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La donna assopita – Enigmatica e poco nota opera di Vermeer che però di dice qualcosa di lui   1 comment




La donna assopita




Di Vermeer non abbiamo alcuno scritto né suo né di altri che parli di lui e che ci aiuti a conoscerlo.

Pertanto possiamo saper qualcosa di lui, del suo modo di pensare e di dipingere, solo esaminando i suoi dipinti.

In tal senso questa opera di inconsueta e (per lui) di non piccola dimensione, nonché la prima in cui la scena dipinta è in un interno, è davvero emblematica pur non essendo tra le più note dell’artista.



OSSERVAZIONE DEL DIPINTO


Una cameriera (la cuffia scesa sulle spalle è tipica delle domestiche) dorme seduta alla tavola appoggiando la testa al braccio (si notano anche degli eleganti orecchini).





Deve aver bevuto un po’ troppo, come indicano le guance rosse ed il bicchiere davanti a lei quasi vuoto che con la sua trasparenza quasi si confonde nella scena.

Notiamo poi che la sedia accanto a lei appare spostata così come il tappeto-tovaglia.






La porta è aperta… deve venire qualcuno ed è in ritardo? 

O è venuto ed ormai è andato via? 

Propendo per questa seconda ipotesi perché spiega la posizione della sedia e della tovaglia.






Le guance rosse poi manifestano  l’umana simpatia che il pittore ha per lei.






Alcune recenti ricerche con moderni strumenti di indagine hanno rilevato che in un primo tempo il pittore aveva dipinto un uomo vicino alla porta poi tolto dall’artista.






In alto, a sinistra della donna, appeso al muro si nota parte di un dipinto in cui si intravedono un piede di Cupido ed una maschera che sono sì un chiaro riferimento all’arte ed alla cultura italiana ma che appaiono anche una chiave per capire l’aura di mistero amoroso nascosta nel dipinto.






Infine, come spesso gli accadrà di fare, egli ci fa conoscere la multiforme varietà di oggetti (spesso provenienti da varie parti del mondo) presenti nelle case olandesi dell’epoca che ci parlano di una globalizzazione ante litteram.

Qui su possiamo osservare il tappeto turco ed il piatto cinese.




CONCLUSIONE ED UNA MIA RIFLESSIONE

Come abbiamo visto il dipinto appare pirandellianamente sospeso in un’atmosfera rarefatta che si presta a tante interpretazioni.
La qual cosa ci dice molto del carattere e del pensiero di Vermeer.
Dirò qui la mia personale, personalissima, interpretazione nata dalle emozioni che l’opera mi suscita.
Ebbene sì l’incontro (piede di Cupido) c’è stato ma non è andato come lei sperava (lei si era preparata con degli eleganti orecchini) ma dopo qualche parola lui è andato via (impegni? la maschera può indicare bugie) e lei (c’è un solo bicchiere) ha annegato la delusione col bere fino ad assopirsi.
Mi piacerebbe, se vi va, leggere la vostra.








Il dipinto del 1656-1657 si trova al Metropolitan museum of art di New York

Tony Kospan




 F I N E



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L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – La mitica opera del Bronzino ed i suoi segreti – I Parte   Leave a comment






Spesso gli artisti amano nascondere nele loro opere
pensieri e/o messaggi segreti
che solo pochi poi riescono a individuare e comprendere in modo completo.
Nel periodo Rinascimentale la cosa era molto frequente.

Questo, nella Storia dell’Arte, è proprio uno dei dipinti
più emblematici in tal senso.







In verità ciò, a mio parere, non vuol dire
che bisogna conoscer tutto lo scibile umano
per comprender un’opera d’arte
ma solo che ci possono essere tante “letture”
quante sono le nostre capacità di comprensione
dello spirito e delle idee dell’autore
nonché dell’ambiente reale ed artistico in cui l’opera nasce.



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ALLEGORIA DELL’AMORE E DEL TEMPO

– ARTE E SEGRETI

 

I PARTE

 

 

Agnolo Bronzino


 

In questo post analizzeremo questo famoso dipinto “manierista” che nasconde, dietro la fantastica ed abbagliante bellezza molto, ma davvero molto…, molto altro.
 
Ogni immagine che vediamo nel dipinto infatti non è per nulla casuale… ma ci lancia in modo evidente una serie di messaggi, per la verità non tutti, e non del tutto, decifrati… o decifrabili.
 
Iniziamo dunque, grazie a quest’ampia analisi del Solimano, ricca anche di accenni storici e mitologici, ad approfondire tutto quello che il Bronzino ci vuol dire von questo dipinto.
 
Tony Kospan
 
 
  
 
L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – Il dipinto completo
   

 

 
Il quadro più celebre di Agnolo Bronzino è “L’Allegoria dell’Amore e del Tempo“, 

attualmente esposto alla National Gallery di Londra.
 
Fu eseguito attorno al 1546, ed immediatamente mandato da Cosimo, duca di Firenze, 

a Francesco, re di Francia.
 
E’ certamente una allegoria, il titolo che ho riportato è quello più diffuso.
 


Così ne narra il Vasari“Fece un quadro di singolare bellezza, 

che fu mandato in Francia al re Francesco, dentro il quale era una Venere ignuda con Cupido che la baciava, 

ed il Piacere da un lato e il Giuoco con altri Amori, e dall’altro la Fraude, la Gelosia et altre passioni d’amore”.
 

C’è qualche inesattezza, ma è comprensibile, il Vasari scriveva a memoria, 

il quadro era già in Francia da diverso tempo.
 
Se si dovesse scegliere l’emblema del manierismo maturo non c’è alcun dubbio, 

sarebbe questo quadro, considerato da molti un’opera di sensualità affascinante, 

ed il re di Francia lo gradì soprattutto per questo motivo, 

come ben sapeva quella volpe di Cosimo de’ Medici.

 
Ma è proprio così?

 


O, per meglio dire, è solo così?
 
Nel particolare che inserisco si vede un putto bellissimo che va spargendo petali di rose


è il simbolo del Piacere, su questo sono tutti d’accordo, fin dal Vasari, 


ma chi è la fanciulla assai bella – di una bellezza diversa – il cui volto si vede a fianco del putto?


Il grande Erwin Panofsky ha dedicato alcune delle sue pagine più belle a quest’opera.
 
Racconto quale è la sua interpretazione, oggi quasi* (nota di Tony Kospan) universalmente condivisa.


 
 



Il Piacere (partic. by TK)
 
 

La fanciulla il cui bel volto sbuca dietro il putto, è piuttosto strana, 

se si cerca di guardarne il corpo, che in parte si nasconde sempre dietro il putto, 

e non è un caso. 

Perché la bella veste verde che indossa è in parte sollevata, 

ed appare un corpo squamoso, da pesce o da rettile. 

Più in basso, compariranno delle zampe con artigli ed anche una lunga coda. 

In una mano tiene un favo di miele, 

nell’altra cerca di nascondere un piccolo animale venefico.

Non solo, a ben guardare le due mani sono scambiate

la destra è una sinistra, e la sinistra una destra.










Qualche critico, fermandosi alla pelle squamosa, 

ha ritenuto che fosse una Arpia, ma sono le mani, a svelare l’identità: 

la mano cattiva che offre il dono, 

la mano buona che nasconde il veleno:

una duplicità vertiginosa.


E’ la
Frode (anche l’Inganno o l’Ipocrisia, secondo gli iconologi del ’500), 

la cui caratteristica fondamentale è proprio la duplicità: 

per questo il viso è bellissimo ed il corpo orribile, 

per questo le mani sono scambiate, 

per questo non sta in primo piano, ma si nasconde dietro al putto, 

che è il simbolo del Piacere e del Gioco.

Proprio negli anni in cui opera il Bronzino si diffonde il gusto dei labirinti: 

grafici, scolpiti, realizzati nei giardini, 

quasi a significare la perdita di senso, la difficoltà di trovare una risposta univoca: 

la Frode è una moderna Sfinge, più insidiosa di quella che incontrò Edipo.


 


L’inganno – La fanciulla dietro al putto (guardate le mani n.T.K.)

 

 

Se si esamina il particolare in basso a destra del quadro del Bronzino, 

si scoprono altri aspetti di cui alcuni inattesi.

Non lo è il pomo nella mano (splendida!) di Venere

un dono che la dea intende offrire ad Amore o Cupido 

(si badi, è suo figlio, in quasi tutti i miti, e quindi c’è pure il coté incestuoso); 

tiene il pomo in modo che Cupido lo veda 

però con l’altra mano tiene una freccia, che Cupido non può vedere, 

ma di ciò poi.

Si intravedono anche parte delle gambe della dea, 

che è di una bellezza non so dire se divina o diabolica, 

ed il Bronzino a questo voleva portarci, ad una ammirazione tanto forte quanto turbata.




Pomo, Gambe della dea e maschere (partic.)

 

 

Si vede che il putto ha una cavigliera ornata con campanelli, 

un motivo dell’antichità ellenistica che rimanda al Piacere ed al Gioco.

Si intravedono anche le zampe con gli artigli della bella fanciulla

la Frode, e la sua lunga coda, simile, diremmo noi, 

a quella di un enorme serpente a sonagli, 

che presumibilmente il Bronzino non conosceva (ma che strano, sonagli-campanelli!).


– Continua



Autore del testo Solimano – Impaginazione e presentazione di Tony Kospan




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Afrodite ed Eros ovvero l’amore nella mitologia greca – La duplice visione ed il suo rapporto col mare anche nell’arte antica e classica   Leave a comment





AFRODITE… EROS ED IL MARE
– La duplice visione dell’amore nella mitologia greca –









Per gli antichi greci l’amore era rappresentato da 2 divinità pagane, Afrodite ed Eros (Venere e Cupido per i romani).

Afrodite era nata dal mare ma, a parte la truculenta fecondazione marina, sappiamo solo che nacque dalle parti di Citera.









Tutti conosciamo il bellissimo dipinto del Botticelli in cui vediamo Venere sbucare da una conchiglia in mezzo al mare ma sorprende il ritrovamento di un dipinto simile nell’antica Pompei (vedi qui giù).








Il rapporto di Afrodite col mare non è secondario in quanto i marinai greci amavano lei più di Poseidone (Nettuno) dio del mare. 

Infatti è noto che si affidavano a lei prima di iniziare una navigazione affinché fosse sicura e tranquilla anche se poi, avendo paura dell’ira del dio del mare, facevano sacrifici a lui.








Nella mitologia le relazioni fra il mare l’amore sono tante e sono moltissime le storie ed i miti dell’antica Grecia che associano il mare all’amore (Giasone e Medea, Elena di Troia e Paride, Teseo e Arianna etc..).

Non mancano in queste storie situazioni erotiche, parole spinte, allegorie poetiche, bagni sensuali… e via dicendo. 






Infatti il mito (come tutti i miti pagani anche questo è in sintonia con la realtà) vuol ricordarci che il mare può sorprenderci e nascondere pericoli, ma anche farsi scoprire tesori di bellezza e di armonia, proprio come l’amore e viceversa.

Tornando alla duplice visione dell’amore da parte dei greci antichi veniamo ora ad esaminare Eros.








Eros nasce dal rapporto sessuale tra Poros e Penia (dio dell’abbondanza con la dea della mancanza) avvenuto durante il banchetto per la nascita di Afrodite.

Però benché nei testi più antichi egli sembra rappresentare solo l’amore fisico… pian piano verrà concepito dai greci antichi sempre più come amore travolgente e passionale che ti fa sentire con il cuore “pieno” quando si è con l’amata/o e però con una forte sensazione di mancanza quando si è lontani.

Dunque Eros era il dio che ti fa essere sempre un po’ in tensione ora in modo sublime… ora doloroso.








Egli pure era associabile al mare ma in modo diverso…  e direi opposto.

Con lui il mare viene visto come fantastico, emozionante ma anche tumultuoso e pericoloso.

Se Afrodite era la dea del mare sereno, del mare accogliente ed amico e dunque potremmo definirlo una eterna, absit iniura verbis, bonaccia, Eros era invece il dio del mare agitato che vola in alto come la spuma dei grandi cavalloni ma che poi si scaglia con violenza sulle rocce o sulla riva.








Da ciò si evince che mentre Afrodite rappresentava l’amore sensuale senza problemi, ma anche senza grandi emozioni, e quindi vissuto solo con gioia e per il piacere, Eros invece rappresentava la passione travolgente che ti fa vedere le stelle ma ti può anche far precipitare in un buco nero (gioia e dolore).

In realtà questo evidente dualismo narrato dalla mitologia greca non ha mai cessato di esistere se ancor oggi viviamo l’amore in queste due diversissime modalità.








Il mare dunque può rappresentare sia l’una che l’altra tipologia.

Chi volesse approfondire l’affascinante argomento può  leggere il recente libro “Il mare d’amore” di Giorgio Ieranò editore Laterza


Tony Kospan

Copyright Tony Kospan (Vietata la copia senza far riferimento all’autore del post ed al blog)



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I segreti dell’Allegoria dell’Amore e del Tempo… mitica opera del Bronzino – II Parte   Leave a comment

 
 




Ripartiamo, nell’analisi del dipinto,
dalle gambe della dea, dal pomo e dalle maschere
con le parole del Solimano.


 
 
 
 
 
 
 

L’ALLEGORIA DELL’AMORE E DEL TEMPO
ARTE E SEGRETI
II  PARTE
 
 
Ma soprattutto si vedono due maschere, una giovane donna ed un uomo anziano che ha l’aria trista (triste+cattiva).
Le maschere, dice Erwin Panofsky, da sempre simboleggiano “la mondanità, l’insincerità e la falsità”.
Un raccordo con la Frode (la fanciulla), ma anche con il Piacere ed il Gioco (il putto). 
Tutto continua ad essere chiaro ed ambiguo, duplice. 
Nel particolare qui sotto del quadro del Bronzino, si vedono in parte i corpi bellissimi dei due amanti, Venere e Cupido, e continuano a comparire dei simboli, dei sublimi feticci.
Ambiguamente, il voyeurismo si nasconde dietro il significato morale e viceversa.






Proprio nell’angolo in basso si vede una colomba, ma poi se si guarda bene, si vede anche spuntare il becco e la testa di un’altra colomba.
Tubare come colombi” si dice ancor oggi, ed Erwin Panofsky scrive che era un simbolo usuale di “tenera sollecitudine”, a cui è da aggiungere che le coppie di colombi sono note per la monogamia.
Il contesto non sembra quello, considerando il cuscino evidentemente morbidissimo sotto le ginocchia di Cupido, oggetto piuttosto raro allora.
Ancora oggi parliamo dei cuscini in “piumino d’oca” proprio per intendere che la morbidezza è il primo requisito del cuscino, che è un simbolo di lascivia e di mollezza.
“I Racconti del Cuscino” è il titolo di un film pregevole ed originale di Peter Greenaway, l’autore de “I misteri dei Giardini di Compton House”.
Il tema ricorrente di Greenaway è una acuta indagine sull’erotismo, un po’ quello che fa il Bronzino qui.
Dietro Cupido, si intravedono le foglie di un mirto, simbolo classico dell’amore.



 




Ma il corpo di Cupido, è maschile o femminile?
Ci tornerò alla fine. 
In alto c’è un vecchio assai vigoroso, attento e lucidamente iracondo, la testa pelata ed una strana barba assai folta, dove c’è. I baffi spioventi gli coprono le labbra.
Ancora più in alto si vede un’ala biancastra e, vicino alla testa del vecchio, si intravede parte di una clessidra.
Corrisponde con la colomba nell’angolo opposto, quella di cui si vede solo il becco e la testa – il Bronzino era assai lucido nell’organizzare, nel pesare la rappresentazione, ed in questo caso si tratta musicalmente di due note in minore, ma indispensabili.
Questo vecchio è il simbolo del tempo, lo comprendono tutti, ma è bene porsi due domande, una particolare, ed una generale.
Che cosa sta facendo il tempo, anzi il Tempo?



Il tempo 




Sta tirando in alto un drappo, una specie di grande tenda, sta svelando il quadro, con tutti i suoi significati e la loro ambiguità che, per il fatto stesso che ce ne accorgiamo, non c’è più, perché “Veritas filia Temporis”.
 
Perché il Tempo è vecchio? Una domanda ovvia, ma solo in apparenza.
 
Parrà strano, ma nella antichità classica il Tempo non era rappresentato come un vecchio, non c’era questa attenzione all’età del Tempo, anzi, spesso era rappresentato come un giovane con le ali ai piedi: Kairòs, l’Opportunità, che passa veloce e la devi cogliere subito, difatti aveva un gran ciuffo davanti e la nuca rasata.
Il Tempo è rappresentato come un vecchio per l’equivoco tardo-antico fra due parole greche che hanno significato diverso: Chronos, il tempo e Kronos, il padre di Zeus, vecchio e cattivissimo, un mangiabambini, alla lettera.
 
Lascio a voi la riflessione su quanto questa identificazione negativa del Tempo abbia pesato sulla visione di vita di tutto l’Occidente.
 
Per gli antichi Greci, Chronos era una cosa e Kronos tutta un’altra cosa.
 
Kronos, il nostro Saturno, si è mangiato pure Chronos… ed è un bel guaio.









Sono rappresentate due donne, nella parte del dipinto in alto a sinistra.
La simbologia di una delle due, la donna che piange ed urla strappandosi i capelli, è stata sempre chiara, dal Vasari ad oggi, anzi ben prima del Vasari e del Bronzino: è il simbolo della Gelosia disperata, altro inconveniente dell’amore, forse quello che più fa soffrire.

Riguardo la donna più in alto ci sono state molte discussioni; Erwin Panofsky credette di essere arrivato nel giusto definendola come Verità che aiuta il Tempo ad alzare il velo: Veritas filia Temporis, appunto. 
Quindi ritenne che il titolo più appropriato del quadro era: “La lussuria smascherata“. 
Ma ebbe la correttezza di cambiare idea quando osservò che nel quadro c’è una contrapposizione fra questa donna ed il Tempo: si scambiano sguardi irosi e sembra che la donna cerchi più di continuare a coprire col drappo piuttosto che alzarlo. 
Oggi l’interpretazione più diffusa ritiene che questa donna rappresenti la Notte, colei che cela gli amanti ed in cui sembra che il tempo si fermi. 

 
 
 

 

 

Al centro del quadro Cupido e Venere si baciano e si carezzano lascivamente, ma le forme di Cupido hanno ben poco di maschile, sembra un androgino.
 
Qui c’è tutta la cultura neoplatonica di Firenze che tendeva ad una rappresentazione molto simile dei corpi maschili e femminili, lo si vede benissimo dai disegni di Leonardo, Michelangelo e Raffaello.
 
L’aspetto più sorprendente è la gestualità dei due amanti: Venere ha in mano una freccia, Cupido tiene una mano sui capelli di Venere, sino ad arrivare al diadema. 
 
Non possono essere gesti vacui, e l’interpretazione è singolare: entrambi stanno perseguendo la stessa finalità, che è quella di sottrarre qualcosa senza che l’altro se ne accorga.
 
Venere disarma Cupido privandolo della freccia, e Cupido disarma Venere privandola del suo diadema.
 
Entrambi operano in modo nascosto, difatti i loro gesti non possono essere reciprocamente visti.
 
Trovo convincente questa interpretazione, perché dopo che la si è sentita la prima volta non si può fare a meno di vedere la specularità dei due gesti, che sono fra di loro in corrispondenza fraudolenta.



 




Rivediamolo infine un’ultima volta e tutto intero, il quadro,
dopo gli spezzettamenti faticosi della spiegazione.


 

 

 

 


 

Un altro titolo dell’opera, forse più vicino alle intenzioni dell’artista, è “L’Allegoria del Trionfo di Venere”.
 
 
Il quadro è stato eseguito attorno al 1546 e segna la fine del periodo dei manieristi eroici e furiosi: il Parmigianino, il Rosso fiorentino, il Pontormo, i pittori della crisi politica italiana.
 
Due poteri politici assoluti, il Vaticano e la Spagna, hanno vinto, e “la lucida intenzionalità con cui il Bronzino dà forma incorrotta alla materia pittorica, fissando le immagini in una statica e aulica preziosità, si pone come superamento delle inquietudini della precedente generazione manieristica”.
 
E’ “un emblematico riflesso della volontà assolutistica della politica”.
 
Nel tempo succederà altre volte, ancora con grandi artisti: Guido Reni, dopo la tempesta sublime e terrestre del Caravaggio, e Jean Dominique Ingres, dopo la Rivoluzione francese, in piena Restaurazione.
 
Ma se seguiamo Erwin Panofsky, ci accorgiamo di quanta duplicità, ambiguità, insicurezza, ci sia dietro questo trionfo allegorico, ed il Bronzino ne era consapevole, solo che i tempi erano quelli.
 
La scialuppa di salvataggio non è il trionfo, è la consapevolezza, ed il sorriso che ne scaturisce, non ironico né grottesco, è il sorriso di chi ha capito, e va bene così, perché chi se ne accorge già è fuori dal gioco fraudolento della ipocrisia fatta sistema, dei disvalori elevati a valori.
 


Questo può essere il senso catartico del capolavoro del Bronzino.

 

F i n e

 

Testo di Solimano – Impaginazione note e coordinam. di Tony Kospan




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I segreti dell’Allegoria dell’Amore e del Tempo… mitica opera del Bronzino – I Parte   Leave a comment






Spesso gli artisti amano nascondere nele loro opere
pensieri e/o messaggi segreti
che solo pochi poi riescono a individuare e comprendere in modo completo.
Nel periodo Rinascimentale la cosa era molto frequente.

Questo, nella Storia dell’Arte, è proprio uno dei dipinti
più emblematici in tal senso.







In verità ciò, a mio parere, non vuol dire
che bisogna conoscer tutto lo scibile umano
per comprender un’opera d’arte
ma solo che ci possono essere tante “letture”
quante sono le nostre capacità di comprensione
dello spirito e delle idee dell’autore
nonché dell’ambiente reale ed artistico in cui l’opera nasce.



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ALLEGORIA DELL’AMORE E DEL TEMPO

– ARTE E SEGRETI

 

I PARTE

 

 

Agnolo Bronzino


 

In questo post analizzeremo questo famoso dipinto “manierista” che nasconde, dietro la fantastica ed abbagliante bellezza molto, ma davvero molto…, molto altro.
 
Ogni immagine che vediamo nel dipinto infatti non è per nulla casuale… ma ci lancia in modo evidente una serie di messaggi, per la verità non tutti, e non del tutto, decifrati… o decifrabili.
 
Iniziamo dunque, grazie a quest’ampia analisi del Solimano, ricca anche di accenni storici e mitologici, ad approfondire tutto quello che il Bronzino ci vuol dire von questo dipinto.
 
Tony Kospan
 
 
  
 
L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – Il dipinto completo
   

 

 
Il quadro più celebre di Agnolo Bronzino è “L’Allegoria dell’Amore e del Tempo“, 

attualmente esposto alla National Gallery di Londra.
 
Fu eseguito attorno al 1546, ed immediatamente mandato da Cosimo, duca di Firenze, 

a Francesco, re di Francia.
 
E’ certamente una allegoria, il titolo che ho riportato è quello più diffuso.
 


Così ne narra il Vasari“Fece un quadro di singolare bellezza, 

che fu mandato in Francia al re Francesco, dentro il quale era una Venere ignuda con Cupido che la baciava, 

ed il Piacere da un lato e il Giuoco con altri Amori, e dall’altro la Fraude, la Gelosia et altre passioni d’amore”.
 

C’è qualche inesattezza, ma è comprensibile, il Vasari scriveva a memoria, 

il quadro era già in Francia da diverso tempo.
 
Se si dovesse scegliere l’emblema del manierismo maturo non c’è alcun dubbio, 

sarebbe questo quadro, considerato da molti un’opera di sensualità affascinante, 

ed il re di Francia lo gradì soprattutto per questo motivo, 

come ben sapeva quella volpe di Cosimo de’ Medici.

 
Ma è proprio così?

 


O, per meglio dire, è solo così?
 
Nel particolare che inserisco si vede un putto bellissimo che va spargendo petali di rose


è il simbolo del Piacere, su questo sono tutti d’accordo, fin dal Vasari, 


ma chi è la fanciulla assai bella – di una bellezza diversa – il cui volto si vede a fianco del putto?


Il grande Erwin Panofsky ha dedicato alcune delle sue pagine più belle a quest’opera.
 
Racconto quale è la sua interpretazione, oggi quasi* (nota di Tony Kospan) universalmente condivisa.


 
 



Il Piacere (partic. by TK)
 
 

La fanciulla il cui bel volto sbuca dietro il putto, è piuttosto strana, 

se si cerca di guardarne il corpo, che in parte si nasconde sempre dietro il putto, 

e non è un caso. 

Perché la bella veste verde che indossa è in parte sollevata, 

ed appare un corpo squamoso, da pesce o da rettile. 

Più in basso, compariranno delle zampe con artigli ed anche una lunga coda. 

In una mano tiene un favo di miele, 

nell’altra cerca di nascondere un piccolo animale venefico.

Non solo, a ben guardare le due mani sono scambiate

la destra è una sinistra, e la sinistra una destra.










Qualche critico, fermandosi alla pelle squamosa, 

ha ritenuto che fosse una Arpia, ma sono le mani, a svelare l’identità: 

la mano cattiva che offre il dono, 

la mano buona che nasconde il veleno:

una duplicità vertiginosa.


E’ la
Frode (anche l’Inganno o l’Ipocrisia, secondo gli iconologi del ’500), 

la cui caratteristica fondamentale è proprio la duplicità: 

per questo il viso è bellissimo ed il corpo orribile, 

per questo le mani sono scambiate, 

per questo non sta in primo piano, ma si nasconde dietro al putto, 

che è il simbolo del Piacere e del Gioco.

Proprio negli anni in cui opera il Bronzino si diffonde il gusto dei labirinti: 

grafici, scolpiti, realizzati nei giardini, 

quasi a significare la perdita di senso, la difficoltà di trovare una risposta univoca: 

la Frode è una moderna Sfinge, più insidiosa di quella che incontrò Edipo.


 


L’inganno – La fanciulla dietro al putto (guardate le mani n.T.K.)

 

 

Se si esamina il particolare in basso a destra del quadro del Bronzino, 

si scoprono altri aspetti di cui alcuni inattesi.

Non lo è il pomo nella mano (splendida!) di Venere

un dono che la dea intende offrire ad Amore o Cupido 

(si badi, è suo figlio, in quasi tutti i miti, e quindi c’è pure il coté incestuoso); 

tiene il pomo in modo che Cupido lo veda 

però con l’altra mano tiene una freccia, che Cupido non può vedere, 

ma di ciò poi.

Si intravedono anche parte delle gambe della dea, 

che è di una bellezza non so dire se divina o diabolica, 

ed il Bronzino a questo voleva portarci, ad una ammirazione tanto forte quanto turbata.




Pomo, Gambe della dea e maschere (partic.)

 

 

Si vede che il putto ha una cavigliera ornata con campanelli, 

un motivo dell’antichità ellenistica che rimanda al Piacere ed al Gioco.

Si intravedono anche le zampe con gli artigli della bella fanciulla

la Frode, e la sua lunga coda, simile, diremmo noi, 

a quella di un enorme serpente a sonagli, 

che presumibilmente il Bronzino non conosceva (ma che strano, sonagli-campanelli!).


– Continua



Autore del testo Solimano – Impaginazione e presentazione di Tony Kospan




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Afrodite ed Eros – La duplice visione dell’amore nella mitologia greca ed il rapporto col mare anche in dipinti antichi e classici   2 comments





AFRODITE… EROS ED IL MARE
– La duplice visione dell’amore nella mitologia greca –









Per gli antichi greci l’amore era rappresentato da 2 divinità pagane, Afrodite ed Eros (Venere e Cupido per i romani).

Afrodite era nata dal mare ma, a parte la truculenta fecondazione marina, sappiamo solo che nacque dalle parti di Citera.









Tutti conosciamo il bellissimo dipinto del Botticelli in cui vediamo Venere sbucare da una conchiglia in mezzo al mare ma sorprende il ritrovamento di un dipinto simile nell’antica Pompei (vedi qui giù).








Il rapporto di Afrodite col mare non è secondario in quanto i marinai greci amavano lei più di Poseidone (Nettuno) dio del mare. 

Infatti è noto che si affidavano a lei prima di iniziare una navigazione affinché fosse sicura e tranquilla anche se poi, avendo paura dell’ira del dio del mare, facevano sacrifici a lui.








Nella mitologia le relazioni fra il mare l’amore sono tante e sono moltissime le storie ed i miti dell’antica Grecia che associano il mare all’amore (Giasone e Medea, Elena di Troia e Paride, Teseo e Arianna etc..).

Non mancano in queste storie situazioni erotiche, parole spinte, allegorie poetiche, bagni sensuali… e via dicendo. 






Infatti il mito (come tutti i miti pagani anche questo è in sintonia con la realtà) vuol ricordarci che il mare può sorprenderci e nascondere pericoli, ma anche farsi scoprire tesori di bellezza e di armonia, proprio come l’amore e viceversa.

Tornando alla duplice visione dell’amore da parte dei greci antichi veniamo ora ad esaminare Eros.








Eros nasce dal rapporto sessuale tra Poros e Penia (dio dell’abbondanza con la dea della mancanza) avvenuto durante il banchetto per la nascita di Afrodite.

Però benché nei testi più antichi egli sembra rappresentare solo l’amore fisico… pian piano verrà concepito dai greci antichi sempre più come amore travolgente e passionale che ti fa sentire con il cuore “pieno” quando si è con l’amata/o e però con una forte sensazione di mancanza quando si è lontani.

Dunque Eros era il dio che ti fa essere sempre un po’ in tensione ora in modo sublime… ora doloroso.








Egli pure era associabile al mare ma in modo diverso…  e direi opposto.

Con lui il mare viene visto come fantastico, emozionante ma anche tumultuoso e pericoloso.

Se Afrodite era la dea del mare sereno, del mare accogliente ed amico e dunque potremmo definirlo una eterna, absit iniura verbis, bonaccia, Eros era invece il dio del mare agitato che vola in alto come la spuma dei grandi cavalloni ma che poi si scaglia con violenza sulle rocce o sulla riva.








Da ciò si evince che mentre Afrodite rappresentava l’amore sensuale senza problemi, ma anche senza grandi emozioni, e quindi vissuto solo con gioia e per il piacere, Eros invece rappresentava la passione travolgente che ti fa vedere le stelle ma ti può anche far precipitare in un buco nero (gioia e dolore).

In realtà questo evidente dualismo narrato dalla mitologia greca non ha mai cessato di esistere se ancor oggi viviamo l’amore in queste due diversissime modalità.








Il mare dunque può rappresentare sia l’una che l’altra tipologia.

Chi volesse approfondire l’affascinante argomento può  leggere il recente libro “Il mare d’amore” di Giorgio Ieranò editore Laterza


Tony Kospan

Copyright Tony Kospan (Vietata la copia senza far riferimento all’autore del post ed al blog)



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Afrodite.. Eros ed il mare – La duplice visione dell’amore nella mitologia greca.   Leave a comment





AFRODITE… EROS ED IL MARE
– La duplice visione dell’amore nella mitologia greca –









Per gli antichi greci l’amore era rappresentato da 2 divinità pagane, Venere ed Eros (Afrodite e Cupido per i romani).

Afrodite era nata dal mare ma, a parte la truculenta fecondazione marina, sappiamo solo che nacque dalle parti di Citera.









Tutti conosciamo il bellissimo dipinto del Botticelli in cui vediamo Venere sbucare da una conchiglia in mezzo al mare ma sorprende il ritrovamento di un dipinto simile nell’antica Pompei (vedi qui giù).








Il rapporto di Afrodite col mare non è secondario in quanto i marinai greci amavano lei più di Poseidone (Nettuno) dio del mare. 

Infatti è noto che si affidavano a lei prima di iniziare una navigazione affinché fosse sicura e tranquilla anche se poi, avendo paura dell’ira del dio del mare, facevano sacrifici a lui.








Nella mitologia le relazioni fra il mare l’amore sono tante e sono moltissime le storie ed i miti dell’antica Grecia che associano il mare all’amore (Giasone e Medea, Elena di Troia e Paride, Teseo e Arianna etc..).

Non mancano in queste storie situazioni erotiche, parole spinte, allegorie poetiche, bagni sensuali… e via dicendo. 






Infatti il mito (come tutti i miti pagani anche questo è in sintonia con la realtà) vuol ricordarci che il mare può sorprenderci e nascondere pericoli, ma anche farsi scoprire tesori di bellezza e di armonia, proprio come l’amore e viceversa.

Tornando alla duplice visione dell’amore da parte dei greci antichi veniamo ora ad esaminare Eros.








Eros nasce dal rapporto sessuale tra Poros e Penia (dio dell’abbondanza con la dea della mancanza) avvenuto durante il banchetto per la nascita di Afrodite.

Però benché nei testi più antichi egli sembra rappresentare solo l’amore fisico… pian piano verrà concepito dai greci antichi sempre più come amore travolgente e passionale che ti fa sentire con il cuore “pieno” quando si è con l’amata/o e però con una forte sensazione di mancanza quando si è lontani.

Dunque Eros era il dio che ti fa essere sempre un po’ in tensione ora in modo sublime… ora doloroso.








Egli pure era associabile al mare ma in modo diverso…  e direi opposto.

Con lui il mare viene visto come fantastico, emozionante ma anche tumultuoso e pericoloso.

Se Afrodite era la dea del mare sereno, del mare accogliente ed amico e dunque potremmo definirlo una eterna, absit iniura verbis, bonaccia, Eros era invece il dio del mare agitato che vola in alto come la spuma dei grandi cavalloni ma che poi si scaglia con violenza sulle rocce o sulla riva.








Da ciò si evince che mentre Afrodite rappresentava l’amore sensuale senza problemi, ma anche senza grandi emozioni, e quindi vissuto solo con gioia e per il piacere, Eros invece rappresentava la passione travolgente che ti fa vedere le stelle ma ti può anche far precipitare in un buco nero (gioia e dolore).

In realtà questo evidente dualismo narrato dalla mitologia greca non ha mai cessato di esistere se ancora oggi viviamo l’amore in queste due diversissime modalità.








Il mare dunque può rappresentare sia l’una che l’altra tipologia.

Chi volesse approfondire l’affascinante argomento può  leggere il recente libro “Il mare d’amore” di Giorgio Ieranò editore Laterza


Tony Kospan

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L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – Ecco i simboli segreti della mitica opera del Bronzino – II Parte   Leave a comment

 
 




Ripartiamo, nell'analisi del dipinto,
dalle gambe della dea, dal pomo e dalle maschere
con le parole del Solimano.


 
 
 
 
 
 
 

L'ALLEGORIA DELL'AMORE E DEL TEMPO
ARTE E SEGRETI
II  PARTE
 
 
Ma soprattutto si vedono due maschere, una giovane donna ed un uomo anziano che ha l’aria trista (triste+cattiva).
Le maschere, dice Erwin Panofsky, da sempre simboleggiano “la mondanità, l’insincerità e la falsità”.
Un raccordo con la Frode (la fanciulla), ma anche con il Piacere ed il Gioco (il putto). 
Tutto continua ad essere chiaro ed ambiguo, duplice. 
Nel particolare qui sotto del quadro del Bronzino, si vedono in parte i corpi bellissimi dei due amanti, Venere e Cupido, e continuano a comparire dei simboli, dei sublimi feticci.
Ambiguamente, il voyeurismo si nasconde dietro il significato morale e viceversa.






Proprio nell’angolo in basso si vede una colomba, ma poi se si guarda bene, si vede anche spuntare il becco e la testa di un’altra colomba.
Tubare come colombi” si dice ancor oggi, ed Erwin Panofsky scrive che era un simbolo usuale di “tenera sollecitudine”, a cui è da aggiungere che le coppie di colombi sono note per la monogamia.
Il contesto non sembra quello, considerando il cuscino evidentemente morbidissimo sotto le ginocchia di Cupido, oggetto piuttosto raro allora.
Ancora oggi parliamo dei cuscini in “piumino d’oca” proprio per intendere che la morbidezza è il primo requisito del cuscino, che è un simbolo di lascivia e di mollezza.
“I Racconti del Cuscino” è il titolo di un film pregevole ed originale di Peter Greenaway, l’autore de “I misteri dei Giardini di Compton House”.
Il tema ricorrente di Greenaway è una acuta indagine sull’erotismo, un po’ quello che fa il Bronzino qui.
Dietro Cupido, si intravedono le foglie di un mirto, simbolo classico dell’amore.



 




Ma il corpo di Cupido, è maschile o femminile?
Ci tornerò alla fine. 
In alto c’è un vecchio assai vigoroso, attento e lucidamente iracondo, la testa pelata ed una strana barba assai folta, dove c’è. I baffi spioventi gli coprono le labbra.
Ancora più in alto si vede un’ala biancastra e, vicino alla testa del vecchio, si intravede parte di una clessidra.
Corrisponde con la colomba nell’angolo opposto, quella di cui si vede solo il becco e la testa – il Bronzino era assai lucido nell’organizzare, nel pesare la rappresentazione, ed in questo caso si tratta musicalmente di due note in minore, ma indispensabili.
Questo vecchio è il simbolo del tempo, lo comprendono tutti, ma è bene porsi due domande, una particolare, ed una generale.
Che cosa sta facendo il tempo, anzi il Tempo?



Il tempo 




Sta tirando in alto un drappo, una specie di grande tenda, sta svelando il quadro, con tutti i suoi significati e la loro ambiguità che, per il fatto stesso che ce ne accorgiamo, non c’è più, perché “Veritas filia Temporis”.
 
Perché il Tempo è vecchio? Una domanda ovvia, ma solo in apparenza.
 
Parrà strano, ma nella antichità classica il Tempo non era rappresentato come un vecchio, non c’era questa attenzione all’età del Tempo, anzi, spesso era rappresentato come un giovane con le ali ai piedi: Kairòs, l’Opportunità, che passa veloce e la devi cogliere subito, difatti aveva un gran ciuffo davanti e la nuca rasata.
Il Tempo è rappresentato come un vecchio per l’equivoco tardo-antico fra due parole greche che hanno significato diverso: Chronos, il tempo e Kronos, il padre di Zeus, vecchio e cattivissimo, un mangiabambini, alla lettera.
 
Lascio a voi la riflessione su quanto questa identificazione negativa del Tempo abbia pesato sulla visione di vita di tutto l’Occidente.
 
Per gli antichi Greci, Chronos era una cosa e Kronos tutta un’altra cosa.
 
Kronos, il nostro Saturno, si è mangiato pure Chronos… ed è un bel guaio.









Sono rappresentate due donne, nella parte del dipinto in alto a sinistra.
La simbologia di una delle due, la donna che piange ed urla strappandosi i capelli, è stata sempre chiara, dal Vasari ad oggi, anzi ben prima del Vasari e del Bronzino: è il simbolo della Gelosia disperata, altro inconveniente dell’amore, forse quello che più fa soffrire.

Riguardo la donna più in alto ci sono state molte discussioni; Erwin Panofsky credette di essere arrivato nel giusto definendola come Verità che aiuta il Tempo ad alzare il velo: Veritas filia Temporis, appunto. 
Quindi ritenne che il titolo più appropriato del quadro era: “La lussuria smascherata“. 
Ma ebbe la correttezza di cambiare idea quando osservò che nel quadro c’è una contrapposizione fra questa donna ed il Tempo: si scambiano sguardi irosi e sembra che la donna cerchi più di continuare a coprire col drappo piuttosto che alzarlo. 
Oggi l’interpretazione più diffusa ritiene che questa donna rappresenti la Notte, colei che cela gli amanti ed in cui sembra che il tempo si fermi. 

 
 
 

 

 

Al centro del quadro Cupido e Venere si baciano e si carezzano lascivamente, ma le forme di Cupido hanno ben poco di maschile, sembra un androgino.
 
Qui c’è tutta la cultura neoplatonica di Firenze che tendeva ad una rappresentazione molto simile dei corpi maschili e femminili, lo si vede benissimo dai disegni di Leonardo, Michelangelo e Raffaello.
 
L’aspetto più sorprendente è la gestualità dei due amanti: Venere ha in mano una freccia, Cupido tiene una mano sui capelli di Venere, sino ad arrivare al diadema. 
 
Non possono essere gesti vacui, e l’interpretazione è singolare: entrambi stanno perseguendo la stessa finalità, che è quella di sottrarre qualcosa senza che l’altro se ne accorga.
 
Venere disarma Cupido privandolo della freccia, e Cupido disarma Venere privandola del suo diadema.
 
Entrambi operano in modo nascosto, difatti i loro gesti non possono essere reciprocamente visti.
 
Trovo convincente questa interpretazione, perché dopo che la si è sentita la prima volta non si può fare a meno di vedere la specularità dei due gesti, che sono fra di loro in corrispondenza fraudolenta.



 




Rivediamolo infine un'ultima volta e tutto intero, il quadro,
dopo gli spezzettamenti faticosi della spiegazione.


 

 

 

 


 

Un altro titolo dell'opera, forse più vicino alle intenzioni dell’artista, è “L’Allegoria del Trionfo di Venere”.
 
 
Il quadro è stato eseguito attorno al 1546 e segna la fine del periodo dei manieristi eroici e furiosi: il Parmigianino, il Rosso fiorentino, il Pontormo, i pittori della crisi politica italiana.
 
Due poteri politici assoluti, il Vaticano e la Spagna, hanno vinto, e “la lucida intenzionalità con cui il Bronzino dà forma incorrotta alla materia pittorica, fissando le immagini in una statica e aulica preziosità, si pone come superamento delle inquietudini della precedente generazione manieristica”.
 
E’ “un emblematico riflesso della volontà assolutistica della politica”.
 
Nel tempo succederà altre volte, ancora con grandi artisti: Guido Reni, dopo la tempesta sublime e terrestre del Caravaggio, e Jean Dominique Ingres, dopo la Rivoluzione francese, in piena Restaurazione.
 
Ma se seguiamo Erwin Panofsky, ci accorgiamo di quanta duplicità, ambiguità, insicurezza, ci sia dietro questo trionfo allegorico, ed il Bronzino ne era consapevole, solo che i tempi erano quelli.
 
La scialuppa di salvataggio non è il trionfo, è la consapevolezza, ed il sorriso che ne scaturisce, non ironico né grottesco, è il sorriso di chi ha capito, e va bene così, perché chi se ne accorge già è fuori dal gioco fraudolento della ipocrisia fatta sistema, dei disvalori elevati a valori.
 


Questo può essere il senso catartico del capolavoro del Bronzino.

 

F i n e

 

Testo di Solimano – Impaginazione note e coordinam. di Tony Kospan




PER CHI VOLESSE LEGGER LA I PARTE




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L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – Ecco i simboli segreti della mitica opera del Bronzino – I Parte   Leave a comment






Spesso l’Arte ama nascondere pensieri e/o messaggi segreti
che solo pochi poi riescono a individuare e comprendere in modo completo.

Questo, nella Storia dell’Arte, è proprio uno dei dipinti
più emblematici in tal senso.







In verità ciò, a mio parere, non vuol dire
che bisogna conoscer tutto lo scibile umano
per comprender un’opera d’arte
ma solo che ci sono tante letture
quante sono le nostre capacità di comprensione
dello spirito e delle idee dell’autore
nonché del mondo reale ed artistico in cui l’opera nasce.



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ALLEGORIA DELL’AMORE E DEL TEMPO

– ARTE E SEGRETI

 

I PARTE

 

 

Agnolo Bronzino


 

In questo post analizzeremo questo famoso dipinto “manierista” che nasconde, dietro la fantastica ed abbagliante bellezza molto, ma davvero molto…, molto altro…
 
Ogni immagine che vediamo nel dipinto infatti non è per nulla casuale… ma ci lancia in modo evidente una serie di messaggi, per la verità non tutti, e non del tutto, decifrati… o decifrabili.
 
Iniziamo dunque, grazie a quest’ampia analisi del Solimano, ricca anche di accenni storici e mitologici, ad approfondire quello che il Bronzino ci vuol dire.
 
Tony Kospan
 
 
  
 
L’Allegoria dell’Amore e del Tempo – Il dipinto completo
   

 

 
Il quadro più celebre di Agnolo Bronzino è “L’Allegoria dell’Amore e del Tempo“, attualmente esposto alla National Gallery di Londra.
 
Fu eseguito attorno al 1546, ed immediatamente mandato da Cosimo, duca di Firenze, a Francesco, re di Francia.
 
E’ certamente una allegoria, il titolo che ho riportato è quello più diffuso.
 


Così ne narra il Vasari
“Fece un quadro di singolare bellezza, che fu mandato in Francia al re Francesco, dentro il quale era una Venere ignuda con Cupido che la baciava, ed il Piacere da un lato e il Giuoco con altri Amori, e dall’altro la Fraude, la Gelosia et altre passioni d’amore”.
 

C’è qualche inesattezza, ma è comprensibile, il Vasari scriveva a memoria, il quadro era già in Francia da diverso tempo.
 
Se si dovesse scegliere l’emblema del manierismo maturo non c’è alcun dubbio, sarebbe questo quadro, considerato da molti un’opera di sensualità affascinante, ed il re di Francia lo gradì soprattutto per questo motivo, come ben sapeva quella volpe di Cosimo de’ Medici.

 
Ma è proprio così?

 


O, per meglio dire, è solo così?
 
Nel particolare che inserisco si vede un putto bellissimo che va spargendo petali di rose

è il simbolo del Piacere, su questo sono tutti d’accordo, fin dal Vasari, 

ma chi è la fanciulla assai bella – di una bellezza diversa – il cui volto si vede a fianco del putto?

Il grande Erwin Panofsky ha dedicato alcune delle sue pagine più belle a quest’opera.
 
Racconto quale è la sua interpretazione, oggi quasi* (nota di Tony Kospan) universalmente condivisa.


 
 



Il Piacere (partic. by TK)
 
 

La fanciulla il cui bel volto sbuca dietro il putto, è piuttosto strana, se si cerca di guardarne il corpo, che in parte si nasconde sempre dietro il putto, e non è un caso. 

Perché la bella veste verde che indossa è in parte sollevata, ed appare un corpo squamoso, da pesce o da rettile. 

Più in basso, compariranno delle zampe con artigli ed anche una lunga coda. 

In una mano tiene un favo di miele, nell’altra cerca di nascondere un piccolo animale venefico.

Non solo, a ben guardare le due mani sono scambiate: la destra è una sinistra, e la sinistra una destra.








Qualche critico, fermandosi alla pelle squamosa, ha ritenuto che fosse una Arpia, ma sono le mani, a svelare l’identità: 

la mano cattiva che offre il dono, la mano buona che nasconde il veleno: una duplicità vertiginosa.


E’ la
Frode (anche l’Inganno o l’Ipocrisia, secondo gli iconologi del ’500), la cui caratteristica fondamentale è proprio la duplicità: 

per questo il viso è bellissimo ed il corpo orribile, 

per questo le mani sono scambiate, 

per questo non sta in primo piano, ma si nasconde dietro al putto, che è il simbolo del Piacere e del Gioco.

Proprio negli anni in cui opera il Bronzino si diffonde il gusto dei labirinti: 

grafici, scolpiti, realizzati nei giardini, quasi a significare la perdita di senso, la difficoltà di trovare una risposta univoca: 

la Frode è una moderna Sfinge, più insidiosa di quella che incontrò Edipo.


 


L’inganno – La fanciulla dietro al putto (guardate le mani n.T.K.)

 

 

Se si esamina il particolare in basso a destra del quadro del Bronzino, si scoprono altri aspetti di cui alcuni inattesi.

Non lo è il pomo nella mano (splendida!) di Venere, un dono che la dea intende offrire ad Amore o Cupido (si badi, è suo figlio, in quasi tutti i miti, e quindi c’è pure il coté incestuoso); 

tiene il pomo in modo che Cupido lo veda – però con l’altra mano tiene una freccia, che Cupido non può vedere, ma di ciò poi.

Si intravedono anche parte delle gambe della dea, che è di una bellezza non so dire se divina o diabolica, ed il Bronzino a questo voleva portarci, ad una ammirazione tanto forte quanto turbata.



Pomo, Gambe della dea e maschere (partic.)

 

 

Si vede che il putto ha una cavigliera ornata con campanelli, un motivo dell’antichità ellenistica che rimanda al Piacere ed al Gioco.

Si intravedono anche le zampe con gli artigli della bella fanciulla, la Frode, e la sua lunga coda, simile, diremmo noi, a quella di un enorme serpente a sonagli, che presumibilmente il Bronzino non conosceva (ma che strano, sonagli-campanelli!).


– Continua


   Autore del testo Solimano – Impaginazione e presentazione di Tony Kospan



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Allegoria dell’Amore e del Tempo – Ecco i segreti della mitica opera del Bronzino – II Parte   Leave a comment

 
 




Ripartiamo, nell’analisi del dipinto,
dalle gambe della dea, dal pomo e dalle maschere
con le parole del Solimano.


 
 
 
 
 
 
 

L’ALLEGORIA DELL’AMORE E DEL TEMPO
ARTE E SEGRETI
II  PARTE

 
 
Ma soprattutto si vedono due maschere, una giovane donna ed un uomo anziano che ha l’aria trista (triste+cattiva).
Le maschere, dice Erwin Panofsky, da sempre simboleggiano “la mondanità, l’insincerità e la falsità”.
Un raccordo con la Frode (la fanciulla), ma anche con il Piacere ed il Gioco (il putto). 
Tutto continua ad essere chiaro ed ambiguo, duplice. 
Nel particolare qui sotto del quadro del Bronzino, si vedono in parte i corpi bellissimi dei due amanti, Venere e Cupido, e continuano a comparire dei simboli, dei sublimi feticci.
Ambiguamente, il voyeurismo si nasconde dietro il significato morale e viceversa.






Proprio nell’angolo in basso si vede una colomba, ma poi se si guarda bene, si vede anche spuntare il becco e la testa di un’altra colomba.
Tubare come colombi” si dice ancor oggi, ed Erwin Panofsky scrive che era un simbolo usuale di “tenera sollecitudine”, a cui è da aggiungere che le coppie di colombi sono note per la monogamia.
Il contesto non sembra quello, considerando il cuscino evidentemente morbidissimo sotto le ginocchia di Cupido, oggetto piuttosto raro allora.
Ancora oggi parliamo dei cuscini in “piumino d’oca” proprio per intendere che la morbidezza è il primo requisito del cuscino, che è un simbolo di lascivia e di mollezza.
“I Racconti del Cuscino” è il titolo di un film pregevole ed originale di Peter Greenaway, l’autore de “I misteri dei Giardini di Compton House”.
Il tema ricorrente di Greenaway è una acuta indagine sull’erotismo, un po’ quello che fa il Bronzino qui.
Dietro Cupido, si intravedono le foglie di un mirto, simbolo classico dell’amore.



 




Ma il corpo di Cupido, è maschile o femminile?
Ci tornerò alla fine. 
In alto c’è un vecchio assai vigoroso, attento e lucidamente iracondo, la testa pelata ed una strana barba assai folta, dove c’è. I baffi spioventi gli coprono le labbra.
Ancora più in alto si vede un’ala biancastra e, vicino alla testa del vecchio, si intravede parte di una clessidra.
Corrisponde con la colomba nell’angolo opposto, quella di cui si vede solo il becco e la testa – il Bronzino era assai lucido nell’organizzare, nel pesare la rappresentazione, ed in questo caso si tratta musicalmente di due note in minore, ma indispensabili.
Questo vecchio è il simbolo del tempo, lo comprendono tutti, ma è bene porsi due domande, una particolare, ed una generale.
Che cosa sta facendo il tempo, anzi il Tempo?



Il tempo 




Sta tirando in alto un drappo, una specie di grande tenda, sta svelando il quadro, con tutti i suoi significati e la loro ambiguità che, per il fatto stesso che ce ne accorgiamo, non c’è più, perché “Veritas filia Temporis”.
 
Perché il Tempo è vecchio? Una domanda ovvia, ma solo in apparenza.
 
Parrà strano, ma nella antichità classica il Tempo non era rappresentato come un vecchio, non c’era questa attenzione all’età del Tempo, anzi, spesso era rappresentato come un giovane con le ali ai piedi: Kairòs, l’Opportunità, che passa veloce e la devi cogliere subito, difatti aveva un gran ciuffo davanti e la nuca rasata.
Il Tempo è rappresentato come un vecchio per l’equivoco tardo-antico fra due parole greche che hanno significato diverso: Chronos, il tempo e Kronos, il padre di Zeus, vecchio e cattivissimo, un mangiabambini, alla lettera.
 
Lascio a voi la riflessione su quanto questa identificazione negativa del Tempo abbia pesato sulla visione di vita di tutto l’Occidente.
 
Per gli antichi Greci, Chronos era una cosa e Kronos tutta un’altra cosa.
 
Kronos, il nostro Saturno, si è mangiato pure Chronos… ed è un bel guaio.









Sono rappresentate due donne, nella parte del dipinto in alto a sinistra.
La simbologia di una delle due, la donna che piange ed urla strappandosi i capelli, è stata sempre chiara, dal Vasari ad oggi, anzi ben prima del Vasari e del Bronzino: è il simbolo della Gelosia disperata, altro inconveniente dell’amore, forse quello che più fa soffrire.

Riguardo la donna più in alto ci sono state molte discussioni; Erwin Panofsky credette di essere arrivato nel giusto definendola come Verità che aiuta il Tempo ad alzare il velo: Veritas filia Temporis, appunto. 
Quindi ritenne che il titolo più appropriato del quadro era: “La lussuria smascherata“. 
Ma ebbe la correttezza di cambiare idea quando osservò che nel quadro c’è una contrapposizione fra questa donna ed il Tempo: si scambiano sguardi irosi e sembra che la donna cerchi più di continuare a coprire col drappo piuttosto che alzarlo. 
Oggi l’interpretazione più diffusa ritiene che questa donna rappresenti la Notte, colei che cela gli amanti ed in cui sembra che il tempo si fermi. 

 
 
 

 

 

Al centro del quadro Cupido e Venere si baciano e si carezzano lascivamente, ma le forme di Cupido hanno ben poco di maschile, sembra un androgino.
 
Qui c’è tutta la cultura neoplatonica di Firenze che tendeva ad una rappresentazione molto simile dei corpi maschili e femminili, lo si vede benissimo dai disegni di Leonardo, Michelangelo e Raffaello.
 
L’aspetto più sorprendente è la gestualità dei due amanti: Venere ha in mano una freccia, Cupido tiene una mano sui capelli di Venere, sino ad arrivare al diadema. 
 
Non possono essere gesti vacui, e l’interpretazione è singolare: entrambi stanno perseguendo la stessa finalità, che è quella di sottrarre qualcosa senza che l’altro se ne accorga.
 
Venere disarma Cupido privandolo della freccia, e Cupido disarma Venere privandola del suo diadema.
 
Entrambi operano in modo nascosto, difatti i loro gesti non possono essere reciprocamente visti.
 
Trovo convincente questa interpretazione, perché dopo che la si è sentita la prima volta non si può fare a meno di vedere la specularità dei due gesti, che sono fra di loro in corrispondenza fraudolenta.



 




Rivediamolo infine un’ultima volta e tutto intero, il quadro,
dopo gli spezzettamenti faticosi della spiegazione.


 

 

 

 


 

Un altro titolo dell’opera, forse più vicino alle intenzioni dell’artista, è “L’Allegoria del Trionfo di Venere”.
 
 
Il quadro è stato eseguito attorno al 1546 e segna la fine del periodo dei manieristi eroici e furiosi: il Parmigianino, il Rosso fiorentino, il Pontormo, i pittori della crisi politica italiana.
 
Due poteri politici assoluti, il Vaticano e la Spagna, hanno vinto, e “la lucida intenzionalità con cui il Bronzino dà forma incorrotta alla materia pittorica, fissando le immagini in una statica e aulica preziosità, si pone come superamento delle inquietudini della precedente generazione manieristica”.
 
E’ “un emblematico riflesso della volontà assolutistica della politica”.
 
Nel tempo succederà altre volte, ancora con grandi artisti: Guido Reni, dopo la tempesta sublime e terrestre del Caravaggio, e Jean Dominique Ingres, dopo la Rivoluzione francese, in piena Restaurazione.
 
Ma se seguiamo Erwin Panofsky, ci accorgiamo di quanta duplicità, ambiguità, insicurezza, ci sia dietro questo trionfo allegorico, ed il Bronzino ne era consapevole, solo che i tempi erano quelli.
 
La scialuppa di salvataggio non è il trionfo, è la consapevolezza, ed il sorriso che ne scaturisce, non ironico né grottesco, è il sorriso di chi ha capito, e va bene così, perché chi se ne accorge già è fuori dal gioco fraudolento della ipocrisia fatta sistema, dei disvalori elevati a valori.
 


Questo può essere il senso catartico del capolavoro del Bronzino.

 

F i n e

 

Testo di Solimano – Impaginazione note e coordinam. di Tony Kospan




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