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Nazca.. il più grande (e vero) mistero archeologico – Storia.. interpretazioni e le ultime novità   Leave a comment

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sul Mistero delle linee di Nazca molto si è scritto
 
e molti credono (o credevano) che era stata trovata la soluzione…
 
ma in effetti… come possiamo leggere in questo articolo,
 
che mi appare serio e completo, pur senza esser pesante o noioso,
 
ahimé non sembra affatto che sia così.
 
 
 
 
 
 
 
NAZCA
 
– UN MISTERO ANCORA IRRISOLTO –
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le mani
 
  
 
 
 
 
 
 Gli enormi geoglifi dell’altopiano peruviano:
 
chi li ha tracciati? E perché?
 
  
Dario Massara 
 
 

 

 
Nel sud del Perù, in un’area desertica di quattrocento chilometri quadrati, le linee di Nazca sono un complesso di oltre 13.000 tracce continue e quasi 300 tra disegni e figure geometriche, ciascuna con un’estensione variabile da un minimo di 25 a un massimo di 275 metri.
 
Avvistate per la prima volta nel 1927, a tutt’oggi costituiscono uno dei più grandi misteri dell’archeologia moderna.
Difficile stabilire con certezza chi le abbia tracciate, quando e con quali tecniche.
Persino più arduo decifrare il loro significato intrinseco. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ufficialmente gli archeologi attribuiscono la paternità dei geoglifi ai Nazca, una civiltà preincaica vissuta tra il 300 a.C. e il 700 d.C. circa.
 
Invero, trattandosi di opere fatte di pietra e sabbia, stimarne una datazione precisa con l’esame al carbonio è una strada non percorribile.
 
Di certo si sa che esse furono realizzate mediante la rimozione dello strato superficiale e dei ciottoli del deserto, lasciando così scoperto il fondo giallino sottostante. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Del tutto inspiegabile, però, il meccanismo con cui gli autori poterono seguire il buon andamento dei lavori e la corretta esecuzione delle figure, posto che esse risultano ben visibili solo da un’altezza di almeno di 300 metri.
 
Negli anni Settanta qualche studioso aveva addirittura teorizzato che i Nazca, già 2.500 anni fa, fossero in grado di costruire oggetti volanti simili alle attuali mongolfiere.
 
Un’ipotesi suggestiva, ma ben lungi dall’essere suffragata da prove certe. 
 
 
 
 
 
 
 
 
La balena
 
 
 
 
  
 
Per convenzione i disegni presenti sull’altopiano peruviano vengono suddivisi in tre categorie: gli antropomorfi, gli zoomorfi e le forme geometriche pure.
 
Il loro stato di conservazione appare pressoché perfetto.
 
Un fatto di per se straordinario, se si considera che i sassi e la sabbia siano materiali mobili, non cementati con alcun tipo di malta. 
 
 
 
 
  
 
 

Ecco come appaiono le linee viste da vicino

 

 

 

Secondo l’archeologo Josué Lancho Rojas la spiegazione risiederebbe in una particolarità dell’area.

“L’incidenza del sole su un terreno altamente mineralizzato crea un vuoto termico di quasi un metro d’altezza.

Per tale motivo i venti non riescono ad avere un’incidenza diretta sul paesaggio, lasciandolo immutato”.
 
A ciò si aggiunga un’ulteriore peculiarità della zona, la quasi totale assenza di precipitazioni: ogni anno la durata complessiva delle piogge non supera mai i venti minuti. 
 
 
 
 
 
 
 

Il ragno 

 
 
 
 

Una delle figure più complesse e controverse è quella del ragno.
 
Si tratta di un aracnide particolarmente raro, appartenente alla famiglia dei Ricinulei, che vive solo all’interno della foresta amazzonica.
 
La sua caratteristica principale è la presenza di un organo genitale minuscolo localizzato su una delle zampe, osservabile in via esclusiva attraverso l’uso del microscopio.
 
 
 

 

 



Di qui l’insorgere di diversi interrogativi.
 
– Uno: come facevano i Nazca a conoscere un animale così raro, che per giunta viveva a centinaia di chilometri da loro?
 
– Due: come hanno potuto rappresentarlo con precisione assoluta, considerando che non disponevano di strumenti d’osservazione minimamente paragonabili ai moderni microscopi?
 
– Tre: perché raffigurare proprio tale specie di ragno e in quella data posizione?

 
 
 

 

 

 


Tra i primi tentativi di fornire delle risposte, quello della ricercatrice tedesca Maria Reiche all’inizio degli anni Quaranta.
 
A suo avviso lo schema dell’aracnide rappresentava gli spostamenti delle stelle della cintura di Orione nel firmamento a partire dal III secolo avanti Cristo.
 
L’intero complesso di Nazca, poi, era da considerare come un gigantesco calendario astronomico, volto a spiegare il processo degli equinozi.
 
Pur interessante sul piano teorico, la teoria astronomica della Reiche venne però contraddetta quasi trent’anni dopo da uno studio del professor Gerald Hawkins.
 
Questi, infatti, dall’analisi computerizzata di circa 200 geoglifi, dimostrò che solo un 20% di essi risultava orientato secondo la posizione dei principali corpi celesti, tra cui il Sole e le stelle dell’Orsa Maggiore. 
 
 
 
 
 
 
 
 

La scimmia

 

 
 
 
Agli studi della Reiche ne fecero seguito diversi altri, sovente piuttosto fantasiosi e arditi. Johan Reinard suppose che i geoglifi costituissero una sorta di calendario solare, per tenere sotto controllo lo scorrere del tempo.
 
Simone Waisbard, invece, avanzò l’idea che essi potessero rappresentare una stazione meteorologica, per prevedere in anticipo il livello annuo delle precipitazioni.
 
Addirittura, nel 1968, lo scrittore svizzero Erich von Daeniken sostenne che le raffigurazioni sudamericane fossero dei veri e propri segnali di richiamo per velivoli extraterrestri, predisposti per favorire atterraggi in condizioni di sicurezza.
 
Di tutte le tesi sin qui elaborate, la più realistica appare quella presentata nel 2001 dall’archeologo italiano Giuseppe Orefici, secondo cui le linee di Nazca erano dei lunghissimi viali consacrati dagli indigeni alle divinità dell’acqua e della fertilità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

In particolare, Orefici ritenne che la loro esecuzione ebbe inizio a partire dal 350 a.C., ossia dopo il terribile terremoto che distrusse Cahuachi, l’antica capitale religiosa dei Nazca.

“Il loro era un mondo senza scrittura – osservò Orefici – comunicavano attraverso i segni dipinti su ceramiche o stoffe”.
In piccolo si trattava degli stessi segni riportati sul terreno e aventi le sembianze del ragno, del condor, del colibrì e delle innumerevoli altre immagini antropomorfe.
 
Tutte dotate di una forte carica esoterica, tutte deputate a proteggere l’uomo dai disastri naturali e dalla siccità.
 
In conclusione, nonostante i notevoli passi avanti nella conoscenza degli stili di vita e delle capacità e competenze della civiltà Nazca, il mistero delle linee appare ancora di difficile decifrazione.
 
Forse, come sostiene qualcuno, non è poi così assurdo vedere in esso un possibile anello di congiunzione tra il mondo primitivo e quello antico.
 
Il frutto, cioè, di una qualche antica civiltà molto evoluta, di cui purtroppo si sono perse completamente le tracce.
 
 
 
 
 
DAL WEB – IMPAGINAZ. T.K.
 
 
LE ULTIME NOVITA’
 
 
Non ci sono delle vere novità interpretative ma recentemente sono state avvistate nuove linee e dunque nuovi geoglifi dal ricercatore Eduardo Herrán Gómez de la Torre forse grazie a tempeste di sabbia che le hanno rese visibili.

Esse rappresentano un serpente lungo circa 60 metri, un uccello ed un camelide… probabilmente un lama.
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LE LINEE DI NAZCA IN VIDEO
 
 
 
Infine un interessantissimo video con immagini davvero nuove dei misteriosi geoglifi.


 
 

fre bia pouce     (COME NON LE AVETE MAI VISTE)

 

 

 
 

Ciao da Tony Kospan


 

 

 

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Il condor 
 
 


IL QUADRATO MAGICO.. MISTERO LATINO – Storia.. caratteristiche.. traduzione e varie interpretazioni   1 comment


Ecco l’originale quadrato magico scoperto a Pompei nel 1936,
ma presente anche in altre parti d’Italia e non solo, 
che, nonostante le tante ipotesi, resta ancora misterioso.



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IL MISTERO DEL QUADRATO MAGICO
 DI POMPEI (MA NON SOLO)




A Pompei, nel novembre del 1936, un noto studioso di graffiti italiano, Pompeo Della Corte, scoprì il  “quadrato” graffito in una colonna della Grande Palestra, non distante dall’Anfiteatro.

Si trattava di un quadrato magico fatto di parole.

Eccolo reso ancor più leggibile




R O T A S
O P E R A
T E N E T
A R E P O
S A T O R





Ma in verità di quadrati magici simili ce ne sono diversi in Italia ed in Europa.

In Abruzzo, tra Capestrano e Bussi, c’è la chiesa di S. Pietro ad Oratorium.

Sulla facciata della chiesa fa bella mostra di sé il quadrato magico SATORAREPOTENET… di cui si è parlato… ma in versione… sottosopra infatti la pietra, di 45-50 cm di lato, è posta in modo rovesciato.






Particolari e diverse sono poi le versioni circolari di Aosta.






e Valvisciolo (LT).

Ma torniamo ad esaminare le particolarità del quadrato che, come si diceva, non è poi una rarità.



LE CARATTERISTICHE DEL QUADRATO MAGICO







Ciò che è scritto può essere letto indifferentemente in orizzontale dalla prima alla quinta riga oppure in verticale dalla prima alla quinta colonna oppure, ancora, in orizzontale dalla quinta riga alla prima (da destra verso sinistra) o, infine, di nuovo in verticale (dal basso in alto) dalla quinta alla prima colonna.

Ma questa è soltanto la più semplice delle caratteristiche che rendono questo quadrato interessante e “magico”.



TRADUZIONE ED INTERPRETAZIONI



Quadrato della Chiesetta di San Pietro Ad Oratorium



Veniamo infatti alle traduzioni ed ai significati:




Traduzione letterale:


Se proviamo a tradurre letteralmente le parole del quadrato, possiamo ottenere risultati come questi.


•Iddio (SATOR, il creatore) – domina e regge (TENET) – le opere del creato (ROTAS OPERA) e quanto la terra produce (AREPO, aratro).

•Il seminatore (SATOR) sul suo carro (AREPO è parola di origine celtica il cui significato è simile a carro) dirige (TENET) con perizia (OPERA) le ruote (ROTAS, qui le ruote stanno a significare le orbite dei corpi celesti).



 
Acquaviva Collecroce (CB) – Chiesa di S. Maria Ester (XI sec.)




Significato della traduzione letterale:

Il Seminatore (Dio creatore) Areopago (che giudica) dirige con cura le ruote (le sfere celesti e le orbite dei pianeti)
Forse c’è sottintesa l’analogia tra il seminatore che dirige le ruote del proprio carro per spargere i semi controllando, poi, per eliminare le eventuali erbacce e Dio creatore e giudice, che dirige l’intero universo…

Dubbi restano sulla parola “AREPO”.



Interpretazione secondo una versione magica:
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Queste parole avrebbero avuto in quei tempi molto successo soprattutto fra gli ammalati, che lo consideravano una sorta di formula guaritrice da tutti i mali.








Versione religiosa molto accreditata:
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E’ chiaro che il seminatore è Dio mentre il carro è il suo trono.
Con tutte e sole le venticinque lettere che formano questo quadrato magico, fu composto un altro diagramma:








dove due PATERNOSTER appaiono intersecandosi, entrambi preceduti da A e seguiti da O, lettere che stanno per alfa e omega cioè i simboli dell’inizio e della fine di tutto.



Versione ermetica:

Una studiosa italiana, la prof. Bianca Capone, attraverso una approfondita analisi dei siti in cui sono stati rinvenute vestigia del Quadrato Sator, arriva a sostenere che dietro alla diffusione del misterioso sigillo ci sia stata l’opera dei Cavalieri Templari.


Versione “bustrofedica”:

Un’altra congettura suggestiva è quella formulata dalla scrittrice Silvana Zanella che propone una lettura “bustrofedica” del quadrato, vale a dire effettuata cambiando verso di percorrenza alla fine di ogni riga (o di ogni colonna),e la frase diventa “SATOR OPERA TENET AREPO ROTAS”. L’oscuro termine AREPO viene preso come contrazione di Areopago (nel senso di tribunale supremo). In questo modo si arriva a questa traduzione:
Il seminatore decide i suoi lavori quotidiani, ma il tribunale supremo decide il suo destino.
Con ciò s’intende ovviamente che
L’uomo decide le sue azioni quotidiane, ma Dio decide il suo destino.
Una tale congettura ovviamente non spiega tutto anzi…in particolare non spiega quelle iscrizioni in cui – come in quella di Aosta – le parole del Sator non sono disposte nella forma canonica del quadrato, impedendone una lettura bustrofedica.



Versione… Poste Antiche

Una ulteriore spiegazione proposta è quella per cui il quadrato Sator sarebbe una mappa universale per la distribuzione della posta nei primi secoli dell’impero romano.
In questo senso la croce centrale TENET+TENET veniva fatta coincidere col Cardo e il Decumanus degli accampamenti militari e di molte cittadine a base quadrata.
Il Quadrato sarebbe stato una vista da Nord del modello di città, con il lato superiore corrispondente al Sud e il lato sinistro all’Est.
Ad esempio: all’indirizzo Arepo-Opera corrispondeva l’incrocio tra la riga Arepo e la colonna Opera, che coincideva con un punto preciso della mappa della città al centro del settore Sud-Ovest.




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Mah… a parer mio il mistero continua.


Ciao da Tony Kospan




Fonti: notizie ed immagni da vari siti web… rielaborate da Tony Kospan






ARANCIO divfar
PER CHI AMA LA STORIA ED I RICORDI

Frecce2039



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La Grande Piramide di Giza ed i suoi misteri   Leave a comment


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Ancora oggi sono molti i misteri di questa
che è la più bella piramide in assoluto.

Esaminiamoli… uno per uno

 
 
 
 
 
La Grande Piramide di Giza  – Lo splendore di Khufu

 

 

 

I MISTERI DELLA GRANDE PIRAMIDE

 
 
 
 
 
Interno della Piramide
 

 

 

1 – IL MISTERO DEL MODO IN CUI FU COSTRUITA

 

Come siano riusciti gli antichi Egizi ad edificare una struttura che occupa un’area di 5,3 ettari, che si innalza verso il cielo per circa 145 metri, composta da due milioni e mezzo di massi calcarei e che complessivamente pesa 6 milioni di tonnellate, non è ancora del tutto chiaro, anche perché sull’argomento, stranamente, non sono rimaste moltissime testimonianze.

Di sicuro gli architetti dovevano essere buoni conoscitori delle scienze matematiche, dato che le proporzioni e le misure della piramide sono straordinariamente precise. 

I risultati di tutte le altre misurazioni hanno portato, inoltre, alla convinzione che la Grande Piramide, in realtà, sia stata progettata come un gigantesco schema del tempo, in attesa di essere interpretato dalla civiltà futura.







Si ipotizza che la costruzione di questo straordinario monumento sia durata circa trent’anni con l’impiego di circa quattromila uomini, fra muratori e costruttori.

A differenza di altri antichi monumenti egizi, la Grande Piramide contiene vani e corridoi anche nelle parti alte della struttura. Per 3000 lunghi anni l’interno della piramide è rimasto inviolato.

Fu solo nel 820 d.C. che una spedizione archeologica riuscì finalmente ad individuarne l’entrata.

All’interno, anche il corridoio ascendente era stato chiuso e nascosto attraverso l’utilizzo di blocchi di granito.

Dopo aver aperto un varco attorno ad essi, la spedizione raggiunse la Camera del Re solo per scoprire che il sarcofago del faraone era vuoto.

 

 

 

 

 

 

2 – IL MISTERO DELLA CAMERA DEL RE

 

Attraverso un’entrata praticata appena sopra la base, al centro del lato nord, si accede ad uno stretto passaggio che scende in una camera scavata nella roccia sotto al monumento.

Sempre dallo stesso passaggio parte un altro corridoio che, invece, sale fino a sboccare prima in un piccolo vano, denominato Camera della Regina, e poi nella Grande Galleria, che porta fino alla Camera del Re, la stanza più imponente, che contiene un cofano a sarcofago.

Questa camera di Re: scoperta intorno all’anno 820 d.C. dal Califfo Ma’mun.

Essa è situata a un terzo dell’altezza della Grande Piramide, e cioè a circa 45 mt dalla base.

Ci si aspettava di trovare un  tesoro proporzionato alla grandezza del monarca, ed invece la camera del faraone (funeraria secondo l’egittologia ortodossa) era completamente vuota e spoglia dal qualsiasi decorazione e iscrizione.

Solamente un sarcofago in granito vuoto (oggi tale materiale viene intagliato per la sua durezza, con abrasivi quali la polvere di diamante o di carburo di silicio detto carborundo.

Per accedere alla Camera del Re, si devono superare  percorsi stretti ed impraticabili, corridoi e gallerie piccolissime.

La domanda che ci si pone è come hanno fatto i saccheggiatori di tombe a trafugare tutto (se mai c’è stato un tesoro, ndA) , ma proprio tutto all’interno di una stanza situata a circa 45 mt di altezza, e  il cui unico modo per raggiungerla dalla base è una galleria ascendente (bloccata da pesantissimi tappi in granito) che si collega alla Grande Galleria, lunga circa 46 mt e con una pendenza di 26°?

 

 



 

 

 

3 – IL MISTERO DEI MOTIVI DELLA COSTRUZIONE

 

Ancora oggi nessuno può sapere con esattezza quale fosse la reale destinazione della Grande Piramide, a parte il fatto di essere il prodotto di numerosi e precisi calcoli matematico-astronomici.

Se non era una tomba costruita per ospitare il corpo di Cheope, a cosa serviva?


Chi aveva bloccato il passaggio, in che modo e soprattutto perché, visto che non conteneva nessun tesoro? 

Ma poi… come fu possibile realizzarla in un tempo così remoto?

E’ credibile che una civiltà dell’età del rame abbia accumulato 21 milioni di tonnellate di pietre in circa un secolo, di cui 12 milioni solo a Giza, realizzando qualcosa che si discostava completamente da quanto mai realizzato sia prima che dopo?

 

 

 

 

 

 

Tra gli specialisti in archeologia egizia, è opinione comune che fu costruita come tomba per il faraone della IV Dinastia (2575-2467 a.C.) Khufu (conosciuto come Cheope).

Questa opinione si basa principalmente sul ritrovamento di geroglifici su alcune pietre all’interno della piramide che assomigliano al suo sigillo, e alla testimonianza di Erodoto che vide i monumenti nel V° secolo a.C., cioè più di 2000 anni dopo che erano stati costruiti.

Nonostante il fatto che nessun corpo fu mai trovato all’interno delle sue stanze ben sigillate, gli egittologi persistono nella loro teoria, facendo nascere una storia su decine di migliaia di schiavi costretti al lavoro per decine di anni nella costruzione di una montagna di pietre in cui mettere il cadavere di un solo uomo.

Stranamente, i meticolosi scrivani dell’antico Egitto non hanno lasciato nè una parola ne un geroglifico riguardante la piramide.

Inoltre la più antica immagine conosciuta, un affresco rappresentante degli schiavi forzati a trasportare dei blocchi di pietra su delle slitte di legno, fu dipinto mille anni dopo la data in cui gli egittologi ritengono che la piramide sia stata costruita.

 

 

 

 

 


UN’IPOTESI SULLE MODALITA’ DELLA COSTRUZIONE

 

Per non parlare del metodo utilizzato, così bene descritto da John Baines, professore di Egittologia presso l’Università di Oxford: “Via via che la piramide cresceva in altezza, la lunghezza della rampa e la sua larghezza alla base venivano aumentate per mantenere una pendenza costante (di circa uno a dieci) e impedire che crollasse. Con tutta probabilità vennero utilizzate più rampe accostate alla piramide da vari lati“.

Però per portare un piano inclinato alla cima della Grande Piramide con una pendenza di 1:10  sarebbe stata necessaria una rampa lunga 1460 metri, con un volume più elevato della stessa piramide.

E’ difficile immaginare come, lungo questa chilometrica salita, gli schiavi trascinavano blocchi pesanti diverse tonnellate.

Altri egittologi hanno ipotizzato allora l’utilizzazione di rampe a spirale realizzate in mattoni e fango attaccate ai fianchi della Piramide.

Indubbiamente per queste ci sarebbe voluto meno materiale nella loro costruzione, ma l’idea di squadre di operai che trascinano massi pesantissimi su per curve a gomito è paradossale.  

 

 

 

 

 

 

Testo da vari siti web – coordinamento ed impaginaz. Orso Tony
 
 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




 


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Il tuo gruppo di storia e ricordi
Frecce2039







Stonehenge? In realtà il sito è stato ricostruito nei primi anni del ‘900! Storia ed immagini   Leave a comment

 
 

 

Prima pietra, 3000 avanti Cristo.

Ultima pietra, 1964 dopo Cristo!!!!!
 
 
 

 
 
 
 
STONEHENGE
– L’ATTUALE SITO E’ STATO TUTTO RICOSTRUITO –
ANTONIO POLITO
 
 

E’ stato ricostruito in epoca vittoriana

uno dei più famosi siti archeologici del mondo!
 

 
 
 
 

All’alba del solstizio d’estate, quando sacerdoti druidi, guerrieri New Age e hippies randagi fanno a botte per vedere il perfetto allineamento del sole che sorge sulle pietre millenarie di Stonehenge, potrebbero anche mettere su un disco dei Beatles, se proprio vogliono celebrare i mitici costruttori del misterioso circolo.
 
Perché l’ultimo esoterico allineamento è opera di una prosaica gru degli anni ’60.
 
Il velo sul mistero meglio pubblicizzato d’Inghilterra l’ha sollevato un ragazzo di Bristol, Brian Edwards, alle prese con una tesi di storia.
Ha trovato le foto.
Risalgono al 1901, hanno il fascino sabbiato di un dagherrotipo, ma documentano spietate le approssimative tecniche edilizie di un gruppo di operai vittoriani con cazzuola.
Sono solo le prime di una serie: il ’900 è stato tutto un cantiere, che ha rifatto e “migliorato” il volto di Stonehenge, come in una plastica facciale su una signora un po’ invecchiata.

 
 

 
 

Scavatrici, corde e cemento hanno ricostruito, spostato, innalzato, sistemato, riallineato quei monoliti che milioni di “fedeli” presumono intatti, e ne adorano la mistica geometria, credendola un computer preistorico, un orologio neolitico, un osservatorio celtico, o addirittura il regalo fantascientifico di una civiltà superiore, sbarcata da un’astronave sulla Terra cinquemila anni fa per consegnarci la Conoscenza. 
Sistemare un monumento traballante non è un reato.
Gli archeologi l’hanno fatto sempre e dovunque.
Quelli inglesi in modo un po’ più vigoroso degli altri.
Nel 1919, l’anno dopo che Sir Cecil Chubb, proprietario del terreno, vendette il tutto al governo per poco più di 6000 sterline, sei grandi pietre furono rimosse e innalzate in posizione verticale, agli ordini dell’energico Colonnello William Hawley, entusiasta membro della “Stonehenge Society”.
Altri tre monoliti furono spostati da una gru nel 1959, a uno dei giganteschi “trilithons” venne messo un cappello di pietra nel 1958, e ai tempi di John Lennon, 1964 per l’appunto, quattro pilastri neolitici cambiarono di posto.
La Stonehenge che vediamo oggi è un’opera del XX secolo.

 
 

 

Senza tutti questi lavori, ammettono ora gli archeologi dell’English Heritage, «avrebbe un aspetto molto diverso.
Pochissime pietre sono ancora esattamente nel posto dove furono erette millenni fa». 
Non era difficile da sospettare.
Bastava indagare nell’arte, dove il fascino di Stonehenge ha lasciato dettagliate testimonianze, nei dipinti di Constable e Turner, che raffigurano una distesa di enormi pietre rovesciate, sradicate dal tempo, smosse dalle intemperie, e non quel circolo perfetto che pseudoscienziati e creduloni New Age pensano innalzato per calcolare le eclissi lunari, o i solstizi del sole.

 
 

 
 

Gli archeologi seri già lo sapevano, e l’hanno pure scritto nei loro libri.
Ma a noi, poveri mortali, nessuno l’aveva mai detto.
Anzi, ce l’avevano accuratamente nascosto.
Sulle guide e gli audiovisivi del “trust” che cura la conservazione del luogo e incassa i proventi di un milione di turisti all’anno, c’è appena un vago accenno a generici lavori di «rafforzamento delle pietre».
Fino agli anni ’60, per la verità, i depliant erano un po’ più chiari.
Poi, l’esplosione di massa del fenomeno Stonehenge dovette consigliare una robusta censura.

 
 
 

 
 
Il fatto è che il mistero di questa mitica costruzione si gioca tutto in pochi millimetri.
Per essere un osservatorio astronomico preistorico, le pietre devono puntare con precisione matematica al primo sole d’estate, devono riprodurre alla perfezione le costellazioni celesti, devono seguire a intervalli implacabili di 46 mesi le evoluzioni lunari.
Un’intera nuova scienza, la “archeometria”, ha calcolato all’infinito i dettagli di Stonehenge.
Un immenso tam tam su Internet ne ha diffuso il credo in tutto il mondo.
E’ per mettersi in asse con quei pochi millimetri che ogni anno, il 21 di giugno, migliaia di giovani in cerca di un’esotica trascendenza si azzuffano a sangue, abbattono le barriere, si arrampicano sulle pietre, e le cospargono di rifiuti; al punto che per sedici anni l’alba fatale è stata proibita al pubblico dalla polizia in assetto di guerra ed è stata riaperta solo l’anno scorso, in omaggio al Terzo Millennio.
E’ per celebrare quella perfetta geometria che austeri signori gallesi in tunica bianca, sacerdoti druidi, vi si danno convegno come i bossiani in riva al “dio Po”, alla riscoperta delle antiche radici celtiche della loro etnia.
Se quei pochi millimetri sono stati “aggiustati” da una mano umana, il gioco e il business è finito.
Il più gigantesco teatro di posa di “X Files” rischia di essere degradato a quello che è sempre stato, uno straordinario sito archeologico senza particolari messaggi spirituali.

 
 
 

 
 

Intendiamoci, a Stonehenge vale sempre la pena di andare, almeno una volta nella vita. 
La delusione rivelata dallo studente di Bristol non è colpa delle popolazioni primitive che con sforzo sovrumano innalzarono ciò che forse era un luogo di culto: 
non potevano certo prevedere l’esplosione della New Age.
Nonostante i lavori edili del ’900, furono loro, i primi “britons” di cinquemila anni fa, a orientare queste immense pietre verso il sorgere del sole. 
Come l’uomo in preghiera ha sempre fatto.
Anche le chiese cristiane sono allineate all’orizzonte orientale, dove sorge il sole, eppure non sono né osservatori scientifici né templi di adoratori degli astri.
A Stonehenge, per chi la cerca, si può sempre vedere la mano di Dio.
A patto di sapere che il Diavolo si nasconde nei dettagli.
 
 
 

 
 
 
fonte: la Repubblica del 23/02/01 – impaginazione dell’Orso

 

CIAO DA TONY KOSPAN



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Una nuova e misteriosa Stonehenge rinvenuta nel nordest del Brasile   Leave a comment

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Conosciamo tutti le misteriose pietre monumentali di Stonehenge ma ora sappiamo che ne sono state scoperte altre, altrettanto antichissime e poste anch’esse a cerchio, in una zona del Brasile in cui non ci si aspettava proprio di trovar opere del genere.



LA SORPRENDENTE STONEHENGE DEL BRASILE









LA NOTIZIA E LA DOCUMENTAZIONE



Archeologi brasiliani hanno scoperto un’antica struttura di pietra in un angolo remoto della Foresta Amazzonica che potrebbe gettare nuova luce sul passato della regione.

Il sito, che si crede potesse essere un osservatorio astronomico o un luogo di culto, è precedente alla colonizzazione Europea e suggerirebbe una conoscenza sofisticata dell’astronomia.





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L’aspetto della struttura è stato paragonato al sito inglese di Stonehenge.

In precedenza si credeva che, prima della colonizzazione europea, nella Foresta Amazzonica non esistessero civiltà avanzate.

Gli archeologi hanno effettuato la scoperta nello stato brasiliano di Amapa, all’estremo nord del Brasile.







Un totale di 127 grandi blocchi di pietra sono stati trovati conficcati nel terreno sulla cima di una collina.

Ben conservate e ognuna pesante diverse tonnellate, le pietre sono state disposte verticalmente a intervalli regolari.

Non si sa ancora con precisione quando la struttura venne costruita, ma frammenti di ceramica indigena trovati nel sito sono stati datati a 2.000 anni fa.










Ciò che ha impressionato i ricercatori è la raffinatezza della costruzione.

Sembrano essere state disposte per indicare il solstizio d’inverno, nel momento in cui il sole si trova nel punto più basso del cielo.

Si pensa che le antiche popolazioni amazzoniche usassero le stelle e le fasi lunari per determinare il ciclo delle coltivazioni.

Fonte: BBC News, heraedizioni.com









QUALCHE PERSONALE CONSIDERAZIONE



Sappiamo che in America, prima di Colombo, sono fiorite grandissime civiltà con conoscenze incredibili in materia astronomica…

Tra le più note ricordiamo quelle dei Maya, degli Aztechi e degli Inca.

Ma questa è molto più antica e si trova in una zona in cui non si pensava proprio di trovarne.

Per questo la scoperta ha destato sorpresa ed ancora non si conosce nulla del popolo che eresse i megaliti…




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Ritengo, in ogni caso, che sia davvero una scoperta molto affascinante… e sorprendente…

La presenza in varie parti del mondo, ed in forme simili, di antichi megaliti disposti a cerchio, lascia poi molto da pensare… ed appare davvero misteriosa…

Sembra che in zone lontanissime tra loro , addirittura in continenti separati da oceani, millenni fa ci siano state civiltà megalitiche molto ma molto simili.

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Infine queste opere del passato ci dimostrano che l’uomo ha sempre cercato ed amato la conoscenza cercando di guardare oltre la realtà vicina… ed operato quindi in tal senso.

Tony Kospan






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Il Disco di Festo – Ecco uno dei più famosi (e veri) misteri dell’archeologia   Leave a comment

 

 

 

 

IL MISTERO DEL DISCO DI FESTOS


 

Ogni tanto gli archeologi trovano oggetti misteriosi ed enigmatici; con caratteri indecifrabili, con strani glifi, formule

 magiche arcaiche, con esseri amorfi e via dicendo.


Oggetti di questo tipo ormai se ne contano a migliaia e alcuni di essi rimangono nascosti e dimenticati 

nei vari scantinati dei musei.


Uno di questi strani oggetti, sebbene se ne sia discusso parecchio, non ha ancora avuto la fortuna di divenire

celebre e ammirato come altri suoi simili.


Si tratta del disco di Festos, trovato a Festos (Creta) dall’ Italiano Luigi Perneri nel 1908.


E’ una tavoletta circolare di terracotta, realizzata nel 1700 a.C., raffigurante geroglifici non ancora interpretati. 

Reperto archeologico piuttosto ambiguo ma bellissimo dal punto di vista estetico.


Mostra sulle due facciate (come possiamo vedere più giù) segni pittografici che rappresentano pietre, uomini, 

foglie, pesci sconosciuti, e perfino un boomerang, che è un arma di origine oceanica e non greca!




 

 

 

Queste incisioni non furono fatte a mano, ma realizzate con 45 punzoni, fatto incredbile per l’epoca, 

poiché il primo a usare i punzoni fu un certo Gutenberg solo 3000 anni più tardi. 


Prima di stabilire la sua origine cerchiamo di chiarire che cosa potrebbe rappresentare questo disco.


Per alcuni si tratterrebbe o di un inno religioso o di un canto di guerra, o anche di una profezia magica.

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Secondo l’esperto di lingua micenea Rosario Viene non si tratta di inni o canti poiché non è una scrittura.


Le figure per altri costituirebbero un calendario usato per calcolare la durata dell’anno solare, 

basato su un ciclo di 128 anni, rivelatosi ancor più preciso persino del calendario gregoriano, 

studiato nel 1582 e ancora in uso oggi. 


Benché queste teorie siano interessanti, non abbiamo ancora capito di preciso 

che cosa vogliano rappresentare questi segni, e chi e perché li fece!

 





 

 

 

Il motivo: le parole corrono lungo una spira, sia da un lato che dall’altro; i ricercatori si sono detti: ma dove comincerà la scrittura?

Dal centro? Dalla periferia verso il centro? Andando verso dove?
 
Sommando i segni presenti nelle 61 parole che appaiono, troviamo un totale di 242 segni, una cifra irrisoria paragonata ai 30.000 che hanno permesso di decifrare la scrittura lineare B, i 7.500 della lineare A e i 1.600 della scrittura geroglifica cretese.

Analizzando bene, i segni sono estremamente realistici ottenuti con la stampa di 45 punzoni, su entrambi i lati.
 
Si tratta probabilmente del primo caso nella storia di un’iscrizione realizzata con l’aiuto di caratteri mobili.








Per ora è destinato a conservare il suo mistero.

Si ritiene che sia stato realizzato intorno al 1700 a.c. (ovvero piu di 3700 anni fa). 

Molti lo citano come primo esempio di stampa: infatti sulla argilla ancora umida furono impressi i caratteri con una serie di “sigilli” rappresentanti 45 simboli.
 
I sigilli in altre civiltà come la mesopotamica o l’egiziana venivano invece usati per autenticare ad esempio i documenti o per identificarne gli autori (si usava la cera come base).
 
Questo sistema, usato nel disco, invece è lo stesso o molto simile che userà Gutenberg nell’inventare la stampa moderna a caratteri mobili.
 
Per altri invece potrebbe essere un calendario.
 
Nonostante molti affermino d’aver scoperto l’enigma… in realtà per l’archeologia ufficiale il mistero  fino ad oggi non risulta essere stato svelato.




 
 

Ciao da Tony Kospan
 



 

FONTI:
Focus Storia, primavera 2005;
– Civiltà Scomparse, viaggio tra gli enigmi dell’umanità;
– Un interessante studio condotto da studiosi francesi si trova alla pagina:
http://disque.phaistos.free.fr
– Pasquale Arciuolo
– Altri siti web
 
IMPAGINAZ. E COORDIN. T.K.

 
 
 
 
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Brotlaibidole – Antichissime tavolette di pietra con incisioni ancora misteriose   Leave a comment


 
 
 
E’ un codice sconosciuto che fu inciso per secoli
su reperti diffusi in mezza Europa.

Un progetto internazionale a guida italiana
sta ancora cercando di decifrarlo.

 
 
 


 

 

Strani segni dall’Età del Bronzo

 

BROTLAIBIDOLE



– IL MISTERO DELLE TAVOLETTE ENIGMATICHE –

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Una tavoletta enigmatica
 
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Forse erano assegni
o cambiali usati in trattative commerciali.

O forse talismani.
 
 

Dal Museo dell’Alto Mantovano
l’idea di unire le conoscenze per dare una risposta 
di ANDREA BETTINI

 
 
 
MANTOVA – Quattromila anni fa, in piena Età del Bronzo, le popolazioni dell’Italia centro-settentrionale e quelle di una vasta area dell’Europa centro-orientale avevano un codice in comune.
Era impresso su dei manufatti in terracotta o in pietra grandi più o meno come un telefono cellulare. 
Ne sono stati ritrovati circa 300 ma il loro significato e la loro funzione sono ancora sconosciuti, tanto da renderli noti tra gli studiosi come “tavolette enigmatiche”.
Per far luce su questo mistero dell’antichità è partito un progetto internazionale a guida italiana, che utilizzerà tecnologie modernissime ed anche internet.
 
 


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“Assegni” o “cambiali” utilizzati nei commerci preistorici, talismani, elementi inseriti in qualche sistema di registrazione, oggetti dal significato rituale. 
Sono molte le ipotesi sulla funzione di queste tavolette ricoperte di segni di vario genere, come righe, cerchi, punti o croci. 
Quel che è certo è che erano usate come supporto non deperibile per conservare informazioni e che erano conosciute in comunità lontane e assai diverse, dedite anche all’agricoltura ed unite da frequenti contatti e scambi.
 


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Germania, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, ma soprattutto Italia settentrionale. 
Le tavolette enigmatiche, dette anche “Brotlaibidole” (in tedesco “idoli a forma di pagnotta”), sono state trovate in un’area molto ampia, ma in gran numero nella zona a sud del lago di Garda. Proprio da qui, dal Museo dell’Alto Mantovano di Cavriana (Mn), è nata l’idea di unire per la prima volta i migliori archeologi europei che le hanno studiate e di adottare un approccio interdisciplinare.
“In passato ci sono state diverse pubblicazioni, ma sono mancate le occasioni di confronto”, dice il direttore Adalberto Piccoli, 69 anni, che si occupa delle tavolette dal 1976.
“Al progetto, che è entrato nella fase operativa da un paio di mesi, stanno collaborando anche l’istituto di Linguistica, Letteratura e Scienze della comunicazione dell’università di Verona ed il dipartimento di Optoelettronica dell’università di Brescia.
Quest’ultimo farà scansioni tridimensionali dei reperti per verificare le tecniche di lavorazione ed eventuali reiterazioni dei segni”.
 
 
 
 

 
 
 
 
Per svelare il significato delle misteriose “Brotlaibidole”, sarà importante anche creare un catalogo che riporti tutti gli esemplari conosciuti e che sia facilmente accessibile. 
Per questo alla fine di giugno è stato inaugurato il sito internet www. tavoletteenigmatiche. it, sul quale saranno inseriti tutti i dati disponibili. Non solo: le pagine web saranno anche utilizzate per raccogliere segnalazioni. 
“Domenica scorsa è stata trovata una nuova tavoletta in Slovacchia – continua Adalberto Piccoli, che durante i suoi scavi ne ha recuperate sette – Il sito ci permetterà di aggiornare continuamente il catalogo. Inoltre ci sono sicuramente dei privati che ne possiedono: c’è la possibilità di compilare una scheda di segnalazione, anche in forma anonima”.
 
 
 
 

 
 

 
 
I primi punti di arrivo del progetto saranno una mostra ed un convegno internazionale, che si terranno a Cavriana nella primavera del 2010. Sarà forse ancora presto per riuscire a comprendere a pieno questa forma di pre-scrittura, ma è probabile che per allora si sia scoperto qualcosa in più sulla funzione delle tavolette enigmatiche. Oggetti diffusi per secoli, tra il 2100 e il 1400 a. C., e poi scomparsi nell’Età del Bronzo Recente, probabilmente non a caso: in quel periodo si intensificarono i contatti con il Mediterraneo orientale e l’incontro con il sistema di segni codificato e consolidato della civiltà micenea potrebbe aver condannato all’oblio il misterioso codice impresso sulle “Brotlaibidole”.


 
 


 
 
 


ECCO ORA IL VIDEO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO
DELL’ALTO MANTOVANO CHE CI PARLA DELLE
MISTERIOSE TAVOLETTE ENIGMATICHE  

 
 
 
 

 

 

 



(da repubblica.it ed altri siti – impaginaz. T.K.)

 

 

Ciao da Tony Kospan

 

 


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I teschi di cristallo della leggenda Maya ritrovati appaiono tutti falsi tranne uno.. davvero misterioso   Leave a comment



Un’antica leggenda Maya parla dell’esistenza nel mondo
di 13 teschi di cristallo d’età antichissima.
 
Alcuni sarebbero stati ritrovati
e li possiamo vedere… altri invece mancano. 

Qui, in breve, la loro storia e il mistero,
vero o presunto, che li circonda.
 
Alla fine potremo vedere il video di Voyager.
 
 
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IL MISTERO DEI TESCHI DI CRISTALLO
 
 
 
 
 
1 – IL TESCHIO DI MITCHELL – HEDGES

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
Il primo teschio fu ritrovato per caso nell’estate del 1926 nella città di Lubaatun nello Yucatan da Anna, figlia dell’archeologo Mike Mitchell-Hedges. Si tratta di un teschio di cristallo davvero notevole, privo della mandibola inferiore, che tuttavia fu ritrovata qualche mese dopo a circa dieci metri di distanza. Gli indigeni a seguito della spedizione affermarono sconvolti che “era il dio cui si rivolgevano per essere guariti dalle malattie o per chiedere di morire”. Ad ogni modo, suscitava una strana inquietudine. C’era chi rimaneva incantato nel vederlo, chi giurava di averlo visto muoversi, etc. Anna era talmente affascinata dal teschio al punto di trarne benessere e compagnia (ne è ancora la detentrice); il padre invece non ne sopportava la presenza. Esiste un inquietante passaggio nel racconto autobiografico dell’archeologo che dice: “…portammo con noi anche il sinistro teschio del destino, su cui molto è stato scritto. Ho delle buone ragioni per non rivelare come quest’oggetto venne in mio possesso… è stato descritto come la rappresentazione del male, ma io non desidero spiegare questo fenomeno”.
Il teschio è ricavato da un solo cristallo di quarzo, unico per lucentezza e trasparenza.
La sua superficie è perfettamente levigata e risalirebbe più o meno a 3600 anni fa. è stato oggetto di numerose indagini scientifiche, fisiche, antropologiche e sociologiche che hanno portato a risultati sorprendenti.
Le sue dimensioni sono perfettamente naturali: altezza 13 cm, larghezza 13 cm, profondità 18 cm, peso 5 kg. Il teschio rimase in possesso di Mitchell-Hedges fno alla sua morte, nel 1959, poi passò alla figlia Anna, che ancora lo possiede e lo considera (al contrario di quello che aveva provato suo padre, il quale ne era intimorito) un oggetto meraviglioso e gioioso, capace di trasmettere protezione e affascinare.
Esaminata al microscopio, la superficie levigata del Teschio non presenta graffi o segni di qualsiasi utensile; questo suggerisce che l’oggetto sia stato lavorato con lo sfregamento di sabbia. Ma per completarlo, sarebbe stato richiesto il lavoro, da parte di artigiani esperti, assiduamente, giorno dopo giorno, per almeno 300 anni! Tale infatti è il tempo che occorre per levigare e modellare così con tanta stupefacente precisione, solo con l’ausilio della sabbia, un blocco di quarzo di tale durezza.
Se ne parla anche in una leggenda risalente ai Maya, la quale racconta che al Mondo esistono 13 teschi di cristallo a grandezza naturale e quando tutti saranno riscoperti e riuniti, trasmetteranno agli uomini tutta la loro conoscenza avvertendoci però che accadrà soltanto quando gli uomini saranno sufficientemente evoluti ed integri moralmente.


Quindi… alla ricerca dei teschi del destino!
 
 
 
 

 

 

 

Oltre al teschio di sopra… detto di Mitchell-Hedges, ne esisterebbero quindi altri 12, e alcuni di essi sarebbero già stati trovati.
 
 
 
 
 
2 – IL TESCHIO DEL BRITISH MUSEUM

 
 
 

 


Uno, ad esempio, si trovava già tra i reperti esposti al British Museum a Londra. 
Nel 1936, lo stesso museo chiese di esaminare il teschio trovato da Anna. Il teschio del museo londinese è molto simile all’altro. 
Sempre in grandezza naturale, sempre dal peso di 5 kg ma, per alcuni, meno affascinante, anche se allo stesso modo inquietante. 
Si racconta di persone fuggite urlando per il museo di fronte a tale teschio. Quello di Londra è meno preciso anatomicamente.

Qui, i denti sono appena abbozzati. 
Secondo gli studiosi londinesi, questo teschio è d’origine azteca, d’età incerta, ma probabilmente non più antico del XV secolo d.C. (per via della lavorazione accurata del quarzo).

Si sa di certo che arrivò a Londra dopo esser passato per mani diverse, ma inizialmente fu portato in Europa dal Messico, da un ufficiale spagnolo.
 
 Il sospetto che si tratti di un falso ha fatto decidere i dirigenti del Museo di Londra di toglierlo dall’esposizione… tuttavia è tra i più verosimili.
 
 
 
3 – IL TESCHIO DI SHA-NA-RA
 
 
 
 

 
 
 
 

Anch’esso in cristallo (quarzo bianco), appartiene a JoAnn Parks di Houston, in Texas.

Prima di finire nelle sue mani, apparteneva al tibetano Norbu Chen, ma non si sa niente di più.



LA SITUAZIONE ATTUALE ED ALCUNE LEGITTIME DOMANDE


Quindi alcuni teschi ritrovati presentano delle particolarità che li fanno ritenere presumibilmente attendibili come reperti mentre altri di cui non parlerò sono certamente dei falsi e pure grossolani.
Ma alcune domande sorgono spontanee.
Perché alcuni degli esperti non hanno voluto fornire i risultati delle analisi condotte dal British Museum?
Perché questi studiosi vorrebbero proteggere ad ogni costo i segreti contenuti nel Teschi di Cristallo?
E perché venne scelto proprio il quarzo come materiale da costruzione di questi Teschi?
Il quarzo è il principale costituente del vetro, della porcellana e di altri materiali di uso comune.

 

 

– PROPRIETA’ DEL QUARZO

 

 

 

 


Per la sua durezza, se ne fanno abrasivi.

Ha una grande resistenza al calore, per questo viene usato per fabbricare oggetti destinati a sopportare alte temperature e forti sbalzi termici.

Ma c’è di più.

La più sorprendente proprietà fisica del quarzo è la piezoelettricità, scoperta alla fine dell’800 da Marie Curie.

Se un cristallo di quarzo viene sollecitato da una pressione meccanica, genera elettricità.

La scintilla degli accendini detti “piezoelettrici” è data appunto da questo cristallo. 







 

 – CONSIDERAZIONI VARIE

 

Inizialmente si pensava che i teschi fossero di origine precolombiana.

Ma ci si chiedeva come le popolazioni maya erano state in grado di realizzare simili creazioni con i pochi utensili che avevano a disposizione.

Alcuni sostengono che i teschi sarebbero stati realizzati con frese da gioielliere, strumenti presenti già dall’800.

Altri affermano che quei reperti sarebbero solo una truffa, risalente all’inizio del ‘900, per ricavare denaro a spese dei più grandi musei europei.

Un teschio in particolare, però, smetirebbe l’ipotesi della truffa: quello trovato dall’archeologo Frederick Mike Mitchell-Hedges nel 1927, in Belize.

Secondo le analisi realizzate sul reperto, sembra che il teschio sia stato scolpito lungo l’asse principale del cristallo, cioè con una tecnica molto avanzata.

Inoltre il taglio è estremamente preciso e, secondo gli esperti, avrebbe richiesto oltre 300 anni di lavoro.

Per il professor Freestone, per la precisione della lavorazione di una materia così dura, “Qualunque opinione si abbia in merito a questo, è un oggetto fantastico.

Anche se fosse stato fabbricato in Germania alla fine del 19° secolo.




 

 



– IL VIDEO DA VOYAGER
 
 
 
Consiglio infine, a chi fosse interessato a questo mistero, di guardare questo video che riporta un accurato servizio di VOYAGER – RAI2.
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
– PERSONALE OPINIONE
 
 
A mio parere il mistero continua, tra dubbi e perplessità, in quanto nessun teschio di cui si discute è stato rinvenuto in scavi archeologici ufficiali (mentre gli altri, di cui non abbiamo parlato, sembra certo che siano dei falsi).
 
Tuttavia l’incredibile perfezione della fattura del teschio di Mitchell-Hedges lascia a bocca aperta in quanto all’epoca non c’erano i moderni raffinati sistemi di lavorazione del quarzo e nessuno finora è stato in grado di darci una spiegazione razionale ed esauriente di chi, come e quando l’abbia realizzato.

 
 
 
 
 
 
 
 

FONTI WEB IMPAGINAZIONE NOTE E COORDINAM. T.K.
 
 
 

CIAO DA TONY KOSPAN



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L’ISOLA DI PASQUA – La storia.. il mistero e gli strani moai di questa sperduta isola del Pacifico   Leave a comment

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Non tutti sanno che i  Moai della misteriosa Isola di Pasqua
 nascondono sotto il terreno un enorme corpo scolpito!

 
 
 
 
 
 
 
 
 

L’ISOLA DI PASQUA… ED I SUOI MISTERI
Tony Kospan 


 
 

 
 
 
 
 
 
Ma cosa sono i Moai
e perché è interessante quest’Isola?
 
 Cerchiamo però prima di conoscere, in breve,
la lontanissima isola in cui si trovano
 
 
 
 
 
 
 

L’ISOLA DI PASQUA
 
 
 
In verità l’isola ha altri 2 nomi…
Rapa Nui (isola di roccia) e
Te Pito o Te Henua (ombelico del mondo)
 
 E’ un’isola più piccola dell’Elba con i suoi 171 kmq…
situata in pieno OCEANO PACIFICO
ed è anche uno dei luoghi più isolati del mondo….
dato che la località più vicina si trova a circa 2000 km…

 
 
 

 
 
 
 
Ha forma triangolare, presenta diversi vulcani
ed ha un clima subtropicale.
 
 Al momento della sua scoperta
vi vivevano circa 4000 abitanti…
e non c’era alcun albero… ma solo arbusti

 
 
 
 
 
 

Gli abitanti, di origine polinesiana,
 si nutrivano di polli e praticavano il cannibalismo
e per questo diversi esploratori preferirono non esplorarla…
 
 Ma l’isola ha avuto nei secoli precedenti alla sua scoperta
una fase di grande splendore ed una civiltà abbastanza evoluta.

 
 
 
 
 
 
 

Poi però una serie di errori (disboscamento insensato),
guerre interne e forse altre cause ancora ignote…
portarono alla scomparsa degli alberi
e dunque alla rovina dell’ecosistema dell’isola.
 
 La conseguenza fu che la popolazione dell’Isola
era quasi estinta quando, nel 1722,  Jacob Roggeveen,
un ammiraglio olandese, superato lo sconcerto 
per le incredibili abitudini degli isolani
decise di esplorarla…


 
 
 
 
 
 

Dopo una serie di varie vicende storiche
oggi l’isola fa parte del Cile…
  
Quello che però rende affascinante quest’isola
è la presenza di poco meno di un migliaio di Moai
oltre al mistero della scomparsa degli alberi.

 
 
 
 
 
 
 

COSA SONO I MOAI ?
 
 
Sono statue  monolitiche,
cioè ricavate e scavate da un unico blocco di pietra.
 
Di essi sono visibili solo le teste… o  poco più…

 
 
 
 
 
 
 

ECCO LA PARTE INTERRATA DEI MOAI
 
 

Contrariamente a quanto si pensava,
i Moai presentano anche un corpo interrato altrettanto scolpito
che rende queste statue altissime (in media 10 metri)
e pesantissime (in media dalle 75 alle  86 tonnellate).

Sui corpi, che recenti scavi hanno portato alla luce,
sono stati poi rintracciati dei simboli in “rongorongo”.


 
 
 
 
 
 
 

IL SIGNIFICATO DEI MOAI
 
 
Il loro significato è ancora incerto
e ci sono diverse teorie .
 
 
La più diffusa è che i Moai
sono stati scolpiti  tra il XII e il XVII secolo,
come omaggio verso gli antenati,
in modo che il loro potere soprannaturale
fosse di aiuto ai loro discendenti.

 
 
 
 
 
 
 

I MISTERI DELL’ISOLA
 
 
In ogni caso…,
nonostante la scoperta dei geroglifici e dei disegni
nelle parti interrate dei Moai…
 e diverse altre nuove scoperte,
i misteri di quest’isola sono più fitti che mai.

 
 
 
 
 
 

Tony Kospan
 
 
 

FONTI: VARI SITI WEB
 
 
Copiryght Tony Kospan


 

 

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Le linee di Nazca – Ecco il più grande (e vero) mistero archeologico – Storia.. interpretazioni e.. ultime novità   Leave a comment

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sul Mistero delle linee di Nazca molto si è scritto
 
e molti credono (o credevano) che era stata trovata la soluzione…
 
ma in effetti… come possiamo leggere in questo articolo,
 
che mi appare serio e completo, pur senza esser pesante o noioso,
 
ahimé non sembra affatto che sia così.
 
 
 
 
 
 
 
NAZCA
 
– UN MISTERO ANCORA IRRISOLTO –
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le mani
 
  
 
 
 
 
 
 Gli enormi geoglifi dell’altopiano peruviano:
 
chi li ha tracciati? E perché?
 
  
Dario Massara 
 
 

 

 
Nel sud del Perù, in un’area desertica di quattrocento chilometri quadrati, le linee di Nazca sono un complesso di oltre 13.000 tracce continue e quasi 300 tra disegni e figure geometriche, ciascuna con un’estensione variabile da un minimo di 25 a un massimo di 275 metri.
 
Avvistate per la prima volta nel 1927, a tutt’oggi costituiscono uno dei più grandi misteri dell’archeologia moderna.
Difficile stabilire con certezza chi le abbia tracciate, quando e con quali tecniche.
Persino più arduo decifrare il loro significato intrinseco. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ufficialmente gli archeologi attribuiscono la paternità dei geoglifi ai Nazca, una civiltà preincaica vissuta tra il 300 a.C. e il 700 d.C. circa.
 
Invero, trattandosi di opere fatte di pietra e sabbia, stimarne una datazione precisa con l’esame al carbonio è una strada non percorribile.
 
Di certo si sa che esse furono realizzate mediante la rimozione dello strato superficiale e dei ciottoli del deserto, lasciando così scoperto il fondo giallino sottostante. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Del tutto inspiegabile, però, il meccanismo con cui gli autori poterono seguire il buon andamento dei lavori e la corretta esecuzione delle figure, posto che esse risultano ben visibili solo da un’altezza di almeno di 300 metri.
 
Negli anni Settanta qualche studioso aveva addirittura teorizzato che i Nazca, già 2.500 anni fa, fossero in grado di costruire oggetti volanti simili alle attuali mongolfiere.
 
Un’ipotesi suggestiva, ma ben lungi dall’essere suffragata da prove certe. 
 
 
 
 
 
 
 
 
La balena
 
 
 
 
  
 
Per convenzione i disegni presenti sull’altopiano peruviano vengono suddivisi in tre categorie: gli antropomorfi, gli zoomorfi e le forme geometriche pure.
 
Il loro stato di conservazione appare pressoché perfetto.
 
Un fatto di per se straordinario, se si considera che i sassi e la sabbia siano materiali mobili, non cementati con alcun tipo di malta. 
 
 
 
 
  
 
 

Ecco come appaiono le linee viste da vicino

 

 

 

Secondo l’archeologo Josué Lancho Rojas la spiegazione risiederebbe in una particolarità dell’area.

“L’incidenza del sole su un terreno altamente mineralizzato crea un vuoto termico di quasi un metro d’altezza.

Per tale motivo i venti non riescono ad avere un’incidenza diretta sul paesaggio, lasciandolo immutato”.
 
A ciò si aggiunga un’ulteriore peculiarità della zona, la quasi totale assenza di precipitazioni: ogni anno la durata complessiva delle piogge non supera mai i venti minuti. 
 
 
 
 
 
 
 

Il ragno 

 
 
 
 

Una delle figure più complesse e controverse è quella del ragno.
 
Si tratta di un aracnide particolarmente raro, appartenente alla famiglia dei Ricinulei, che vive solo all’interno della foresta amazzonica.
 
La sua caratteristica principale è la presenza di un organo genitale minuscolo localizzato su una delle zampe, osservabile in via esclusiva attraverso l’uso del microscopio.
 
 
 

 

 



Di qui l’insorgere di diversi interrogativi.
 
– Uno: come facevano i Nazca a conoscere un animale così raro, che per giunta viveva a centinaia di chilometri da loro?
 
– Due: come hanno potuto rappresentarlo con precisione assoluta, considerando che non disponevano di strumenti d’osservazione minimamente paragonabili ai moderni microscopi?
 
– Tre: perché raffigurare proprio tale specie di ragno e in quella data posizione?

 
 
 

 

 

 


Tra i primi tentativi di fornire delle risposte, quello della ricercatrice tedesca Maria Reiche all’inizio degli anni Quaranta.
 
A suo avviso lo schema dell’aracnide rappresentava gli spostamenti delle stelle della cintura di Orione nel firmamento a partire dal III secolo avanti Cristo.
 
L’intero complesso di Nazca, poi, era da considerare come un gigantesco calendario astronomico, volto a spiegare il processo degli equinozi.
 
Pur interessante sul piano teorico, la teoria astronomica della Reiche venne però contraddetta quasi trent’anni dopo da uno studio del professor Gerald Hawkins.
 
Questi, infatti, dall’analisi computerizzata di circa 200 geoglifi, dimostrò che solo un 20% di essi risultava orientato secondo la posizione dei principali corpi celesti, tra cui il Sole e le stelle dell’Orsa Maggiore. 
 
 
 
 
 
 
 
 

La scimmia

 

 
 
 
Agli studi della Reiche ne fecero seguito diversi altri, sovente piuttosto fantasiosi e arditi. Johan Reinard suppose che i geoglifi costituissero una sorta di calendario solare, per tenere sotto controllo lo scorrere del tempo.
 
Simone Waisbard, invece, avanzò l’idea che essi potessero rappresentare una stazione meteorologica, per prevedere in anticipo il livello annuo delle precipitazioni.
 
Addirittura, nel 1968, lo scrittore svizzero Erich von Daeniken sostenne che le raffigurazioni sudamericane fossero dei veri e propri segnali di richiamo per velivoli extraterrestri, predisposti per favorire atterraggi in condizioni di sicurezza.
 
Di tutte le tesi sin qui elaborate, la più realistica appare quella presentata nel 2001 dall’archeologo italiano Giuseppe Orefici, secondo cui le linee di Nazca erano dei lunghissimi viali consacrati dagli indigeni alle divinità dell’acqua e della fertilità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

In particolare, Orefici ritenne che la loro esecuzione ebbe inizio a partire dal 350 a.C., ossia dopo il terribile terremoto che distrusse Cahuachi, l’antica capitale religiosa dei Nazca.

“Il loro era un mondo senza scrittura – osservò Orefici – comunicavano attraverso i segni dipinti su ceramiche o stoffe”.
In piccolo si trattava degli stessi segni riportati sul terreno e aventi le sembianze del ragno, del condor, del colibrì e delle innumerevoli altre immagini antropomorfe.
 
Tutte dotate di una forte carica esoterica, tutte deputate a proteggere l’uomo dai disastri naturali e dalla siccità.
 
In conclusione, nonostante i notevoli passi avanti nella conoscenza degli stili di vita e delle capacità e competenze della civiltà Nazca, il mistero delle linee appare ancora di difficile decifrazione.
 
Forse, come sostiene qualcuno, non è poi così assurdo vedere in esso un possibile anello di congiunzione tra il mondo primitivo e quello antico.
 
Il frutto, cioè, di una qualche antica civiltà molto evoluta, di cui purtroppo si sono perse completamente le tracce.
 
 
 
 
 
DAL WEB – IMPAGINAZ. T.K.
 
 
LE ULTIME NOVITA’
 
 
Non ci sono delle vere novità interpretative ma recentemente sono state avvistate nuove linee e dunque nuovi geoglifi dal ricercatore Eduardo Herrán Gómez de la Torre forse grazie a tempeste di sabbia che le hanno rese visibili.

Esse rappresentano un serpente lungo circa 60 metri, un uccello ed un camelide… probabilmente un lama.
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LE LINEE DI NAZCA IN VIDEO
 
 
 
Infine un interessantissimo video con immagini davvero nuove dei misteriosi geoglifi.


 
 

fre bia pouce     (COME NON LE AVETE MAI VISTE)

 

 

 
 

Ciao da Tony Kospan


 

 

 

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