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La Melencolia di Durer del 1514 è una delle più importanti opere d’arte dedicate alla malinconia   Leave a comment

.


Benché coperta da un’ampia mole di simboli ed allegorie di tipo ermetico
tuttavia la mitica opera del ‘500 tedesco, che andremo ora ad esaminare,
non nasconde quello che è poi il suo vero significato.

E cioè descrivere quello stato d’animo leggermente triste
ma anche meditativo… (se non troppo prolungato nel tempo)
che definiamo malinconia.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dürer, di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente del rinascimento… tedesco. 
 
A seguito di contatti con ambienti neoplatonici veneziani
egli oltre a conoscere e studiare il rinascimento italiano 
s’avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche
di cui questa sua MELENCOLIA 
è la massima espressione artistica.
.
.



LA MELENCOLIA DI DURER

.

.

.
.
 
Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514

 
 
 

La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche “primo segno” dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.

A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758

 

.
 
 
 
 .
.
 


Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.

 
 .
.


 
Il Cavaliere (II)
 

 

 

La seconda opera del trittico, “Il Cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta la sfera morale e la terza “S. Girolamo nella cella” quella della teologia e della meditazione.

 
 .
.
.
 
San Girolamo nello studio (III)


 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL’OPERA

 
 

Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della malinconia, ed intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale e scientifico e quello immaginativo dell’arte.


Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno “lunare”, brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 
Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.


Tutta l’opera è disseminata dei simboli del “sapere” alchemico.



.
.
 

 .
.
 

Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.


Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.


Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.


Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.


La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio (quasi certamente lo stesso autore) dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.


Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartello sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo.




Arcobaleno.. cometa.. clessidra e bilancia




Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.


Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.


Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.

.

.

.

 
 

.

.

Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).

Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi a Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.







Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra 

(vedi su immagine con arcobaleno);

la prima non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, 

l’altra porta con sé varie simbologie: 

dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene.


Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, 

al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala 

che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, 

ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza 

in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.



Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, 

è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele 

e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato 

che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare 

e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto 

ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.



Tutta l’opera, che è conservata al Metropolitan Museum di New York

è composta con i soli colori bianchi e neri con diverse sfumature e tonalità.



 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti : vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




IL GRUPPO IN CUI POSSIAMO VIVER L’ARTE…
INSIEME

.

.

.


Albrecht Dürer
(Norimberga 21 maggio 1471 – Norimberga 6 aprile 1528) 
pittore, incisore e matematico tedesco.





Van Gogh e Gauguin – La loro amicizia ed il mistero dell’orecchio tagliato – Le ipotesi.. alcuni capolavori e la canzone Vincent   Leave a comment

.






Diamo uno sguardo nelle pieghe della storia dell’arte.


.

Ripercorriamo la storia dell’amicizia

tra 2 dei più grandi pittori di sempre, Van Gogh e Gauguin,

ed esaminiamo le ultime ipotesi su questo giallo della storia dell’arte.




Gauguin e Van Gogh

.

.


IL GIALLO DELL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH

a cura di Tony Kospan



I 2 AMICI PITTORI AD ARLES





Che cosa furono le nove settimane (novembre – dicembre 1888) 

in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles?




Van Gogh  (Zundert 30.3.1853 – Auvers-sur-Oise 29.7.1890)





Un disastro! 

Eppure un trionfo, la follia a braccetto del genio, la gioia di creare e la nevrosi di fallire. 

Si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, 

con il secondo che saggiamente se ne andava a dormire in albergo, 

con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale. 

Questa è la classica interpretazione di questo drammatico episodio.




Gauguin (Parigi 7.6.1848 – Hiva Oa 8.5.1903)




Di lì poi il ricovero in clinica, un mesto saluto, un non più rivedersi. 

Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, 

in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato. 

Paul gli sopravviverà  per un decennio e poco più, e morirà in un’isola delle Marchesi 

dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato. 

Trentasette anni aveva l’uno, cinquantacinque l’altro.



 

La Casa gialla – Van Gogh




Questo loro sodalizio di amicizia e arte ci viene raccontato ne “La Casa Gialla” 

da Martin Gaylord in una biografia parallela tra i 2 grandi artisti. 

Questo però è solo l’antefatto storico-artistico.

che ci porta a conoscere una nuova ipotesi sulla mutilazione all’orecchio di Van Gogh.




LA NUOVA IPOTESI SULL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH



Vincent Van Gogh – Autoritratto con l’orecchio tagliato – (1889)




Un accordo segreto, ma anche la prova tangibile di un’amici­zia 

al tempo stesso profonda e complicata tra due giganti dell’arte. 

Il saggio di Hans Kaufmann e Rita Wildegans 

(L’orecchio di Van Go­gh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) 

ora propo­ne un’interpretazione inedita di un fatto notissimo. 

Non sarebbe stato Van Gogh a tagliarsi l’orecchio nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 1888, 

ad Arles, ma sarebbe in­vece stato Gauguin a ferire l’amico al ter­mine di un litigio, 

forse non per motivi ar­tistici, ma piuttosto per colpa di «una cer­ta Rachele».








Il saggio con­ferma anche il legame tra Vincent e Paul e quella tensione, 

mista a gelosia, che accomunava i due. 

Una tensione che il critico Flavio Ca­roli definisce 

«ben avvertibile già a partire dall’inverno del 1886, che sembrava nasce­re 

dalla gelosia di Van Gogh per l’amico più ‘forte’ 

e che vedeva come terzo inco­modo il giovane Émile Bernard». 

Secondo Caroli l’interpretazione di Kaufmann e Wil­degans «è possibile», 

anche perché di quell’evento non ci sono documenti certi: 

«Se non quelli ufficiali del sindaco di Ar­les, 

la petizione dei cittadini che non vole­vano quel pittore così scomodo 

e il reso­conto della polizia di un Van Gogh che si presenta in un bordello 

con il suo orec­chio avvolto nella carta di giornale». 

I due ricercatori tedeschi sostengono che 

«l’automutilazione di Van Gogh non è mai stata provata» 

e che, di fatto, «l’unica testimonianza accertata è quella di Gau­guin ». 





Paul Gauguin – Ritratto di Van Gogh mentre dipinge i girasoli


.

.

Infatti Gauguin ce ne parla ampiamente nel libro Avant et après del 1903 e, 

forse non per caso, dopo l’incidente sarebbe precipi­tosamente ritornato a Parigi per poi fuggi­re a Tahiti. 

Gauguin avrebbe mozzato il lo­bo dell’orecchio di Van Gogh con una scia­bola, 

che poi avrebbe gettato nel Rodano, al termine di un litigio «su una prostitu­ta », 

Rachele appunto (e non su problemi d’arte) mentre l’amico 

avrebbe taciuto per proteggerlo (più tardi i due si sarebbero anche scritti). 

La mattina del 24 la polizia avrebbe poi trovato un uomo con il volto insanguinato 

e l’avrebbe fatto ricoverare in ospedale. 

Scrivono Kaufmann e Wildegans: 

«La versione tradizionale, quella finora accre­ditata, 

è basata solo su affermazioni senza prove e sul racconto di Gauguin, 

che non sarebbe nemmeno stato presente al fatto, un racconto pieno di contraddizioni e di punti oscuri.  

Non esiste un’inchiesta uffi­ciale e nemmeno un testimone indipen­dente.  
Van Gogh, per parte sua, non ha mai confermato niente». 
Questa tesi dunque smentirebbe un’au­tomutilazione 

che avrebbe anticipato il suicidio di Van Gogh 2 anni dopo.




Gauguin – I girasoli


.


ALCUNE CONSIDERAZIONI



Dunque, nessuna nuova prova.  

Eppure questa lettura può essere convincente. 
Dice Marco Goldin «Sono stupito, ma può essere una lettura co­me un’altra.  
Certo, il fatto che quel litigio non fosse legato all’arte, ma a una donna, era abbastanza noto». 
Vittorio Sgarbi conferma: 

«Quella dell’automutilazione è una leggenda, per cui anche quest’altra ipotesi può essere valida». 

In ogni caso proprio in quella Casa gialla, che fungeva da casa e da studio per i 2 amici, 

furono creati quei capolavori che ammiriamo e che troviamo nei musei di tutto il mondo. 

Nonostante la loro difficile amicizia i 2 in quelle intense settimane 

cambiarono la Storia dell’Arte con le loro intuizioni e sperimentazioni.




 

Camera da letto dell’artista – Van Gogh





L’AMICIZIA TRA I 2 GRANDI ARTISTI CANTATA DA VECCHIONI

.

.


La loro vera e forte amicizia ha fatto nascere questa stupenda mitica poetica canzone scritta da Don McLean e cantata in Italia da Vecchioni col titolo VINCENT.

Consiglio di ascoltarla ammirando nel contempo diversi dipinti dei 2 grandissimi artisti.








TONY KOSPAN

.

.


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– Post copiatissimo!!!!


– 

Fonti: immagini e testi da vari siti web


– Impaginazione, libere rielaborazioni e coordinamento.. di Tony Kospan


– 

Per chi copia tutto il post… è vietato tralasciare il nome del blog e l’autore del post.







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Van Gogh – Giardino ad Auvers – 1890




La Melencolia di Durer (1514) è una delle più grandi opere dedicate alla malinconia. Conosciamola.   Leave a comment

.


Benché coperta da un'ampia mole di simboli ed allegorie di tipo ermetico
tuttavia la mitica opera del '500 tedesco, che andremo ora ad esaminare,
non nasconde quello che è poi il suo vero significato.

E cioè descrivere quello stato d'animo leggermente triste
ma anche meditativo… (se non troppo prolungato nel tempo)
che definiamo malinconia.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dürer, di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente del rinascimento… tedesco. 
 
A seguito di contatti con ambienti neoplatonici veneziani
egli oltre a conoscere e studiare il rinascimento italiano 
s'avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche
di cui questa sua MELENCOLIA 
è la massima espressione artistica.
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LA MELENCOLIA DI DURER

.

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Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514

 
 
 

La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche “primo segno” dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.

A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758

 

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 .
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Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.

 
 .
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Il Cavaliere (II)
 

 

 

La seconda opera del trittico, “Il Cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta la sfera morale e la terza “S. Girolamo nella cella” quella della teologia e della meditazione.

 
 .
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San Girolamo nello studio (III)


 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL'OPERA

 
 

Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della malinconia, ed intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale e scientifico e quello immaginativo dell’arte.


Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno “lunare”, brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 
Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.


Tutta l’opera è disseminata dei simboli del “sapere” alchemico.



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 .
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Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.


Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.


Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.


Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.


La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio (quasi certamente lo stesso autore) dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.


Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartello sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo.




Arcobaleno.. cometa.. clessidra e bilancia




Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.


Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.


Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.

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Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).

Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi a Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.







Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra 

(vedi su immagine con arcobaleno);

la prima non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, 

l’altra porta con sé varie simbologie: 

dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene.


Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, 

al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala 

che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, 

ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza 

in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.



Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, 

è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele 

e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato 

che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare 

e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto 

ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.



Tutta l'opera, che è conservata al Metropolitan Museum di New York

è composta con i soli colori bianchi e neri con diverse sfumature e tonalità.



 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti : vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




IL GRUPPO IN CUI POSSIAMO VIVER L’ARTE…
INSIEME

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Albrecht Dürer
(Norimberga 21 maggio 1471 – Norimberga 6 aprile 1528) 
pittore, incisore e matematico tedesco.





Van Gogh e Gauguin – Il mistero dell’orecchio tagliato – Le ipotesi.. alcuni loro capolavori e la canzone Vincent   Leave a comment

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Diamo uno sguardo nelle pieghe della storia dell’arte.


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Ripercorriamo la storia dell’amicizia

tra 2 dei più grandi pittori di sempre, Van Gogh e Gauguin,

ed esaminiamo le ultime ipotesi su questo giallo della storia dell’arte.




Gauguin e Van Gogh

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IL GIALLO DELL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH

a cura di Tony Kospan



I 2 AMICI PITTORI AD ARLES





Che cosa furono le nove settimane (novembre – dicembre 1888) 

in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles?




Van Gogh  (Zundert 30.3.1853 – Auvers-sur-Oise 29.7.1890)





Un disastro! 

Eppure un trionfo, la follia a braccetto del genio, la gioia di creare e la nevrosi di fallire. 

Si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, 

con il secondo che saggiamente se ne andava a dormire in albergo, 

con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale. 

Questa è la classica interpretazione di questo drammatico episodio.




Gauguin (Parigi 7.6.1848 – Hiva Oa 8.5.1903)




Di lì poi il ricovero in clinica, un mesto saluto, un non più rivedersi. 

Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, 

in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato. 

Paul gli sopravviverà  per un decennio e poco più, e morirà in un’isola delle Marchesi 

dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato. 

Trentasette anni aveva l’uno, cinquantacinque l’altro.



 

La Casa gialla – Van Gogh




Questo loro sodalizio di amicizia e arte ci viene raccontato ne “La Casa Gialla” 

da Martin Gaylord in una biografia parallela tra i 2 grandi artisti. 

Questo però è solo l’antefatto storico-artistico.

che ci porta a conoscere una nuova ipotesi sulla mutilazione all’orecchio di Van Gogh.




LA NUOVA IPOTESI SULL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH



Vincent Van Gogh – Autoritratto con l’orecchio tagliato – (1889)




Un accordo segreto, ma anche la prova tangibile di un’amici­zia 

al tempo stesso profonda e complicata tra due giganti dell’arte. 

Il saggio di Hans Kaufmann e Rita Wildegans 

(L’orecchio di Van Go­gh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) 

ora propo­ne un’interpretazione inedita di un fatto notissimo. 

Non sarebbe stato Van Gogh a tagliarsi l’orecchio nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 1888, 

ad Arles, ma sarebbe in­vece stato Gauguin a ferire l’amico al ter­mine di un litigio, 

forse non per motivi ar­tistici, ma piuttosto per colpa di «una cer­ta Rachele».








Il saggio con­ferma anche il legame tra Vincent e Paul e quella tensione, 

mista a gelosia, che accomunava i due. 

Una tensione che il critico Flavio Ca­roli definisce 

«ben avvertibile già a partire dall’inverno del 1886, che sembrava nasce­re 

dalla gelosia di Van Gogh per l’amico più ‘forte’ 

e che vedeva come terzo inco­modo il giovane Émile Bernard». 

Secondo Caroli l’interpretazione di Kaufmann e Wil­degans «è possibile», 

anche perché di quell’evento non ci sono documenti certi: 

«Se non quelli ufficiali del sindaco di Ar­les, 

la petizione dei cittadini che non vole­vano quel pittore così scomodo 

e il reso­conto della polizia di un Van Gogh che si presenta in un bordello 

con il suo orec­chio avvolto nella carta di giornale». 

I due ricercatori tedeschi sostengono che 

«l’automutilazione di Van Gogh non è mai stata provata» 

e che, di fatto, «l’unica testimonianza accertata è quella di Gau­guin ». 





Paul Gauguin – Ritratto di Van Gogh mentre dipinge i girasoli


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Infatti Gauguin ce ne parla ampiamente nel libro Avant et après del 1903 e, 

forse non per caso, dopo l’incidente sarebbe precipi­tosamente ritornato a Parigi per poi fuggi­re a Tahiti. 

Gauguin avrebbe mozzato il lo­bo dell’orecchio di Van Gogh con una scia­bola, 

che poi avrebbe gettato nel Rodano, al termine di un litigio «su una prostitu­ta », 

Rachele appunto (e non su problemi d’arte) mentre l’amico 

avrebbe taciuto per proteggerlo (più tardi i due si sarebbero anche scritti). 

La mattina del 24 la polizia avrebbe poi trovato un uomo con il volto insanguinato 

e l’avrebbe fatto ricoverare in ospedale. 

Scrivono Kaufmann e Wildegans: 

«La versione tradizionale, quella finora accre­ditata, 

è basata solo su affermazioni senza prove e sul racconto di Gauguin, 

che non sarebbe nemmeno stato presente al fatto, un racconto pieno di contraddizioni e di punti oscuri.  

Non esiste un’inchiesta uffi­ciale e nemmeno un testimone indipen­dente.  
Van Gogh, per parte sua, non ha mai confermato niente». 
Questa tesi dunque smentirebbe un’au­tomutilazione 

che avrebbe anticipato il suicidio di Van Gogh 2 anni dopo.




Gauguin – I girasoli


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ALCUNE CONSIDERAZIONI



Dunque, nessuna nuova prova.  

Eppure questa lettura può essere convincente. 
Dice Marco Goldin «Sono stupito, ma può essere una lettura co­me un’altra.  
Certo, il fatto che quel litigio non fosse legato all’arte, ma a una donna, era abbastanza noto». 
Vittorio Sgarbi conferma: 

«Quella dell’automutilazione è una leggenda, per cui anche quest’altra ipotesi può essere valida». 

In ogni caso proprio in quella Casa gialla, che fungeva da casa e da studio per i 2 amici, 

furono creati quei capolavori che ammiriamo e che troviamo nei musei di tutto il mondo. 

Nonostante la loro difficile amicizia i 2 in quelle intense settimane 

cambiarono la Storia dell’Arte con le loro intuizioni e sperimentazioni.




 

Camera da letto dell’artista – Van Gogh





L’AMICIZIA TRA I 2 GRANDI ARTISTI CANTATA DA VECCHIONI

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La loro vera e forte amicizia ha fatto nascere questa stupenda mitica poetica canzone scritta da Don McLean e cantata in Italia da Vecchioni col titolo VINCENT.

Consiglio di ascoltarla ammirando nel contempo diversi dipinti dei 2 grandissimi artisti.








TONY KOSPAN

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– Post copiatissimo!!!!


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Fonti: immagini e testi da vari siti web


– Impaginazione, libere rielaborazioni e coordinamento.. di Tony Kospan


– 

Per chi copia tutto il post… è vietato tralasciare il nome del blog e l’autore del post.







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IL GRUPPO DI CHI AMA
VIVER L’ARTE… INSIEME












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Van Gogh – Giardino ad Auvers – 1890




La Melencolia di Durer (1514) – Ecco una delle più grandi opere dedicate alla malinconia   Leave a comment

.


Benché coperta da un’ampia mole di simboli ed allegorie di tipo ermetico
tuttavia la mitica opera del ‘500 tedesco, che andremo ora ad esaminare,
non nasconde quello che è poi il suo vero significato.

E cioè descrivere quello stato d’animo leggermente triste
ma anche meditativo… (se non troppo prolungato nel tempo)
che definiamo malinconia.


 
 
 
 
Albrecht Dürer
(Norimberga 21 maggio 1471 – Norimberga 6 aprile 1528)
è stato un pittore, incisore e matematico tedesco.
 
 
 
 
 
Dürer, di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente del rinascimento… tedesco. 
 
A seguito di contatti con ambienti neoplatonici veneziani
egli oltre a conoscere e studiare il rinascimento italiano 
s’avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche
di cui questa sua MELENCOLIA 
è la massima espressione artistica.
.
.



LA MELENCOLIA DI DURER

.

.

.
.
 
Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514

 
 
 

La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche “primo segno” dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.

A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758

 

.
 
 
 
 .
.
 


Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.

 
 .
.


 
Il Cavaliere (II)
 

 

 

La seconda opera del trittico, “Il Cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta la sfera morale e la terza “S. Girolamo nella cella” quella della teologia e della meditazione.

 
 .
.
.
 
San Girolamo nello studio (III)


 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL’OPERA

 
 

Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della malinconia, ed intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale e scientifico e quello immaginativo dell’arte.


Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno “lunare”, brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 
Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.


Tutta l’opera è disseminata dei simboli del “sapere” alchemico.


 

.
.
 

 .
.
 


Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.


Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.


Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.


Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.


La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio (quasi certamente lo stesso autore) dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.


Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartello sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo.




Arcobaleno.. cometa.. clessidra e bilancia




Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.


Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.


Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.

.

.

.

 
 

.

.

 

Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).

Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi a Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.







Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra 

(vedi su immagine con arcobaleno);

la prima non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, 

l’altra porta con sé varie simbologie: 

dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene.


Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, 

al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala 

che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, 

ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza 

in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.



Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, 

è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele 

e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato 

che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare 

e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto 

ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.



Tutta l’opera, che è conservata al Metropolitan Museum di New York

è composta con i soli colori bianchi e neri con diverse sfumature e tonalità.



 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti : vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




IL GRUPPO IN CUI POSSIAMO VIVER L’ARTE…
INSIEME

.

.

.





Van Gogh e Gauguin – Il mistero dell’orecchio tagliato – Le ipotesi.. alcuni loro capolavori e la canzone Vincent   2 comments

.






Diamo uno sguardo nelle pieghe della storia dell’arte.


.

Ripercorriamo la storia dell’amicizia

tra 2 dei più grandi pittori di sempre, Van Gogh e Gauguin,

e le ultime ipotesi su un giallo della storia dell’arte.




Gauguin e Van Gogh

.

.


IL GIALLO DELL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH

a cura di Tony Kospan



I 2 AMICI PITTORI AD ARLES





Che cosa furono le nove settimane (novembre – dicembre 1888) 

in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles?




Van Gogh  (Zundert 30.3.1853 – Auvers-sur-Oise 29.7.1890)





Un disastro! 

Eppure un trionfo, la follia a braccetto del genio, la gioia di creare e la nevrosi di fallire.

Si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, 

con il secondo che saggiamente se ne andava a dormire in albergo, 

con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale.

Questa è la classica interpretazione di questo drammatico episodio.




Gauguin (Parigi 7.6.1848 – Hiva Oa 8.5.1903)




Di lì poi il ricovero in clinica, un mesto saluto, un non più rivedersi.

Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, 

in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato.

Paul gli sopravviverà  per un decennio e poco più, e morirà in un’isola delle Marchesi 

dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato.

Trentasette anni aveva l’uno, cinquantacinque l’altro.





La Casa gialla – Van Gogh




Questo loro sodalizio di amicizia e arte ci viene raccontato ne “La Casa Gialla” 

da Martin Gaylord in una biografia parallela tra i 2 grandi artisti.

Questo però è solo l’antefatto storico-artistico.

che ci porta a conoscere una nuova ipotesi sulla mutilazione all’orecchio di Van Gogh.




NUOVA IPOTESI SULL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH



Vincent Van Gogh – Autoritratto con l’orecchio tagliato – (1889)




Un accordo segreto, ma anche la prova tangibile di un’amici­zia 

al tempo stesso profonda e complicata tra due giganti dell’arte.

Il saggio di Hans Kaufmann e Rita Wildegans 

(L’orecchio di Van Go­gh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) 

ora propo­ne un’interpretazione inedita di un fatto notissimo.

Non sarebbe stato Van Gogh a tagliarsi l’orecchio nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 1888, 

ad Arles, ma sarebbe in­vece stato Gauguin a ferire l’amico al ter­mine di un litigio, 

forse non per motivi ar­tistici, ma piuttosto per colpa di «una cer­ta Rachele».








Il saggio con­ferma anche il legame tra Vincent e Paul e quella tensione, 

mista a gelosia, che accomunava i due.

Una tensione che il critico Flavio Ca­roli definisce 

«ben avvertibile già a partire dall’inverno del 1886, che sembrava nasce­re 

dalla gelosia di Van Gogh per l’amico più ‘forte’ 

e che vedeva come terzo inco­modo il giovane Émile Bernard».

Secondo Caroli l’interpretazione di Kaufmann e Wil­degans «è possibile», 

anche perché di quell’evento non ci sono documenti certi: 

«Se non quelli ufficiali del sindaco di Ar­les, 

la petizione dei cittadini che non vole­vano quel pittore così scomodo 

e il reso­conto della polizia di un Van Gogh che si presenta in un bordello 

con il suo orec­chio avvolto nella carta di giornale».

I due ricercatori tedeschi sostengono che 

«l’automutilazione di Van Gogh non è mai stata provata» 

e che, di fatto, «l’unica testimonianza accertata è quella di Gau­guin ». 





Paul Gauguin – Ritratto di Van Gogh mentre dipinge i girasoli


.

.

Infatti Gauguin ce ne parla ampiamente nel libro Avant et après del 1903 e, 

forse non per caso, dopo l’incidente sarebbe precipi­tosamente ritornato a Parigi per poi fuggi­re a Tahiti.

Gauguin avrebbe mozzato il lo­bo dell’orecchio di Van Gogh con una scia­bola, 

che poi avrebbe gettato nel Rodano, al termine di un litigio «su una prostitu­ta », 

Rachele appunto (e non su problemi d’arte) mentre l’amico 

avrebbe taciuto per proteggerlo (più tardi i due si sarebbero anche scritti).

La mattina del 24 la polizia avrebbe poi trovato un uomo con il volto insanguinato 

e l’avrebbe fatto ricoverare in ospedale. Scrivono Kaufmann e Wildegans: 

«La versione tradizionale, quella finora accre­ditata, 

è basata solo su affermazioni senza prove e sul racconto di Gauguin, 

che non sarebbe nemmeno stato presente al fatto, un racconto pieno di contraddizioni e di punti oscuri. 

Non esiste un’inchiesta uffi­ciale e nemmeno un testimone indipen­dente. 

Van Gogh, per parte sua, non ha mai confermato niente».

Questa tesi dunque smentirebbe un’au­tomutilazione 

che avrebbe anticipato il suicidio di Van Gogh 2 anni dopo.




Gauguin – I girasoli


.


ALCUNE CONSIDERAZIONI



Dunque, nessuna nuova prova. 

Eppure questa lettura può essere convincente.

Dice Marco Goldin «Sono stupito, ma può essere una lettura co­me un’altra. 

Certo, il fatto che quel litigio non fosse legato all’arte, ma a una donna, era abbastanza noto».

Vittorio Sgarbi conferma: 

«Quella dell’automutilazione è una leggenda, per cui anche quest’altra ipotesi può essere valida».

In ogni caso proprio in quella Casa gialla, che fungeva da casa e da studio per i 2 amici, 

furono creati quei capolavori che ammiriamo e che troviamo nei musei di tutto il mondo.

Nonostante la loro difficile amicizia i quelle intense settimane 

cambiarono la Storia dell’Arte con le loro intuizioni e sperimentazioni.





Camera da letto dell’artista – Van Gogh





L’AMICIZIA TRA I 2 GRANDI ARTISTI CANTATA DA VECCHIONI

.

.


La loro vera e forte amicizia ha fatto nascere questa stupenda mitica poetica canzone 

scritta da Don McLean e cantata in Italia da Vecchioni col titolo VINCENT.

Consiglio di ascoltarla ammirando nel contempo diversi dipinti dei 2 grandissimi artisti.








TONY KOSPAN

.

.


ART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gifART-tavolozzaArtGIF.gif




– Post copiatissimo!!!!


– Fonti: immagini e testi da vari siti web


– Impaginazione, libere rielaborazioni e coordinamento.. di Tony Kospan


– Per chi copia tutto il post… è vietato tralasciare il nome del blog e l’autore del post.







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IL GRUPPO DI CHI AMA
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Ripped Note










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Van Gogh – Giardino ad Auvers – 1890




La Melencolia di Durer (1514) è una delle più grandi opere dedicate alla malinconia   Leave a comment

.


Benché coperta da un’ampia mole di simboli ed allegorie di tipo ermetico
tuttavia la mitica opera del ‘500 tedesco, che andremo ora ad esaminare,
non nasconde quello che è poi il suo vero significato.

E cioè descrivere quello stato d’animo leggermente triste
ma anche meditativo… (se non troppo prolungato nel tempo)
che definiamo malinconia.


 
 
 
 
Albrecht Dürer
(Norimberga 21 maggio 1471 – Norimberga 6 aprile 1528)
è stato un pittore, incisore e matematico tedesco.
 
 
 
 
 
Dürer, di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente del rinascimento… tedesco. 
 
A seguito di contatti con ambienti neoplatonici veneziani
egli oltre a conoscere e studiare il rinascimento italiano 
s’avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche
di cui questa sua MELENCOLIA 
è la massima espressione artistica.
.
.



LA MELENCOLIA DI DURER

.

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.
 
Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514

 
 
 

La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche “primo segno” dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.

A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758

 

.
 
 
 
 .
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Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.

 
 .
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Il Cavaliere (II)
 

 

 

La seconda opera del trittico, “Il Cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta la sfera morale e la terza “S. Girolamo nella cella” quella della teologia e della meditazione.

 
 .
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San Girolamo nello studio (III)


 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL’OPERA

 
 

Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della malinconia, ed intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale e scientifico e quello immaginativo dell’arte.


Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno “lunare”, brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 
Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.


Tutta l’opera è disseminata dei simboli del “sapere” alchemico.


 

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 .
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Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.


Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.


Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.


Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.


La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio (quasi certamente lo stesso autore) dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.


Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartello sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo.




Arcobaleno.. cometa.. clessidra e bilancia




Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.


Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.


Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.

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Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).

Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi a Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.







Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra 

(vedi su immagine con arcobaleno);

la prima non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, 

l’altra porta con sé varie simbologie: 

dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene.


Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, 

al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala 

che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, 

ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza 

in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.



Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, 

è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele 

e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato 

che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare 

e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto 

ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.



Tutta l’opera, che è conservata al Metropolitan Museum di New York

è composta con i soli colori bianchi e neri con diverse sfumature e tonalità.



 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti : vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




IL GRUPPO IN CUI POSSIAMO VIVER L’ARTE…
INSIEME

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La difficile amicizia tra Van Gogh e Gauguin – Il mistero dell’orecchio tagliato.. alcuni loro capolavori e la canzone Vincent   Leave a comment

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Diamo uno sguardo nelle pieghe della storia dell’arte.


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Ripercorriamo la storia dell’amicizia

tra 2 dei più grandi pittori di sempre, Van Gogh e Gauguin,

e le ultime ipotesi su un giallo della storia dell’arte.




Gauguin e Van Gogh

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IL GIALLO DELL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH

a cura di Tony Kospan



I 2 AMICI PITTORI AD ARLES





Che cosa furono le nove settimane (novembre – dicembre 1888) 

in cui Van Gogh e Gauguin vissero fianco a fianco ad Arles?




Van Gogh  (Zundert 30.3.1853 – Auvers-sur-Oise 29.7.1890)





Un disastro! 

Eppure un trionfo, la follia a braccetto del genio, la gioia di creare e la nevrosi di fallire.

Si conclusero con il primo che rincorreva il secondo con un rasoio, 

con il secondo che saggiamente se ne andava a dormire in albergo, 

con l’orecchio di Van Gogh tagliato dalla sua stessa mano e offerto come dono a una prostituta locale.

Questa è la classica interpretazione di questo drammatico episodio.




Gauguin (Parigi 7.6.1848 – Hiva Oa 8.5.1903)




Di lì poi il ricovero in clinica, un mesto saluto, un non più rivedersi.

Vincent morirà due anni dopo, nel 1890, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto, 

in quella Provenza che lo aveva così tanto segnato.

Paul gli sopravviverà  per un decennio e poco più, e morirà in un’isola delle Marchesi 

dove la sua fuga dalla civiltà lo aveva portato.

Trentasette anni aveva l’uno, cinquantacinque l’altro.





La Casa gialla – Van Gogh




Questo loro sodalizio di amicizia e arte ci viene raccontato ne “La Casa Gialla” 

da Martin Gaylord in una biografia parallela tra i 2 grandi artisti.

Questo però è solo l’antefatto storico-artistico.

che ci porta a conoscere una nuova ipotesi sulla mutilazione all’orecchio di Van Gogh.




NUOVA IPOTESI SULL’ORECCHIO TAGLIATO DI VAN GOGH



Vincent Van Gogh – Autoritratto con l’orecchio tagliato – (1889)




Un accordo segreto, ma anche la prova tangibile di un’amici­zia 

al tempo stesso profonda e complicata tra due giganti dell’arte.

Il saggio di Hans Kaufmann e Rita Wildegans 

(L’orecchio di Van Go­gh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) 

ora propo­ne un’interpretazione inedita di un fatto notissimo.

Non sarebbe stato Van Gogh a tagliarsi l’orecchio nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 1888, 

ad Arles, ma sarebbe in­vece stato Gauguin a ferire l’amico al ter­mine di un litigio, 

forse non per motivi ar­tistici, ma piuttosto per colpa di «una cer­ta Rachele».








Il saggio con­ferma anche il legame tra Vincent e Paul e quella tensione, 

mista a gelosia, che accomunava i due.

Una tensione che il critico Flavio Ca­roli definisce 

«ben avvertibile già a partire dall’inverno del 1886, che sembrava nasce­re 

dalla gelosia di Van Gogh per l’amico più ‘forte’ 

e che vedeva come terzo inco­modo il giovane Émile Bernard».

Secondo Caroli l’interpretazione di Kaufmann e Wil­degans «è possibile», 

anche perché di quell’evento non ci sono documenti certi: 

«Se non quelli ufficiali del sindaco di Ar­les, 

la petizione dei cittadini che non vole­vano quel pittore così scomodo 

e il reso­conto della polizia di un Van Gogh che si presenta in un bordello 

con il suo orec­chio avvolto nella carta di giornale».

I due ricercatori tedeschi sostengono che 

«l’automutilazione di Van Gogh non è mai stata provata» 

e che, di fatto, «l’unica testimonianza accertata è quella di Gau­guin ». 





Paul Gauguin – Ritratto di Van Gogh mentre dipinge i girasoli


.

.

Infatti Gauguin ce ne parla ampiamente nel libro Avant et après del 1903 e, 

forse non per caso, dopo l’incidente sarebbe precipi­tosamente ritornato a Parigi per poi fuggi­re a Tahiti.

Gauguin avrebbe mozzato il lo­bo dell’orecchio di Van Gogh con una scia­bola, 

che poi avrebbe gettato nel Rodano, al termine di un litigio «su una prostitu­ta », 

Rachele appunto (e non su problemi d’arte) mentre l’amico 

avrebbe taciuto per proteggerlo (più tardi i due si sarebbero anche scritti).

La mattina del 24 la polizia avrebbe poi trovato un uomo con il volto insanguinato 

e l’avrebbe fatto ricoverare in ospedale. Scrivono Kaufmann e Wildegans: 

«La versione tradizionale, quella finora accre­ditata, 

è basata solo su affermazioni senza prove e sul racconto di Gauguin, 

che non sarebbe nemmeno stato presente al fatto, un racconto pieno di contraddizioni e di punti oscuri. 

Non esiste un’inchiesta uffi­ciale e nemmeno un testimone indipen­dente. 

Van Gogh, per parte sua, non ha mai confermato niente».

Questa tesi dunque smentirebbe un’au­tomutilazione 

che avrebbe anticipato il suicidio di Van Gogh 2 anni dopo.




Gauguin – I girasoli


.


ALCUNE CONSIDERAZIONI



Dunque, nessuna nuova prova. 

Eppure questa lettura può essere convincente.

Dice Marco Goldin «Sono stupito, ma può essere una lettura co­me un’altra. 

Certo, il fatto che quel litigio non fosse legato all’arte, ma a una donna, era abbastanza noto».

Vittorio Sgarbi conferma: 

«Quella dell’automutilazione è una leggenda, per cui anche quest’altra ipotesi può essere valida».

In ogni caso proprio in quella Casa gialla, che fungeva da casa e da studio per i 2 amici, 

furono creati quei capolavori che ammiriamo e che troviamo nei musei di tutto il mondo.

Nonostante la loro difficile amicizia i quelle intense settimane 

cambiarono la Storia dell’Arte con le loro intuizioni e sperimentazioni.





Camera da letto dell’artista – Van Gogh





L’AMICIZIA TRA I 2 GRANDI ARTISTI CANTATA DA VECCHIONI

.

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La loro vera e forte amicizia ha fatto nascere questa stupenda mitica poetica canzone 

scritta da Don McLean e cantata in Italia da Vecchioni col titolo VINCENT.

Consiglio di ascoltarla ammirando nel contempo diversi dipinti dei 2 grandissimi artisti.








TONY KOSPAN

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– Post copiatissimo!!!!


– Fonti: immagini e testi da vari siti web


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Van Gogh – Giardino ad Auvers – 1890




Il Bacco del Caravaggio – I simboli nascosti nel famosissimo capolavoro in un’interessante interpretazone   Leave a comment

 
 
 
 
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Bacco (particolare)
 
 
 
 
Amo molto conoscere i segreti… i messaggi ed i simboli
nascosti nelle opere d’arte ed è con vero piacere
che ho trovato questo articolo di Alessandra Cocchi
 – artista e insegnante di storia dell’arte –  
che, con una prosa asciutta e precisa,
ci fa conoscere in modo ampio i vari,
e per certi versi sorprendenti, gli aspetti nascosti
in questa famosissima opera d’arte del grandissimo Caravaggio. 
 
 
 
 
 
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Caravaggio 
 
 
 
 
 
 
BACCO
– IL GIOCO DEI SIMBOLI IN CARAVAGGIO –
Alessandra Cocchi


 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Bacco – Caravaggio

 
 
 

Alcuni studi recenti (Calvesi 1986 e segg.), condotti mediante l’analisi iconologica hanno rivelato alcuni dei rinvii simbolici nascosti dietro il celebre Bacco degli Uffizi dipinto da Caravaggio.
Questo dipinto, probabilmente è stato realizzato per il Cardinal Del Monte, uomo di raffinata cultura e studioso dell’ermetismo neo-platonico e di alchimia.
Bacco è riferito a Dioniso, il dio greco che muore e poi risorge.
Secondo la filosofia neoplatonica, che collega i miti classici con i contenuti cristiani,
Dioniso per somiglianza, viene collevato a Cristo, perchè muore e risorge ma anche perchè il mistero eucaristico si lega al vino, sacro a Dioniso.
In tal senso l’offerta del vino da parte di Bacco allude all’offerta del sangue di Cristo.
Il lenzuolo bianco allude al sudario del Cristo Risorto.
Infatti il mito di Bacco-Dioniso è la prefigurazione misterica del Redentore.
Ma il Bacco di Caravaggio si intreccia anche con la rappresentazione dello Sposo descritto nel Cantico dei Cantici, immagine allegorica di Cristo, e ben conosciuta dallo stesso cardinale Del Monte.
L’effetto di silenzio sospeso creato dagli incredibili giochi della luce su tutti gli oggetti del dipinto porta nella scena un’aura mistica e mette in evidenza l’uva, le mele, la melagrana, i fichi che sono i frutti descritti nel Cantico dei Cantici.
Lo Sposo del Cantico è descritto come un giovinetto (inteso come Cristo figlio di Dio),  dalle “chiome ricce, negre come il corvo”.
Nello stesso testo sacro si trova anche il tema dell’ubriachezza: intesa in chiave simbolica, come ubriachezza celeste, pienezza di Dio.
Anche l’aspetto ambiguo del Bacco caravaggesco trova una rispondenza:
rinvia al tema neoplatonico e alchemico dell’Androgino.



 
 
 

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Bacco (particolare)
 
 
 

Indica il simbolo dell’unione dei contrari, è l’immagine della perfezione assoluta attribuita all’essenza divina.
Si può notare che il Bacco porta come cintura un nastro con un vistoso fiocco nero.
Il nodo in cui si infila il dito di Bacco è anche posto sull’ombelico del personaggio.
L’ombelico è inteso come l’”onfalo del mondo”, cioè il centro, e ritorna nel Cantico dei Cantici con una frase riferita allo Sposo:
“il tuo ombelico è una coppa tornita dove non manca mai il vino”. 
 
 
 
 
 
 
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Testo dal Web


 
 
 
Mi complimento con l’autrice per la precisione
e la chiarezza del testo.


Ciao da Tony Kospan



 
Impaginaz. T.K.

 

 

 

 

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La Melencolia di Durer – Una delle più grandi opere dedicate alla malinconia   3 comments

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Benché coperta da un’ampia mole di simboli ed allegorie di tipo ermetico
tuttavia la mitica opera del ‘500 tedesco, che andremo ora ad esaminare,
non nasconde quello che è poi il suo vero significato.

E cioè descrivere quello stato d’animo leggermente triste
ma anche meditativo… (se non troppo prolungato nel tempo)
che definiamo malinconia.


 
 
 
 
Albrecht Dürer
(Norimberga 21 maggio 1471 – Norimberga 6 aprile 1528)
è stato un pittore, incisore e matematico tedesco.
 
 
 
 
 
Dürer, di origine ungherese, è considerato
il massimo esponente del rinascimento… tedesco. 
 
A seguito di contatti con ambienti neoplatonici veneziani
egli oltre a conoscere e studiare il rinascimento italiano 
s’avvicinò alle conoscenze esoteriche ed ermetiche
di cui questa sua MELENCOLIA 
è la massima espressione artistica.
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LA MELENCOLIA DI DURER

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Albrecht Dürer Melencolia I incisione a bulino, 1514

 
 
 

La materia al nero degli alchimisti
è chiamata anche “primo segno” dell’opus
poichè senza annerimento non ci sarà bianchezza.

A.J.Pernety, Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758

 

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Melencolia I, detta anche Melancholia I (1514), è parte di un trittico di incisioni di Albrecht Dürer che comprende le allegorie di tre classi di virtù e tre sfere di attività secondo una classificazione ancora medioevale.

 
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Il Cavaliere (II)
 

 

 

La seconda opera del trittico, “Il Cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta la sfera morale e la terza “S. Girolamo nella cella” quella della teologia e della meditazione.

 
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San Girolamo nello studio (III)


 
 
 
 
ESAMINIAMO I SIMBOLI PRESENTI NELL’OPERA

 
 

Melencolia I simboleggiava invece la sfera intellettuale dominata dal pianeta Saturno, secondo la tradizione astrologica legato al sentimento della malinconia, ed intendeva istituire una connessione fra il mondo razionale e scientifico e quello immaginativo dell’arte.


Nello sfondo, incorniciata da un arcobaleno “lunare”, brilla una cometa, inquietante simbolo notturno capace di suscitare sentimenti melanconici. 
Le chiavi rappresentano la conoscenza che sola può liberare l’uomo dallo stato melancolico della sua ricerca, e infatti in fondo portato da un pipistrello vi è una luce che rischiara le tenebre.


Tutta l’opera è disseminata dei simboli del “sapere” alchemico.


 

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Il personaggio principale della scena è la figura femminile dell’angelo che, seduta su un gradino, con la mano sinistra sorregge il capo mentre nella destra stringe un compasso, strumento indispensabile nella misurazione non solo delle cose e degli spazi terreni, ma anche della distanza tra finito e infinito.


Il volto è in ombra ed emerge, per contrasto, lo sguardo fisso in avanti e perso nel vuoto.


Il lungo abito non lascia intravedere alcuna forma anatomica ed è modellato con una serie di pieghe dal sapore baroccheggiante.


Dal fianco pende un mazzo di chiavi, mezzo e strumento per aprire le porte dell’ignoto ed avere accesso alla conoscenza.


La figura allegorica dell’angelo è simbolo dell’impotenza creativa del genio (quasi certamente lo stesso autore) dominato e, forse, momentaneamente domato dall’umore nero, dall’umore malinconico.


Il titolo dell’opera di Dürer è stampato su un cartello sorretto da un pipistrello da sempre simbolo della morte.
Malinconia, dunque, come morte della creatività, come momento di blocco creativo.




Arcobaleno.. cometa.. clessidra e bilancia




Un arcobaleno dai tratti netti e precisi incornicia un arco di cielo attraversato da una cometa dal nucleo brillante che si orienta da nord–ovest a sud–est e farebbe pensare alla cometa apparsa nei cieli dell’occidente negli anni 1513 – 1514.


Più che a un dato negativo e in correlazione con la bilancia (fine dei tempi), con la clessidra e con la meridiana quali simboli precipitosi degli avvenimenti di un ciclo che finisce, l’arcobaleno è un elemento positivo che, di contro alla negatività del pipistrello, rappresenta la speranza di superare l’attuale stato di abbattimento e dell’impossibilità creativa.


Arcobaleno e stella cometa illuminano un tratto di mare, forse l’Adriatico, e le terre in lontananza, quelle veneziane, da sempre più libere alle sperimentazioni scientifiche e alle meditazioni filosofiche in un rapporto più diretto con il mondo orientale.

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Sulla parete dell’edificio, in alto a destra e quasi sfiorato dall’ala sinistra dell’angelo, è scolpito il quadrato magico numerico di quarto ordine, ossia simmetrico, la cui somma dei numeri opposti all’angolo dà 17 (16 +1; 13 +4; 10 + 7; 11 + 6).

Nella credenza rinascimentale si riteneva che combattesse la malinconia di origine saturnina e fu collegato dagli astrologi a Giove.
L’ultima fila di numeri del quadrato può essere letta come la data di realizzazione dell’opera, 1514, ed i numeri 1 e 4 corrispondenti alle iniziali del nome e cognome dell’artista A(lbrecht) D(ürer) oppure sinonimi di A(nno) D(omini).

La sfera e il tetraedro troncato suggeriscono la base matematica dell’arte del costruire, mentre strumenti di carpenteria giacciono inutilizzati al suolo.
Secondo studi recenti il quadrato numerico è strettamente collegato al poliedro che in un disegno preparatorio poggiava su di una grande lastra quadrangolare la cui forma è interamente dedotta dal quadrato magico.







Alle pareti dell’edificio, quasi in posizione speculare, sono appesi una bilancia ed una clessidra 

(vedi su immagine con arcobaleno);

la prima non solo simbolo di giustizia, ma anche strumento presente in tutte le botteghe degli alchimisti, 

l’altra porta con sé varie simbologie: 

dal lento ed inesorabile fluire del tempo fino alla vanità delle cose terrene.


Il tempo che passa e, quindi, la clessidra, può essere la metafora di una vita regolata che tende a Dio, 

al mondo sovrannaturale ed è anche quanto viene suggerito dalla scala 

che non è solo uno strumento che serve per innalzare edifici, 

ma diventa simbolo dell’ascesa dal mondo delle apparenze al mondo della conoscenza 

in perfetta simbiosi sia con il credo cristiano che con la filosofia neoplatonica.



Tutto è immobile, un momento di sospensione suprema e un’atmosfera di silenzio, 

è sottolineato dal levriero accucciato ai piedi dell’angelo quale servitore fedele 

e quasi sopraffatto dal masso alle sue spalle geometricamente modellato 

che sembra delimitare uno spazio protetto in cui potersi accucciare 

e non ribellarsi a niente e nessuno, neanche a quella fame che lo ha ormai ridotto 

ad una forma scheletrica al limite di una naturale sopravvivenza.



Tutta l’opera, che è conservata al Metropolitan Museum di New York

è composta con i soli colori bianchi e neri con diverse sfumature e tonalità.



 
 
 
 
“Io Albrecht Dürer di Norimberga, all’età di 28 anni,
con colori eterni ho creato me stesso a mia immagine” 
 
 
 
 
 
Fonti : vari siti web 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




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