “Devi prendere moglie” disse la Terra. “Andrai a cercare moglie per un cammino ignoto agli uomini” aggiunse il Sole “Sposerai la maggiore delle sorelle Dobedeklad, Quelle-che-il-sole-non-illumina. Abitano in un pueblo. Gli uccelli le hanno imprigionate nelle tenebre, invidiosi della loro bellezza; tu solo puoi liberarle.


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Per aiutarti, costruirò un passaggio tra la tua capanna e il pueblo e trasformerò le ragazze e te, affinché gli uccelli non vi riconoscano e vi uccidano a beccate. Così, emerse dalla terra un arco gigantesco formato da strisce di colori brillanti; saliva molto in alto nel cielo e scendeva in lontananza sulla terra. Quando Atsosi Bagani si incamminò su questo ponte, fu trasformato in una farfalla, i cui colori si conf ondevano con quelli dell’arcobaleno. Gli uccelli non lo notarono e l’uomo farfalla arrivò sul tetto di una grande casa e scese attraverso un’apertura scura; nella penombra, vide le due sorelle occupate a tessere un magnifico tappeto dai colori dell’arcobaleno, i cui motivi ricordavano i fiumi e le montagne. “Guarda, sorellina – disse la maggiore – una farfalla si è posata in cima alla scala”. La sorella minore, molto eccitata, si precipitò verso la scala e un raggio di sole la sfiorò; la maggiore cercò di trattenerla ma entrambe furono attratte dal potere magico dei raggi solari. Sul tetto, la farfalla si trasformò nel giovane uomo. “Il Sole mi ha mandato a cercarvi, sarete mia moglie e mia sorella”.


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Gli uccelli li videro e si precipitarono su di loro con gridi stridenti; ma il Sole vegliava e trasformava i giovani in delicate farfalle, gli uccelli non riuscirono a trovare i fuggitivi. Atsosi Bagani ritornò alla sua capanna e il Sole e la Terra assistettero al matrimonio. Il giovane continuò a cacciare, mentre le due sorelle tessevano meravigliosi tappeti. Nella piccola capanna illuminata dal sole, però, le due ragazze avevano nostalgia della loro vecchia casa buia. Vedendole tristi, il Sole disse loro: “Se lo desiderate tanto, potrete rivedere la vostra cupa dimora; ma adesso gli uccelli sono diventati diffidenti e dovete difendervi”. Così prima di trasformarle in farfalle, diede a ciascuna due grossi chicchi di grandine.     




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Quando gli uccelli le attaccarono, la sorella maggiore scagliò contro di loro il primo chicco, che si tramutò in una grossa nube nera che avvolse gli uccelli. Le ragazze-farfalle proseguirono il volo, ma presto gli uccelli le raggiunsero; dovettero lanciare il secondo chicco di grandine, che si trasformò in una pioggia scrosciante, poi il terzo, che si ruppe in migliaia di piccoli chicchi. Ma la grandine finì e gli uccelli ripresero l’inseguimento; il pueblo era in vista, ma le farfalle non erano abbastanza veloci. Dovettero quindi lanciare l’ultimo chicco, che infiammò il cielo di lampi e tuoni.


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Gli uccelli scapparono spaventati e le ragazze furono salve.             


Le sorelle tornarono da Atsosi Bagani, ma ogni volta che sentivano nostalgia visitavano la loro vecchia casa.   


Così, dopo ogni temporale, si forma un arcobaleno tra il pueblo e la capanna del giovane, che riconcilia il mondo delle tenebre con il regno del Sole.


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Ciao da Orso Tony della tribù


degli Orsi… Sognanti…


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IL MONDO DI ORSOSOGNANTORA E' ANCHE SU FB!


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IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE – Ecco l’armonica visione dei nativi americani di se stessi e della natura   3 comments

 

 

 

 

 

Una bella, ed a mio parere, vera, riflessione sulla differente visione della vita
tra i Nativi americani e l’Uomo Bianco, con i primi che appaiono ben più vicini di noi
allo spirito della Natura ed al rispetto per il Pianeta che ci ospita.
 
 
 
 
 
 





IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE…
 
 
Un indiano Taos Pueblo incontrò un giorno il più famoso discepolo di Freud, Carl Gustav Jung, il quale era alla ricerca della propria ombra, e gli disse:
«I bianchi vogliono sempre qualcosa. Ma che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa. Sono sempre inquieti, turbati. Non sappiamo cosa vogliono. 
Non li comprendiamo. Pensiamo siano pazzi».
Nelle parole dell’indiano Jung trovò conferma di ciò che aveva già da tempo intuito: il mondo dell’uomo bianco è Koyaanisqatsi, un mondo disarmonico, privo di equilibrio.
Un mondo malato al quale la saggezza degli Indiani d’America può recare giovamento. 
Affinché l’uomo bianco possa vivere dentro le stagioni, nel cuore della vita, in armonia con se stesso e con la natura.








Nella cultura indiana il percorso di risanamento dell’anima ha delle tappe ben precise che devono essere rispettate: innanzitutto le quattro direzioni dei punti cardinali e, poi, il rapporto con la terra come madre dell’universo e con il cielo come dimora degli spiriti. 
Il processo si completa nel cerchio sacro, una forma che diventa il simbolo dell’armonia tra gli uomini e ciò che li circonda.
Questo viaggio senza fine, perché il miglioramento fisico, emotivo, mentale e spirituale non può mai essere completato, è lo scopo dell’esistenza di ogni Indiano, qualunque sia il gruppo tribale d’appartenenza.








Le quattrocento nazioni originarie del continente nordamericano erano caratterizzate da differenze marcatissime a livello geografico, sociale, linguistico e culturale. 
I Lakota-Sioux si muovevano liberamente nel grande `oceano d’erba’, le praterie e pianure sconfinate che si estendevano dalla Valle del Mississippi alle Montagne Rocciose. 
Erano nomadi che, spostando le proprie tende (tipi), seguivano le migrazioni del bisonte in cerca di nuovi pascoli. 
Gli Zuni e gli Hopi, stanziati nell’arida terra del sud-ovest americano, ricavarono le loro case dal deserto. 
I Cherokee praticavano l’agricoltura. 
Avevano un sistema sociale preciso basato su principi democratici e si organizzarono in insediamenti piuttosto ampi. 
Gli Tsimshian vivevano sulle coste nordoccidentali del Canada. I Chippewa e i Wintu appartenevano al gruppo degli Indiani dei boschi.









Ma un filo comune emerge dalle loro parole, dal ricchissimo patrimonio orale di canti, miti, leggende, narrazioni sacre e profane: la consapevolezza che la Terra è madre e deve essere rispettata. 
La meta di questa avventura spirituale è la comprensione che l’uomo è parte integrante di un cerchio che comprende le piante, gli animali, i minerali, la Terra, il Cielo, l’acqua, le stelle, la notte e il giorno, la Luna e il Sole. 
Il corpo umano è tutt’uno con la terra che lo nutre e lo sostiene: «Noi siamo la terra. 
Noi le apparteniamo. 
Noi siamo una parte della terra e la terra fa parte di noi. 
I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. 
Le coste rocciose, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia». 
Non c’è separazione tra mondo naturale e mondo umano. 
L’uomo non è il Signore del Creato e il mondo non è a suo beneficio. 
Ogni creatura ha un eguale diritto all’esistenza e merita rispetto semplicemente perché è viva. 
Il ritmo della natura porta la salute, l’equilibrio, l’armonia la bellezza. 
Il ciclo annuale delle stagioni è garanzia di ordine e di benessere: il tepore primaverile verrà sempre a riscattare il gelo invernale.
Non bisogna spezzare il fluire del cielo naturale, altrimenti ne deriveranno malattia, paura, incubi e insicurezza.
La natura batte il tempo, il suo orologio regola la vita del pianeta e dell’uomo.
L’uomo non stabilisce quindi solamente un rapporto equilibrato con la natura ma arriva a conoscere se stesso grazie a questa armonia.




  







Joseph Bruhac ci racconta una storia che riassume questo viaggio interiore:
 «Dopo che Wakan Tanka, il Grande Spirito, ebbe messo in ordine le altre sei direzioni, l’est, il sud, l’ovest, il nord, il cielo e la terra, restava sempre una direzione senza destinazione. 
Ma poiché la settima direzione era la più potente di tutte, in quanto racchiudeva la saggezza e la forza più grandi, Wakan Tanka, il Grande Spirito, desiderò metterla in un luogo dove non sarebbe stato facile trovarla.
Ecco perché la nascose nell’ultimo posto dove gli uomini generalmente pensano di guardare: nel loro cuore».
Nonostante siano stati privati della propria terra, della propria cultura e della propria identità, gli Indiani d’America sono riusciti a trasmettere la loro fede in questo modo di vivere. 
Hanno parlato con il cuore , di padre in figlio, per indicare il sentiero che porta alla rigenerazione e la loro voce è rimasta.
 
Anche con queste parole:








Accanto alla montagna,
spianato
dai nostri passi,
il terreno del campo risuona.
Ti dice: la terra è un tamburo,
pensaci.
Noi, per seguirne il ritmo,
dobbiamo fare attenzione ai nostri passi.
 

 
TESTO DAL WEB – IMPAGINAZIONE T.K.

 

 




PER LE NOVITA' DEL BLOG

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La simpatica leggenda dell’acchiappasogni (dream-catcher) tradizionale oggetto degli Indiani d’America   3 comments







La leggenda del dream-catcher (“acchiappa-sogni”)
è una delle più belle e suggestive della mitologia indiana.

Nonostante oggi sia diffusa tra tutti i popoli Indiani del Nord America,
si crede abbia avuto origine nelle terre degli Oneida.

Poi si sarebbe diffusa tra gli altri popoli nativi
subendo variazioni e arricchimenti.








Ma cos'è l'acchiappasogni?

L'acchiappasogni è un cerchio in legno flessibile

(che rappresenta  i ritmi ciclici della vita e l'universo)

con al centro una rete

(per catturare i sogni belli ed allontanare quelli brutti)

che è adornato da piume di uccelli.








Si dice che fosse donato ad ogni bambino

nel momento della nascita 

che poi lo conservava per tutta la vita.







LA LEGGENDA DEL DREAM-CATCHER (L'ACCHIAPPASOGNI)



La leggenda narra di una bambina, Nuvola Fresca, che un giorno, terrorizzata da incubi ricorrenti, rivelò alla madre le sue paure e le chiese aiuto.
Ultimo Sospiro della Sera, la madre, costruì allora una rete di forma circolare per “catturare” i sogni della piccola e le diede il potere di riconoscere i sogni buoni da quelli cattivi.
Quindi l'appese al lettino di Nuvola Fresca disperdendo le sue paure.
Ancora oggi, a secoli di distanza, ogni volta che nasce un bambino, gli Indiani costruiscono un dream-catcher e lo collocano sopra la sua culla.
Con un legno speciale, molto duttile, plasmano un cerchio, che rappresenta l'universo, e intrecciano al suo interno una rete simile alla tela del ragno.
Alla ragnatela assegnano quindi il compito di catturare e trattenere tutti i sogni che il piccolo farà.
Se si tratterà di sogni positivi, il dream-catcher li affiderà al filo delle perline (le forze della natura) e li farà avverare.
Se li giudicherà invece negativi, li consegnerà alle piume di un uccello e li farà portare via, lontano, disperdendoli nei cieli.
Gli Indiani conservano il loro acchiappasogni per tutta la vita.
Con gli anni, e con l'aggiunta di piccoli oggetti personali (che vanno appesi), il suo potere si accresce e, con esso, anche la capacità di proteggere il suo possessore e di aiutarlo a realizzare i suoi sogni.


TESTO LEGGENDA DAL WEB … IMPAGINAZIONE E PRESENTAZIONE T.K.




     
STORIA.. RICORDI E ATMOSFERE DI UN TEMPO
 






E. S. Curtis – L’esploratore che visse davvero con gli Indiani d’America – Documentazione e arte fotografica – II Parte   1 comment



Proseguiamo l'approfondimento della vita reale degli Indiani d'America
grazie all'opera davvero storico-documentale di Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
 
 
 
 
Mi pare quindi giusto porre in risalto, con una sua biografia,
l'unico uomo che con coraggio e bravura
si dedicò ad una fatica improba
di ricerca e documentazione fotografica
girando in lungo ed in largo per tutto il Nord America
per conoscere e fotografare usi e costumi dei nativi.

 
 
 
 
 
 
 

EDWARD SHERIFF CURTIS
L'UNICO BIANCO CHE DAVVERO INQUADRO'
GLI INDIANI D'AMERICA

By Tony Kospan

 
 
II PARTE
 
 
 
 

Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
BREVE BIOGRAFIA
 
 
Nato a Whitewater (Wisconsin) piccola cittadina alla confluenza di due fiumi – il Whitewater Creek e lo Spring Brook il 16 febbraio 1868 dopo un'infanzia tranquilla iniziò ad accompagnare il padre, predicatore e veterano della guerra di Secessione, in canoa per raggiungere i paesi in cui doveva tenere i sermoni.

 
 
 

Foto:

 
 
 

Nel 1885 si costruì la prima macchina fotografica.
Ebbe quindi diverse esperienze fotografiche e partecipò a diverse spedizioni scientifiche.
Ben presto il suo amore per lo studio dei Nativi americani ed il desiderio di documentarne cultura… abitudini ed identità delle varie tribù mentre il loro destino di protagonisti della storia si avviava al crepuscolo fu irrefrenabile.
 
 
 
 

Foto:

 
 
 
 
 
La sua lunghissima e continua attività di pioniere dalle fredde lande dell'Alaska a quelle aride del Messico lo portò a conoscere a fondo la vita degli Indiani d'America diventando anche amico di diversi capi che gli consentirono di effettuare fotografie irripetibili ed affascinanti.
Questa sua instancabile attività ebbe diversi finanziatori tra cui Theodore Roosevelt, Andrew Carnegie ed i reali di Inghilterra e Belgio.
La collana fotografica che ne derivò ebbe grandissimi riconoscimenti, fin dal primo volume del 1906, ma gli costò problemi psicologici e la sua rovina economico-familiare.
 
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
.
 
 
 
Le gravi difficoltà economiche però ed i problemi finanziari non gli consentirono, dopo il 1930, di proseguire nella sua libera attività ma dovette accontentarsi di collaborare con altri studi… ed anche di fare il cameraman per Cecil B. DeMille, per il quale avrebbe collaborato anche alle riprese del film I dieci comandamenti.
 
Morì il 21 ottobre 1952 a quasi 85 anni e poco prima che fosse pubblicata la sua autobiografia.
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
 
 
 
QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA SUA OPERA
 
 
 
La ricerca storico-documentaristico-fotografica di Edward Sheriff Curtis ha coinciso con il crepuscolo di una epopea, l'epopea del vecchio west e del popolo pellerossa, e ne è fedele nonché ampia ed unica vera testimonianza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Egli era così consapevole di quanto stava accadendo (la fine di una storia e di una civiltà) che svolse con grande senso di responsabilità un’attività frenetica per documentare la vita e la cultura del popolo pellerossa riprendendo cerimonie, momenti di vita e di lavoro, volti e luoghi.
 
Infatti scrisse che secondo l'uso pellerossa il suo nome doveva essere
“Uomo che non ebbe mai tempo per giocare”.
 
 
 
 
 
 
 
 

Foto:
 
 
 
 
Davvero non possiamo non ringraziarlo per la sua incredibile e faticosissima ricerca che lo portò
a percorrere quasi 65.000 chilometri, utilizzando per i suoi spostamenti lungo terreni impervi e veloci corsi d'acqua i mezzi più diversi… dal treno, alla canoa, dai carri ai cavalli ed alle marce a piedi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
F I N E


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IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE – Ecco come i nativi americani ricercano l’armonia con se stessi e con la natura   Leave a comment

 

 

 

 

 

Una bella, ed a mio parere, vera, riflessione sulla differente visione della vita
tra i Nativi americani e l’Uomo Bianco, con i primi che appaiono ben più vicini di noi
allo spirito della Natura ed al rispetto per il Pianeta che ci ospita.
 
 
 
 
 
 





IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE…
 
 
Un indiano Taos Pueblo incontrò un giorno il più famoso discepolo di Freud, Carl Gustav Jung, il quale era alla ricerca della propria ombra, e gli disse:
«I bianchi vogliono sempre qualcosa. Ma che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa. Sono sempre inquieti, turbati. Non sappiamo cosa vogliono. 
Non li comprendiamo. Pensiamo siano pazzi».
Nelle parole dell’indiano Jung trovò conferma di ciò che aveva già da tempo intuito: il mondo dell’uomo bianco è Koyaanisqatsi, un mondo disarmonico, privo di equilibrio.
Un mondo malato al quale la saggezza degli Indiani d’America può recare giovamento. 
Affinché l’uomo bianco possa vivere dentro le stagioni, nel cuore della vita, in armonia con se stesso e con la natura.








Nella cultura indiana il percorso di risanamento dell’anima ha delle tappe ben precise che devono essere rispettate: innanzitutto le quattro direzioni dei punti cardinali e, poi, il rapporto con la terra come madre dell’universo e con il cielo come dimora degli spiriti. 
Il processo si completa nel cerchio sacro, una forma che diventa il simbolo dell’armonia tra gli uomini e ciò che li circonda.
Questo viaggio senza fine, perché il miglioramento fisico, emotivo, mentale e spirituale non può mai essere completato, è lo scopo dell’esistenza di ogni Indiano, qualunque sia il gruppo tribale d’appartenenza.








Le quattrocento nazioni originarie del continente nordamericano erano caratterizzate da differenze marcatissime a livello geografico, sociale, linguistico e culturale. 
I Lakota-Sioux si muovevano liberamente nel grande `oceano d’erba’, le praterie e pianure sconfinate che si estendevano dalla Valle del Mississippi alle Montagne Rocciose. 
Erano nomadi che, spostando le proprie tende (tipi), seguivano le migrazioni del bisonte in cerca di nuovi pascoli. 
Gli Zuni e gli Hopi, stanziati nell’arida terra del sud-ovest americano, ricavarono le loro case dal deserto. 
I Cherokee praticavano l’agricoltura. 
Avevano un sistema sociale preciso basato su principi democratici e si organizzarono in insediamenti piuttosto ampi. 
Gli Tsimshian vivevano sulle coste nordoccidentali del Canada. I Chippewa e i Wintu appartenevano al gruppo degli Indiani dei boschi.









Ma un filo comune emerge dalle loro parole, dal ricchissimo patrimonio orale di canti, miti, leggende, narrazioni sacre e profane: la consapevolezza che la Terra è madre e deve essere rispettata. 
La meta di questa avventura spirituale è la comprensione che l’uomo è parte integrante di un cerchio che comprende le piante, gli animali, i minerali, la Terra, il Cielo, l’acqua, le stelle, la notte e il giorno, la Luna e il Sole. 
Il corpo umano è tutt’uno con la terra che lo nutre e lo sostiene: «Noi siamo la terra. 
Noi le apparteniamo. 
Noi siamo una parte della terra e la terra fa parte di noi. 
I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. 
Le coste rocciose, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia». 
Non c’è separazione tra mondo naturale e mondo umano. 
L’uomo non è il Signore del Creato e il mondo non è a suo beneficio. 
Ogni creatura ha un eguale diritto all’esistenza e merita rispetto semplicemente perché è viva. 
Il ritmo della natura porta la salute, l’equilibrio, l’armonia la bellezza. 
Il ciclo annuale delle stagioni è garanzia di ordine e di benessere: il tepore primaverile verrà sempre a riscattare il gelo invernale.
Non bisogna spezzare il fluire del cielo naturale, altrimenti ne deriveranno malattia, paura, incubi e insicurezza.
La natura batte il tempo, il suo orologio regola la vita del pianeta e dell’uomo.
L’uomo non stabilisce quindi solamente un rapporto equilibrato con la natura ma arriva a conoscere se stesso grazie a questa armonia.




  







Joseph Bruhac ci racconta una storia che riassume questo viaggio interiore:
 «Dopo che Wakan Tanka, il Grande Spirito, ebbe messo in ordine le altre sei direzioni, l’est, il sud, l’ovest, il nord, il cielo e la terra, restava sempre una direzione senza destinazione. 
Ma poiché la settima direzione era la più potente di tutte, in quanto racchiudeva la saggezza e la forza più grandi, Wakan Tanka, il Grande Spirito, desiderò metterla in un luogo dove non sarebbe stato facile trovarla.
Ecco perché la nascose nell’ultimo posto dove gli uomini generalmente pensano di guardare: nel loro cuore».
Nonostante siano stati privati della propria terra, della propria cultura e della propria identità, gli Indiani d’America sono riusciti a trasmettere la loro fede in questo modo di vivere. 
Hanno parlato con il cuore , di padre in figlio, per indicare il sentiero che porta alla rigenerazione e la loro voce è rimasta.
 
Anche con queste parole:








Accanto alla montagna,
spianato
dai nostri passi,
il terreno del campo risuona.
Ti dice: la terra è un tamburo,
pensaci.
Noi, per seguirne il ritmo,
dobbiamo fare attenzione ai nostri passi.
 

 
TESTO DAL WEB – IMPAGINAZIONE T.K.

 

 




PER LE NOVITA' DEL BLOG

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Proseguiamo l'approfondimento della vita reale degli Indiani d'America
grazie all'opera davvero storico-documentale di Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
 
 
 
 
Mi pare quindi giusto porre in risalto, con una sua biografia,
l'unico uomo che con coraggio e bravura
si dedicò ad una fatica improba
di ricerca e documentazione fotografica
girando in lungo ed in largo per tutto il Nord America
per conoscere e fotografare usi e costumi dei nativi.

 
 
 
 
 
 
 

EDWARD SHERIFF CURTIS
L'UNICO BIANCO CHE DAVVERO INQUADRO'
GLI INDIANI D'AMERICA

By Tony Kospan

 
 
II PARTE
 
 
 
 

Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
BREVE BIOGRAFIA
 
 
Nato a Whitewater (Wisconsin) piccola cittadina alla confluenza di due fiumi – il Whitewater Creek e lo Spring Brook il 16 febbraio 1868 dopo un'infanzia tranquilla iniziò ad accompagnare il padre, predicatore e veterano della guerra di Secessione, in canoa per raggiungere i paesi in cui doveva tenere i sermoni.

 
 
 

Foto:

 
 
 

Nel 1885 si costruì la prima macchina fotografica.
Ebbe quindi diverse esperienze fotografiche e partecipò a diverse spedizioni scientifiche.
Ben presto il suo amore per lo studio dei Nativi americani ed il desiderio di documentarne cultura… abitudini ed identità delle varie tribù mentre il loro destino di protagonisti della storia si avviava al crepuscolo fu irrefrenabile.
 
 
 
 

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La sua lunghissima e continua attività di pioniere dalle fredde lande dell'Alaska a quelle aride del Messico lo portò a conoscere a fondo la vita degli Indiani d'America diventando anche amico di diversi capi che gli consentirono di effettuare fotografie irripetibili ed affascinanti.
Questa sua instancabile attività ebbe diversi finanziatori tra cui Theodore Roosevelt, Andrew Carnegie ed i reali di Inghilterra e Belgio.
La collana fotografica che ne derivò ebbe grandissimi riconoscimenti, fin dal primo volume del 1906, ma gli costò problemi psicologici e la sua rovina economico-familiare.
 
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
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Le gravi difficoltà economiche però ed i problemi finanziari non gli consentirono, dopo il 1930, di proseguire nella sua libera attività ma dovette accontentarsi di collaborare con altri studi… ed anche di fare il cameraman per Cecil B. DeMille, per il quale avrebbe collaborato anche alle riprese del film I dieci comandamenti.
 
Morì il 21 ottobre 1952 a quasi 85 anni e poco prima che fosse pubblicata la sua autobiografia.
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
 
 
 
QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA SUA OPERA
 
 
 
La ricerca storico-documentaristico-fotografica di Edward Sheriff Curtis ha coinciso con il crepuscolo di una epopea, l'epopea del vecchio west e del popolo pellerossa, e ne è fedele nonché ampia ed unica vera testimonianza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Egli era così consapevole di quanto stava accadendo (la fine di una storia e di una civiltà) che svolse con grande senso di responsabilità un’attività frenetica per documentare la vita e la cultura del popolo pellerossa riprendendo cerimonie, momenti di vita e di lavoro, volti e luoghi.
 
Infatti scrisse che secondo l'uso pellerossa il suo nome doveva essere
“Uomo che non ebbe mai tempo per giocare”.
 
 
 
 
 
 
 
 

Foto:
 
 
 
 
Davvero non possiamo non ringraziarlo per la sua incredibile e faticosissima ricerca che lo portò
a percorrere quasi 65.000 chilometri, utilizzando per i suoi spostamenti lungo terreni impervi e veloci corsi d'acqua i mezzi più diversi… dal treno, alla canoa, dai carri ai cavalli ed alle marce a piedi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
F I N E


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DOCUMENTARE DAL VERO USI COSTUMI E TRADIZIONI
DEGLI INDIANI D’AMERICA







Eh sì stavolta, grazie a E. S. Curtis, 
non ci saranno le solite immagini di fantasia
del saggio popolo nativo nordamericano
ma assolutamente reali e capaci così di darci
una precisa visione dei loro usi e costumi.
 
 
 



EDWARD SHERIFF CURTIS
L’UNICO BIANCO CHE  INQUADRO’
DAVVERO
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a cura di Tony Kospan

 
I PARTE





Edward Sheriff Curtis – (Whitewater 16.2.1868 – Los Angeles 19.10.1952)
 
 
 
 

E’ solo grazie a lui che abbiamo una vera e precisa
documentazione della reale vita degli Indiani d’America
prima che fosse contaminata dagli usi dei bianchi.



 

 
 




Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento ritrasse in mirabili immagini gli appartenenti alle varie tribù degli Indiani d’America ancora nei loro tradizionali costumi, gli oggetti del loro artigianato e i grandi spazi del paesaggio americano dove vivevano.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
E’ stato uno dei più grandi fotografi americani, fotografò i suoi soggetti muovendo dai deserti del South West per spingersi sino ai banchi di ghiaccio dell’Artico, registrando così, attraverso le immagini e la parola scritta i costumi e la cultura di oltre ottanta tribù.
 
 
 
 
 
 
 

Oggi questo ci appare quasi normale… ma se ci caliamo… nel periodo storico in cui Curtis operò… vicinissimo alle guerre tra bianchi e pellerossa… e se pensiamo quale fosse all’epoca (ahimé) la considerazione di cui godevano i Nativi americani… ci possiamo rendere conto della straordinaria importanza della sua opera.
 
 
 
 

 
 
 
 
 

Si tratta per me di immagini davvero molto affascinanti…
che hanno dentro… il senso e l’anima della realtà storica delle cose…
 
 
 
 
 
 
 

Ma non si tratta solo di documentazione storica per quanto utilissima…
 
Egli grazie alla grande padronanza tecnica ed alla sua arte fotografica…
riesce a penetrare il cuore degli Indiani d’America ed a donarci anche la vera atmosfera in cui essi vivevano.

 
 
 

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C O N T I N U A




Tony Kospan




IL SALOTTO CULTURALE DI FB?
LA TUA PAGINA D’AMORE PSICHE E SOGNO

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Edward Sheriff Curtis – esploratore, etnologo e fotografo




IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE – I nativi americani e la ricerca dell’armonia con se stessi e con la natura   Leave a comment

 

 

 

 

 

Una bella, ed a mio parere, vera, riflessione sulla differente visione della vita
tra i Nativi americani e l’Uomo Bianco, con i primi che appaiono ben più vicini di noi
allo spirito della Natura ed al rispetto per il Pianeta che ci ospita.
 
 
 
 
 
 





IL GRANDE SPIRITO PARLA AL NOSTRO CUORE…
 
 
Un indiano Taos Pueblo incontrò un giorno il più famoso discepolo di Freud, Carl Gustav Jung, il quale era alla ricerca della propria ombra, e gli disse:
«I bianchi vogliono sempre qualcosa. Ma che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa. Sono sempre inquieti, turbati. Non sappiamo cosa vogliono. 
Non li comprendiamo. Pensiamo siano pazzi».
Nelle parole dell’indiano Jung trovò conferma di ciò che aveva già da tempo intuito: il mondo dell’uomo bianco è Koyaanisqatsi, un mondo disarmonico, privo di equilibrio.
Un mondo malato al quale la saggezza degli Indiani d’America può recare giovamento. 
Affinché l’uomo bianco possa vivere dentro le stagioni, nel cuore della vita, in armonia con se stesso e con la natura.








Nella cultura indiana il percorso di risanamento dell’anima ha delle tappe ben precise che devono essere rispettate: innanzitutto le quattro direzioni dei punti cardinali e, poi, il rapporto con la terra come madre dell’universo e con il cielo come dimora degli spiriti. 
Il processo si completa nel cerchio sacro, una forma che diventa il simbolo dell’armonia tra gli uomini e ciò che li circonda.
Questo viaggio senza fine, perché il miglioramento fisico, emotivo, mentale e spirituale non può mai essere completato, è lo scopo dell’esistenza di ogni Indiano, qualunque sia il gruppo tribale d’appartenenza.








Le quattrocento nazioni originarie del continente nordamericano erano caratterizzate da differenze marcatissime a livello geografico, sociale, linguistico e culturale. 
I Lakota-Sioux si muovevano liberamente nel grande `oceano d’erba’, le praterie e pianure sconfinate che si estendevano dalla Valle del Mississippi alle Montagne Rocciose. 
Erano nomadi che, spostando le proprie tende (tipi), seguivano le migrazioni del bisonte in cerca di nuovi pascoli. 
Gli Zuni e gli Hopi, stanziati nell’arida terra del sud-ovest americano, ricavarono le loro case dal deserto. 
I Cherokee praticavano l’agricoltura. 
Avevano un sistema sociale preciso basato su principi democratici e si organizzarono in insediamenti piuttosto ampi. 
Gli Tsimshian vivevano sulle coste nordoccidentali del Canada. I Chippewa e i Wintu appartenevano al gruppo degli Indiani dei boschi.









Ma un filo comune emerge dalle loro parole, dal ricchissimo patrimonio orale di canti, miti, leggende, narrazioni sacre e profane: la consapevolezza che la Terra è madre e deve essere rispettata. 
La meta di questa avventura spirituale è la comprensione che l’uomo è parte integrante di un cerchio che comprende le piante, gli animali, i minerali, la Terra, il Cielo, l’acqua, le stelle, la notte e il giorno, la Luna e il Sole. 
Il corpo umano è tutt’uno con la terra che lo nutre e lo sostiene: «Noi siamo la terra. 
Noi le apparteniamo. 
Noi siamo una parte della terra e la terra fa parte di noi. 
I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. 
Le coste rocciose, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia». 
Non c’è separazione tra mondo naturale e mondo umano. 
L’uomo non è il Signore del Creato e il mondo non è a suo beneficio. 
Ogni creatura ha un eguale diritto all’esistenza e merita rispetto semplicemente perché è viva. 
Il ritmo della natura porta la salute, l’equilibrio, l’armonia la bellezza. 
Il ciclo annuale delle stagioni è garanzia di ordine e di benessere: il tepore primaverile verrà sempre a riscattare il gelo invernale.
Non bisogna spezzare il fluire del cielo naturale, altrimenti ne deriveranno malattia, paura, incubi e insicurezza.
La natura batte il tempo, il suo orologio regola la vita del pianeta e dell’uomo.
L’uomo non stabilisce quindi solamente un rapporto equilibrato con la natura ma arriva a conoscere se stesso grazie a questa armonia.




  







Joseph Bruhac ci racconta una storia che riassume questo viaggio interiore:
 «Dopo che Wakan Tanka, il Grande Spirito, ebbe messo in ordine le altre sei direzioni, l’est, il sud, l’ovest, il nord, il cielo e la terra, restava sempre una direzione senza destinazione. 
Ma poiché la settima direzione era la più potente di tutte, in quanto racchiudeva la saggezza e la forza più grandi, Wakan Tanka, il Grande Spirito, desiderò metterla in un luogo dove non sarebbe stato facile trovarla.
Ecco perché la nascose nell’ultimo posto dove gli uomini generalmente pensano di guardare: nel loro cuore».
Nonostante siano stati privati della propria terra, della propria cultura e della propria identità, gli Indiani d’America sono riusciti a trasmettere la loro fede in questo modo di vivere. 
Hanno parlato con il cuore , di padre in figlio, per indicare il sentiero che porta alla rigenerazione e la loro voce è rimasta.
 
Anche con queste parole:








Accanto alla montagna,
spianato
dai nostri passi,
il terreno del campo risuona.
Ti dice: la terra è un tamburo,
pensaci.
Noi, per seguirne il ritmo,
dobbiamo fare attenzione ai nostri passi.
 

 
TESTO DAL WEB – IMPAGINAZIONE T.K.

 

 




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E. S. Curtis – L’unico bianco che inquadrò davvero gli Indiani d’America – Documentazione fotografica e artistica – II parte   1 comment

 
 
 

Proseguiamo l'approfondimento della vita reale degli Indiani d'America
grazie all'opera davvero storico-documentale di Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
 
 
 
 
Mi pare quindi giusto porre in risalto, con una sua biografia,
l'unico uomo che con coraggio e bravura
si dedicò ad una fatica improba
di ricerca e documentazione fotografica
girando in lungo ed in largo per tutto il Nord America
per conoscere e fotografare usi e costumi dei nativi.

 
 
 
 
 
 
 

EDWARD SHERIFF CURTIS
L'UNICO BIANCO CHE DAVVERO INQUADRO'
GLI INDIANI D'AMERICA

By Tony Kospan

 
 
II PARTE
 
 
 
 

Edward Sheriff Curtis

 
 
 
 
BREVE BIOGRAFIA
 
 
Nato a Whitewater (Wisconsin) piccola cittadina alla confluenza di due fiumi – il Whitewater Creek e lo Spring Brook il 16 febbraio 1868 dopo un'infanzia tranquilla iniziò ad accompagnare il padre, predicatore e veterano della guerra di Secessione, in canoa per raggiungere i paesi in cui doveva tenere i sermoni.

 
 
 

Foto:

 
 
 

Nel 1885 si costruì la prima macchina fotografica.
Ebbe quindi diverse esperienze fotografiche e partecipò a diverse spedizioni scientifiche.
Ben presto il suo amore per lo studio dei Nativi americani ed il desiderio di documentarne cultura… abitudini ed identità delle varie tribù mentre il loro destino di protagonisti della storia si avviava al crepuscolo fu irrefrenabile.
 
 
 
 

Foto:

 
 
 
 
 
La sua lunghissima e continua attività di pioniere dalle fredde lande dell'Alaska a quelle aride del Messico lo portò a conoscere a fondo la vita degli Indiani d'America diventando anche amico di diversi capi che gli consentirono di effettuare fotografie irripetibili ed affascinanti.
Questa sua instancabile attività ebbe diversi finanziatori tra cui Theodore Roosevelt, Andrew Carnegie ed i reali di Inghilterra e Belgio.
La collana fotografica che ne derivò ebbe grandissimi riconoscimenti, fin dal primo volume del 1906, ma gli costò problemi psicologici e la sua rovina economico-familiare.
 
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
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Le gravi difficoltà economiche però ed i problemi finanziari non gli consentirono, dopo il 1930, di proseguire nella sua libera attività ma dovette accontentarsi di collaborare con altri studi… ed anche di fare il cameraman per Cecil B. DeMille, per il quale avrebbe collaborato anche alle riprese del film I dieci comandamenti.
 
Morì il 21 ottobre 1952 a quasi 85 anni e poco prima che fosse pubblicata la sua autobiografia.
 
 
 
 
 
Foto:
 
 
 
 
 
QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA SUA OPERA
 
 
 
La ricerca storico-documentaristico-fotografica di Edward Sheriff Curtis ha coinciso con il crepuscolo di una epopea, l'epopea del vecchio west e del popolo pellerossa, e ne è fedele nonché ampia ed unica vera testimonianza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Egli era così consapevole di quanto stava accadendo (la fine di una storia e di una civiltà) che svolse con grande senso di responsabilità un’attività frenetica per documentare la vita e la cultura del popolo pellerossa riprendendo cerimonie, momenti di vita e di lavoro, volti e luoghi.
 
Infatti scrisse che secondo l'uso pellerossa il suo nome doveva essere
“Uomo che non ebbe mai tempo per giocare”.
 
 
 
 
 
 
 
 

Foto:
 
 
 
 
Davvero non possiamo non ringraziarlo per la sua incredibile e faticosissima ricerca che lo portò
a percorrere quasi 65.000 chilometri, utilizzando per i suoi spostamenti lungo terreni impervi e veloci corsi d'acqua i mezzi più diversi… dal treno, alla canoa, dai carri ai cavalli ed alle marce a piedi.
 
 
 
 
Foto:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
F I N E


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