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GUIDO GOZZANO.. visto da vicino – L’uomo.. la poetica.. gli amori.. Villa Meleto e le sue belle poesie   Leave a comment





Con questo post desidero approfondire la conoscenza di questo poeta che,


nonostante la sua breve vita
, a mio parere,


occupa un posto molto importante nella poesia italiana del primo ‘900.




(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)



Benché di famiglia “bene” 

(il padre era ingegnere e la madre figlia di un senatore)

Guido, 4° di 5 figli, non fu affatto uno studente modello… anzi!


Allo studio scolastico preferiva le monellerie

e, più grandicello, presa in qualche modo la maturità,

iniziò a frequentare il circolo “La Società della cultura”,

trascurando però gli studi della facoltà di Giurisprudenza,

e diventò il capo di una matta banda di giovani di buona famiglia

che ne combinavano di tutti i colori.






L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO

ED ALTRE SUE POESIE

a cura di Tony Kospan



Il giovane Gozzano, nonostante l’aspetto elegante ed aristocratico

amò frequentare attricette e “servette”.


Dell’amatissima madre, attrice per un po’.. in gioventù, scrisse:


“Tu parlavi, Mamma: la melodia della

voce suscitava alla mia mente la visione

del tuo sogno perduto. Or ecco: ho

imprigionato il sogno con una sottile malia

di sillabe e di versi, te lo rendo perché tu

riviva le gioie della giovinezza.”







L’UOMO


Di lui gli amici dicevano 

che avesse una voce bella, calda e con lieve accento piemontese,

che gesticolasse con misura ed eleganza,

che avesse un volto pallido con lineamenti marcati ma regolari,

che fosse magrissimo e di media statura

ed avesse occhi leggermente azzurri e capelli pallidamente biondi.


Guido amava giocare con le parole ed anche prendersi in giro…


“Ma dunque esisto! O strano!

Vive tra il Tutto ed il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano







LA VILLA DI MELETO (IL SUO RIFUGIO) AD AGLIE’



Molto spesso si rifugiava nella villa di Agliè

dove, ormai paralizzata alle gambe, viveva sua madre.


Lì, in paese, tutti lo conoscevano e gli volevano bene.


Questa villa è stata da qualche anno restaurata con fatica,

per una lunga e costante ricerca di mobili e arredi originali e/o d’epoca,

da parte di Lilita Conrieri appassionata cultrice delle poesie di Gozzano.







Innanzitutto però fu salvato l’immobile stesso dalla demolizione,

grazie al padre di Lilita che l’ha comprato,

ed ora la figlia l’ha reso

un vero proprio piccolo museo dedicato al poeta.


Visitandola si ha quasi l’impressione di conoscere

L’amica di nonna Speranza” una delle sue poesie più note

e di vivere le dolci atmosfere crepuscolari amate da Guido.






L’AMORE (DIFFICILE) DELLA SUA VITA


Ecco come descrisse lui stesso la conoscenza della poetessa Amalia Guglieminetti.


“Una volta, l’anno scorso, noi – Vallini Bassi Vugliano ed altri (amici del poeta n.t.k.) –

eravamo nella sala dei giornali, voi – sola – in quella delle riviste,

in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo.

E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:

– è bella.

– Sì, è bella!

– Ma scrive. […]

– è una Signorina per bene e di ottimo casato…

– Già, dicono che sia per bene.

– è, è: questo ve lo garantisco: conosco la famiglia.

– Che peccato!

– Che cosa?

– Che sia Signorina.

– E che sia per bene.

– Che peccato: è proprio bella!

– Fosse almeno analfabeta.

– Ma scrive!”



(da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 10 giugno 1907)





Il loro amore però dopo un po’ divenne difficile

ed il poeta si tirò indietro (con gran dolore di Amalia).


Ciononostante la loro amicizia non terminò mai

e durò tutta la (breve) vita di Guido.



fre bia pouce Cliccando qui giù.. la storia del loro amore ed alcune loro lettere.


,

,


I SUOI HOBBY


.

Ebbe 2 grandi passioni 

le farfalle e la bicicletta con la quale fece lunghi viaggi.





.

.

LA POETICA CREPUSCOLARE



La sua è una poetica che rompe gli schemi del tempo

contestando la teatrale scenografia di D’Annunzio,

mito del suo tempo, ed essendo conscio del suo incerto futuro,

si rifugia in una ribellione letteraria dolce e malinconica.




.

.

.

ALCUNE POESIE


.

.



IL SOGNO CATTIVO 


Se guardo questo pettine sottile

di tartaruga e d’oro, che affigura –

opera egregia di cesellatura –

un germoglio di vischio in novo stile,


risogno un sogno atroce. Dal monile

divampa quella gran capellatura

vostra, fiammante nella massa oscura.

E pur non vedo il volto giovenile.


Solo vedo che il pettino produce

sempre capelli biondo-bruni e scorgo

un cielo fatto delle loro trame:


un cielo senza vento e senza luce!

E poi un mare… e poi cado in un gorgo

tutto di bande di color di rame.







L’ASSENZA



Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell’abito grigio:

rivedo l’uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d’acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore.

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani…





Raimundo de Madrazo





LA MEDICINA



Non so che triste affanno mi consumi:

sono malato e nei miei dì peggiori…

Tra i balaustri il mar scintilla fuori

la zona dei palmeti e degli agrumi.


Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,

amica! O bella voce tra i profumi!

Se recaste con voi tutti i volumi

di tutti i nostri dolci ingannatori!


Mi direste il Congedo, oppur la Morte

del cervo, oppure la Sementa… E queste

bellezze, più che l’aria e più che il sole,


mi farebbero ancora sano e forte!

E guarirei: Voi mi risanereste

con la grande virtù delle parole!






F I N E



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Per chi desidera leggera la biografia del poeta

ed altre sue poesie.

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ARANCIO divfar
 PER CHI AMA LA STORIA.. I RICORDI E LE ATMOSFERE DI UN TEMPO
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Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti – Il difficile amore tra i 2 poeti ed alcune loro lettere   1 comment




Amalia e Guido




Stavolta parliamo di una storia d’amore tra poeti e cioè tra Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano.
Le storie d’amore tra poeti in realtà sono rare… ma non rarissime.





Amalia Guglielminetti




Spesso però… sono anche storie “difficili”.
Ma in fondo forse non sono dissimili affatto da quelle di altre persone che poeti non sono quando l’amore, anche grande, è di uno solo dei due come capiremo, leggendo qui di seguito, alcune loro lettere.
La loro storia inizialmente calorosa dopo un po’ diviene sempre più rarefatta a causa di Guido che tende pian piano a staccarsi da lei.
Ma, nonostante questi che si suol chiamare “alti e bassi”, la loro relazione  è stata sì breve ma non brevissima.
Nel 1907, all’inizio della loro relazione nata negli ambienti letterari torinesi, Gozzano inizia ad aver successo come poeta ma purtroppo scopre, proprio nello stesso periodo, anche di avere una lesione ad un polmone che circa 9 anni dopo lo porta alla morte ancora giovanissimo.
Leggiamo una prima lettera.








DA AMALIA A GUIDO
Martedì – 24 marzo 1908


Perché mi fate piangere, Guido, perché mi fate rimpiangere quel poco che v’ho dato di me?
Non dovevo venire con Voi quel giorno per soffrirne dopo, così, per vedermi tolta anche la piccola dolcezza di sentirvi qualche volta vicino.
E così poca cosa la vita e così breve per negarci qualche poco della sua bellezza per tormentarci volontariamente anche quella piccola parte di bene che ci concede?
Voi vi dite corazzato anzi insensibile ad ogni ferita. Io no, mio dolce Amico, o vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tanto lontano.
Mi pare di trovarmi più sola in quest’ombra grigia di banalità che ci circonda, sento d’aver smarrito qualche cosa di più leggero, di più chiaro, di più elevato, l’amico che mi comprende, il fratello che sogna i miei sogni e gioisce della mia gioia, la tenerezza che blandisce e riscalda il cuore.
Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti.
Lascia ch’io ti dica tu come un compagno, ch’io non senta fra noi il gelo di quella parola dura.
Io ti sono compagna ora senza tremori e senza fremiti, sorella della tua anima.
Io ti saprei baciare la fronte con un sorriso sereno come si bacia un bambino.
No, noi non abbiamo ancora sepolto nulla di noi stessi.
Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te.
Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto.
Ogni tua parola è come una piccola luce che ti rischiara un momento e ch’io guardo risplendere con gioia nuova ogni volta che tu parli.
E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado.
Ma tu non provi questo fascino, lo so, poiché mi respingi dopo alcune ore di comune vita, mi allontani con un gesto che mi pare un urto di disdegno.
Forse io non sono stata con te, quel giorno, quella della tua attesa.





Marco Reviglione – Ritratto di Amalia Guglielminetti




Ora leggeremo l’amara risposta di Guido.
Facciamolo con attenzione.
E’ chiara ed evidente, anche se davvero elegante, la volontà di staccarsi da parte del poeta.
Però debbo dire che, nonostante appaia ben descritta la spiegazione della sua decisione, forse ne ignoriamo i veri motivi. 








DA GUIDO AD AMALIA 
30 marzo 1908


Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia.
E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti…
Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno.
Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità.
Sento in fondo all’anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse — perdonami — anche un po’ con te…Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino.
E quale felicità, Amica mia!
Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! 
E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! 
Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni!
Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile.
Io non vedrò le tue vesti nuove.
Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia…
Perché non confessartelo, mia buona sorella?
L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce.
Non sento non vedo non godo non soffro di altro.
Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini?
Per me, camminando diritto, con l’occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo…
Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo.
E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentito la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio. 
Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero.
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! 
Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque…
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: ohimè!
Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami. Perdonami.
Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai.
E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita.
Non altro. Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo.
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo.
E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco.
Partirei pur non dovendo partire.
Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto.
Rivederci? A che scopo?
Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.
Addio, mia buona amica! Ti bacio.




Guido Gozzano




Nella terza ed ultima parte leggeremo infine la risposta (scritta in 2 momenti) di Amalia che ci porta a “sentire” l’immensa forza del suo amore… dolorosamente unita però all’abisso di sofferenza per la consapevolezza che esso non è ricambiato.
Eppur vediamo che lotta ancora come una leonessa.








DA AMALIA A GUIDO
30 marzo 1908 – risposta immediata


Caro Amico, vi pensavo più buono di quanto vi dimostrate.
Credevo di meritare almeno una parola di risposta se vi pareva troppa concessione accordarmi una visita come vi chiedevo.
Un’amicizia come la nostra non deve morire così fra la vostra indifferenza inerte e la mia esasperata tristezza.
Perché io non credo possibile per Voi e per me una fedeltà che resista alle lontananze e agli oblii.
Siamo entrambi troppo egoisti per i culti essenzialmente spirituali.
Mi costringete a mendicare dagli amici vostri le vostre notizie con parola leggera e anima febbrile.
Mi costringete a mendicare da Voi una condiscendenza che non dovrebbe esservi grave. 
E mi è duro, sapete, curvarmi così.
Vorrei parlarvi di cosa che non posso affidare a una lettera.
V’aspetterò a casa mia mercoledì fra le quattro e le cinque, o, se preferite un luogo aperto, giovedì alle tre e mezza laggiù a’ piedi della collina dove già v’ho atteso una volta soffrendo.
Non rispondetemi se vi pesa, ricordate solo ch’io v’aspetterò con intenso desiderio, e che vi prego di venire.

……………………….

Stamani io scrivevo questo mentre tu forse aggiungevi per me tristezza a tristezza nello otto pagine della tua lettera.
Non distruggo e non disdico il mio biglietto.
Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare.
Non è vero ch’io abbia cose segrete a dirti, era una menzogna per indurti a venire.
Porta pure con te la tua ambizione, la tua freddezza, la diffidenza che hai verso di me.
Sarà meglio, forse mi guarirai; ma non inasprire ancora il mio male con un rifiuto.
Se anche non mi ami perché vuoi ch’io ti perda?
Perché vuoi farmi sentire così nera così crudele la mia solitudine, così completo il mio isolamento?
Ah! La gloria, Guido, come ne sogghigno!
Io non so come tu possa amare sognare darti a una così vacua cosa.
Io voglio più bene a te che alla gloria, quella non mi farà mai piangere né aspettare in ansia.









UNA PERSONALE CONSIDERAZIONE

In un primo tempo, quando lessi queste lettere per la prima volta, non apprezzavo affatto le fredde parole di Gozzano, anzi.
Mi sembravano troppo aride e distaccate e solo una scusa per tagliare la corda.
Poi conoscendo meglio la vita del poeta e soprattutto il suo delicato stato di salute (è morto a soli 33 anni) sono giunto a pensare che la sua decisione di troncare la loro storia non era forse originata da futili motivi di comodità bensì da altri e più gravi che, forse per pudore, il grande poeta del crepuscolarismo non se la sentiva di confessare all’amata.
Non so cosa ne pensiate voi ma mi piacerebbe saperlo.



F I N E







Amalia e Guido



GUIDO GOZZANO VISTO DA VICINO – L’uomo.. il suo mondo.. l’amore.. villa Meleto ed alcune poesie   Leave a comment





Con questo post desidero approfondire la conoscenza di questo poeta che,


nonostante la sua breve vita
, a mio parere,


occupa un posto molto importante nella poesia italiana del primo ‘900.




(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)



Benché di famiglia “bene” 

(il padre era ingegnere e la madre figlia di un senatore)

Guido, 4° di 5 figli, non fu affatto uno studente modello… anzi!


Allo studio scolastico preferiva le monellerie

e, più grandicello, presa in qualche modo la maturità,

iniziò a frequentare il circolo “La Società della cultura”,

trascurando però gli studi della facoltà di Giurisprudenza,

e diventò il capo di una matta banda di giovani di buona famiglia

che ne combinavano di tutti i colori.






L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO

ED ALTRE SUE POESIE

a cura di Tony Kospan



Il giovane Gozzano, nonostante l’aspetto elegante ed aristocratico

amò frequentare attricette e “servette”.


Dell’amatissima madre, attrice per un po’.. in gioventù, scrisse:


“Tu parlavi, Mamma: la melodia della

voce suscitava alla mia mente la visione

del tuo sogno perduto. Or ecco: ho

imprigionato il sogno con una sottile malia

di sillabe e di versi, te lo rendo perché tu

riviva le gioie della giovinezza.”







L’UOMO


Di lui gli amici dicevano 

che avesse una voce bella, calda e con lieve accento piemontese,

che gesticolasse con misura ed eleganza,

che avesse un volto pallido con lineamenti marcati ma regolari,

che fosse magrissimo e di media statura

ed avesse occhi leggermente azzurri e capelli pallidamente biondi.


Guido amava giocare con le parole ed anche prendersi in giro…


“Ma dunque esisto! O strano!

Vive tra il Tutto ed il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano







LA VILLA DI MELETO (IL SUO RIFUGIO) AD AGLIE’



Molto spesso si rifugiava nella villa di Agliè

dove, ormai paralizzata alle gambe, viveva sua madre.


Lì, in paese, tutti lo conoscevano e gli volevano bene.


Questa villa è stata da qualche anno restaurata con fatica,

per una lunga e costante ricerca di mobili e arredi originali e/o d’epoca,

da parte di Lilita Conrieri appassionata cultrice delle poesie di Gozzano.







Innanzitutto però fu salvato l’immobile stesso dalla demolizione,

grazie al padre di Lilita che l’ha comprato,

ed ora la figlia l’ha reso

un vero proprio piccolo museo dedicato al poeta.


Visitandola si ha quasi l’impressione di conoscere

L’amica di nonna Speranza” una delle sue poesie più note

e di vivere le dolci atmosfere crepuscolari amate da Guido.






L’AMORE (DIFFICILE) DELLA SUA VITA


Ecco come descrisse lui stesso la conoscenza della poetessa Amalia Guglieminetti.


“Una volta, l’anno scorso, noi – Vallini Bassi Vugliano ed altri (amici del poeta n.t.k.) –

eravamo nella sala dei giornali, voi – sola – in quella delle riviste,

in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo.

E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:

– è bella.

– Sì, è bella!

– Ma scrive. […]

– è una Signorina per bene e di ottimo casato…

– Già, dicono che sia per bene.

– è, è: questo ve lo garantisco: conosco la famiglia.

– Che peccato!

– Che cosa?

– Che sia Signorina.

– E che sia per bene.

– Che peccato: è proprio bella!

– Fosse almeno analfabeta.

– Ma scrive!”



(da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 10 giugno 1907)





Il loro amore però dopo un po’ divenne difficile

ed il poeta si tirò indietro (con gran dolore di Amalia).


Ciononostante la loro amicizia non terminò mai

e durò tutta la (breve) vita di Guido.



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I SUOI HOBBY


.

Ebbe 2 grandi passioni 

le farfalle e la bicicletta con la quale fece lunghi viaggi.





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LA POETICA CREPUSCOLARE



La sua è una poetica che rompe gli schemi del tempo

contestando la teatrale scenografia di D’Annunzio,

mito del suo tempo, ed essendo conscio del suo incerto futuro,

si rifugia in una ribellione letteraria dolce e malinconica.




.

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ALCUNE POESIE


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IL SOGNO CATTIVO 


Se guardo questo pettine sottile

di tartaruga e d’oro, che affigura –

opera egregia di cesellatura –

un germoglio di vischio in novo stile,


risogno un sogno atroce. Dal monile

divampa quella gran capellatura

vostra, fiammante nella massa oscura.

E pur non vedo il volto giovenile.


Solo vedo che il pettino produce

sempre capelli biondo-bruni e scorgo

un cielo fatto delle loro trame:


un cielo senza vento e senza luce!

E poi un mare… e poi cado in un gorgo

tutto di bande di color di rame.







L’ASSENZA



Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell’abito grigio:

rivedo l’uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d’acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore.

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani…





Raimundo de Madrazo





LA MEDICINA



Non so che triste affanno mi consumi:

sono malato e nei miei dì peggiori…

Tra i balaustri il mar scintilla fuori

la zona dei palmeti e degli agrumi.


Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,

amica! O bella voce tra i profumi!

Se recaste con voi tutti i volumi

di tutti i nostri dolci ingannatori!


Mi direste il Congedo, oppur la Morte

del cervo, oppure la Sementa… E queste

bellezze, più che l’aria e più che il sole,


mi farebbero ancora sano e forte!

E guarirei: Voi mi risanereste

con la grande virtù delle parole!






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ed altre sue poesie.

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Guido Gozzano – Biografia.. un accenno al crepuscolarismo ed alcune belle poesie del grande poeta torinese   Leave a comment




Il poeta con la madre



Il crepuscolarismo è stata una corrente letteraria nata all’inizio del 900, in opposizione al vitalismo ed all’individualismo allora imperante, che aveva come tematica le piccole emozioni quotidiane, anche le più semplici, descritte con dolce malinconia o leggera ironia.

Il principale esponente di questa corrente è senz’altro Guido Gozzano.



Guido Gozzano (Torino 19.12.1883 – Torino 09.08.1916)




BREVE BIOGRAFIA


Nato a Torino in un’agiata famiglia iniziò a studiare Giurisprudenza senza alcuna passione e presto entrò con amici in circoli letterari nei quali, pur contestandone l’eccessiva pesantezza, poté approfondire diverse tematiche proposte da scrittori e poeti europei dell’epoca.
Ebbe sempre una salute malferma… (era ammalato di tisi) ma ciò non gli impedì da giovane di vivere la vita mondana torinese con i suoi amici con i quali in seguito creò anche il circolo dei crepuscolari torinesi.



Gozzano con alcuni amici al circolo della Marinetta



Ne 1907 iniziò a pubblicare poesie ed ebbe una breve e tormentata storia d’amore con la poetessa Amalia Guglielminetti.

Pubblicò diversi libri che ebbero un buon successo ma nel 1916, a soli 33 anni, morì per l’aggravarsi della malattia.



fre bia pouce
Gozzano e la Guglielminetti (cliccando sull’immagine alcune lettere del loro difficile amore)



ALCUNE POESIE


Ne pubblico solo 3 perché sono lunghette ma a me molto care.


In particolare segnalo la 3° che è quella che diede
origine alla famosa frase
Non amo che le rose che non colsi








AD UN’IGNOTA


Tutto ignoro di te: nome, cognome,
l’occhio, il sorriso, la parola, il gesto;
e sapere non voglio, e non ho chiesto
il colore nemmen delle tue chiome.
…Ma so che vivi nel silenzio;
come care ti sono le mie rime:
questo ti fa sorella nel mio sogno mesto,
 
o amica senza volto e senza nome.
Fuori del sogno fatto di rimpianto
forse non mai, non mai c’incontreremo,
forse non ti vedrò, non mi vedrai.
Ma più di quella che ci siede accanto
cara è l’amica che non mai vedremo;
supremo è il bene che non giunge mai!
 



Federico Zandomeneghi



LE GOLOSE


 

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –

le dita senza guanto –

scelgon la pasta. Quanto

ritornano bambine!

Perché nïun le veda,

volgon le spalle, in fretta,

sollevan la veletta,

divorano la preda.

C’è quella che s’informa

pensosa della scelta;

quella che toglie svelta,

né cura tinta e forma.

L’una, pur mentre inghiotte,

già pensa al dopo, al poi;

e domina i vassoi

con le pupille ghiotte.

un’altra – il dolce crebbe –

muove le disperate

bianchissime al giulebbe

dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,

sugge la punta estrema:

invano! ché la crema

esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare

a giovine che adocchi,

divora in pace. Gli occhi

altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,

non crema e cioccolatte,

ma superliquefatte

parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,

strani, commisti troppo

di cedro, di sciroppo,

di creme, di velluti,

di essenze parigine,

di mammole, di chiome:

oh! le signore come

ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –

o legge inopportuna! –

il farmivi da presso,

baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte

di giovani signore,

baciarvi nel sapore

di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.




fre bia pouce

Alphonse Mucha (cliccando sull’immagine la storia di Cocotte)



COCOTTE

 

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

II.

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

«Una cocotte!…»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno – giorni dopo – mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»
«è vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacerò; rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.







F I N E



Tony Kospan




Chi desiderasse conoscere meglio 

e più “da vicino” Gozzano

(l’uomo, gli amori, villa Meleto)

e leggere altre sue poesie

Frecce (174)







GOZZANO.. visto da vicino – L’uomo.. la poetica.. gli amori.. Villa Meleto ed alcune belle poesie   Leave a comment





Con questo post desidero approfondire la conoscenza di questo poeta che,


nonostante la sua breve vita
, a mio parere,


occupa un posto molto importante nella poesia italiana del primo ‘900.




(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)



Benché di famiglia “bene” 

(il padre era ingegnere e la madre figlia di un senatore)

Guido, 4° di 5 figli, non fu affatto uno studente modello… anzi!


Allo studio scolastico preferiva le monellerie

e, più grandicello, presa in qualche modo la maturità,

iniziò a frequentare il circolo “La Società della cultura”,

trascurando però gli studi della facoltà di Giurisprudenza,

e diventò il capo di una matta banda di giovani di buona famiglia

che ne combinavano di tutti i colori.






L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO

ED ALTRE SUE POESIE

a cura di Tony Kospan



Il giovane Gozzano, nonostante l’aspetto elegante ed aristocratico

amò frequentare attricette e “servette”.


Dell’amatissima madre, attrice per un po’.. in gioventù, scrisse:


“Tu parlavi, Mamma: la melodia della

voce suscitava alla mia mente la visione

del tuo sogno perduto. Or ecco: ho

imprigionato il sogno con una sottile malia

di sillabe e di versi, te lo rendo perché tu

riviva le gioie della giovinezza.”







L’UOMO


Di lui gli amici dicevano 

che avesse una voce bella, calda e con lieve accento piemontese,

che gesticolasse con misura ed eleganza,

che avesse un volto pallido con lineamenti marcati ma regolari,

che fosse magrissimo e di media statura

ed avesse occhi leggermente azzurri e capelli pallidamente biondi.


Guido amava giocare con le parole ed anche prendersi in giro…


“Ma dunque esisto! O strano!

Vive tra il Tutto ed il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano







LA VILLA DI MELETO (IL SUO RIFUGIO) AD AGLIE’



Molto spesso si rifugiava nella villa di Agliè

dove, ormai paralizzata alle gambe, viveva sua madre.


Lì, in paese, tutti lo conoscevano e gli volevano bene.


Questa villa è stata da qualche anno restaurata con fatica,

per una lunga e costante ricerca di mobili e arredi originali e/o d’epoca,

da parte di Lilita Conrieri appassionata cultrice delle poesie di Gozzano.







Innanzitutto però fu salvato l’immobile stesso dalla demolizione,

grazie al padre di Lilita che l’ha comprato,

ed ora la figlia l’ha reso

un vero proprio piccolo museo dedicato al poeta.


Visitandola si ha quasi l’impressione di conoscere

L’amica di nonna Speranza” una delle sue poesie più note

e di vivere le dolci atmosfere crepuscolari amate da Guido.






L’AMORE (DIFFICILE) DELLA SUA VITA


Ecco come descrisse lui stesso la conoscenza della poetessa Amalia Guglieminetti.


“Una volta, l’anno scorso, noi – Vallini Bassi Vugliano ed altri (amici del poeta n.t.k.) –

eravamo nella sala dei giornali, voi – sola – in quella delle riviste,

in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo.

E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:

– è bella.

– Sì, è bella!

– Ma scrive. […]

– è una Signorina per bene e di ottimo casato…

– Già, dicono che sia per bene.

– è, è: questo ve lo garantisco: conosco la famiglia.

– Che peccato!

– Che cosa?

– Che sia Signorina.

– E che sia per bene.

– Che peccato: è proprio bella!

– Fosse almeno analfabeta.

– Ma scrive!”



(da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 10 giugno 1907)





Il loro amore però dopo un po’ divenne difficile

ed il poeta si tirò indietro (con gran dolore di Amalia).


Ciononostante la loro amicizia non terminò mai

e durò tutta la (breve) vita di Guido.



fre bia pouce Cliccando qui giù.. la storia del loro amore ed alcune loro lettere.


,

,


I SUOI HOBBY


.

Ebbe 2 grandi passioni 

le farfalle e la bicicletta con la quale fece lunghi viaggi.





.

.

LA POETICA CREPUSCOLARE



La sua è una poetica che rompe gli schemi del tempo

contestando la teatrale scenografia di D’Annunzio,

mito del suo tempo, ed essendo conscio del suo incerto futuro,

si rifugia in una ribellione letteraria dolce e malinconica.




.

.

.

ALCUNE POESIE


.

.



IL SOGNO CATTIVO 


Se guardo questo pettine sottile

di tartaruga e d’oro, che affigura –

opera egregia di cesellatura –

un germoglio di vischio in novo stile,


risogno un sogno atroce. Dal monile

divampa quella gran capellatura

vostra, fiammante nella massa oscura.

E pur non vedo il volto giovenile.


Solo vedo che il pettino produce

sempre capelli biondo-bruni e scorgo

un cielo fatto delle loro trame:


un cielo senza vento e senza luce!

E poi un mare… e poi cado in un gorgo

tutto di bande di color di rame.







L’ASSENZA



Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell’abito grigio:

rivedo l’uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d’acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore.

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani…





Raimundo de Madrazo





LA MEDICINA



Non so che triste affanno mi consumi:

sono malato e nei miei dì peggiori…

Tra i balaustri il mar scintilla fuori

la zona dei palmeti e degli agrumi.


Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,

amica! O bella voce tra i profumi!

Se recaste con voi tutti i volumi

di tutti i nostri dolci ingannatori!


Mi direste il Congedo, oppur la Morte

del cervo, oppure la Sementa… E queste

bellezze, più che l’aria e più che il sole,


mi farebbero ancora sano e forte!

E guarirei: Voi mi risanereste

con la grande virtù delle parole!






F I N E



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Per chi desidera leggera la biografia del poeta

ed altre sue poesie.

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 PER CHI AMA LA STORIA.. I RICORDI E LE ATMOSFERE DI UN TEMPO
Frecce2039












G. Gozzano e A. Guglielminetti – Il difficile amore tra 2 poeti agli inizi del ‘900 ed alcune loro lettere   Leave a comment




Amalia e Guido




Stavolta parliamo di una storia d’amore tra poeti e cioè tra Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano.
Le storie d’amore tra poeti in realtà sono rare… ma non rarissime.





Amalia Guglielminetti




Spesso però… sono anche storie “difficili”.
Ma in fondo forse non sono dissimili affatto da quelle di altre persone che poeti non sono quando l’amore, anche grande, è di uno solo dei due come capiremo, leggendo qui di seguito, alcune loro lettere.
La loro storia inizialmente calorosa dopo un po’ diviene sempre più rarefatta a causa di Guido che tende pian piano a staccarsi da lei.
Ma, nonostante questi che si suol chiamare “alti e bassi”, la loro relazione  è stata sì breve ma non brevissima.
Nel 1907, all’inizio della loro relazione nata negli ambienti letterari torinesi, Gozzano inizia ad aver successo come poeta ma purtroppo scopre, proprio nello stesso periodo, anche di avere una lesione ad un polmone che circa 9 anni dopo lo porta alla morte ancora giovanissimo.
Leggiamo una prima lettera.








DA AMALIA A GUIDO
Martedì – 24 marzo 1908


Perché mi fate piangere, Guido, perché mi fate rimpiangere quel poco che v’ho dato di me?
Non dovevo venire con Voi quel giorno per soffrirne dopo, così, per vedermi tolta anche la piccola dolcezza di sentirvi qualche volta vicino.
E così poca cosa la vita e così breve per negarci qualche poco della sua bellezza per tormentarci volontariamente anche quella piccola parte di bene che ci concede?
Voi vi dite corazzato anzi insensibile ad ogni ferita. Io no, mio dolce Amico, o vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tanto lontano.
Mi pare di trovarmi più sola in quest’ombra grigia di banalità che ci circonda, sento d’aver smarrito qualche cosa di più leggero, di più chiaro, di più elevato, l’amico che mi comprende, il fratello che sogna i miei sogni e gioisce della mia gioia, la tenerezza che blandisce e riscalda il cuore.
Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti.
Lascia ch’io ti dica tu come un compagno, ch’io non senta fra noi il gelo di quella parola dura.
Io ti sono compagna ora senza tremori e senza fremiti, sorella della tua anima.
Io ti saprei baciare la fronte con un sorriso sereno come si bacia un bambino.
No, noi non abbiamo ancora sepolto nulla di noi stessi.
Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te.
Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto.
Ogni tua parola è come una piccola luce che ti rischiara un momento e ch’io guardo risplendere con gioia nuova ogni volta che tu parli.
E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado.
Ma tu non provi questo fascino, lo so, poiché mi respingi dopo alcune ore di comune vita, mi allontani con un gesto che mi pare un urto di disdegno.
Forse io non sono stata con te, quel giorno, quella della tua attesa.





Marco Reviglione – Ritratto di Amalia Guglielminetti




Ora leggeremo l’amara risposta di Guido.
Facciamolo con attenzione.
E’ chiara ed evidente, anche se davvero elegante, la volontà di staccarsi da parte del poeta.
Però debbo dire che, nonostante appaia ben descritta la spiegazione della sua decisione, forse ne ignoriamo i veri motivi. 








DA GUIDO AD AMALIA 
30 marzo 1908


Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia.
E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti…
Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno.
Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità.
Sento in fondo all’anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse — perdonami — anche un po’ con te…Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino.
E quale felicità, Amica mia!
Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! 
E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! 
Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni!
Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile.
Io non vedrò le tue vesti nuove.
Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia…
Perché non confessartelo, mia buona sorella?
L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce.
Non sento non vedo non godo non soffro di altro.
Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini?
Per me, camminando diritto, con l’occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo…
Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo.
E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentito la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio. 
Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero.
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! 
Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque…
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: ohimè!
Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami. Perdonami.
Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai.
E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita.
Non altro. Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo.
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo.
E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco.
Partirei pur non dovendo partire.
Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto.
Rivederci? A che scopo?
Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.
Addio, mia buona amica! Ti bacio.




Guido Gozzano




Nella terza ed ultima parte leggeremo infine la risposta (scritta in 2 momenti) di Amalia che ci porta a “sentire” l’immensa forza del suo amore… dolorosamente unita però all’abisso di sofferenza per la consapevolezza che esso non è ricambiato.
Eppur vediamo che lotta ancora come una leonessa.








DA AMALIA A GUIDO
30 marzo 1908 – risposta immediata


Caro Amico, vi pensavo più buono di quanto vi dimostrate.
Credevo di meritare almeno una parola di risposta se vi pareva troppa concessione accordarmi una visita come vi chiedevo.
Un’amicizia come la nostra non deve morire così fra la vostra indifferenza inerte e la mia esasperata tristezza.
Perché io non credo possibile per Voi e per me una fedeltà che resista alle lontananze e agli oblii.
Siamo entrambi troppo egoisti per i culti essenzialmente spirituali.
Mi costringete a mendicare dagli amici vostri le vostre notizie con parola leggera e anima febbrile.
Mi costringete a mendicare da Voi una condiscendenza che non dovrebbe esservi grave. 
E mi è duro, sapete, curvarmi così.
Vorrei parlarvi di cosa che non posso affidare a una lettera.
V’aspetterò a casa mia mercoledì fra le quattro e le cinque, o, se preferite un luogo aperto, giovedì alle tre e mezza laggiù a’ piedi della collina dove già v’ho atteso una volta soffrendo.
Non rispondetemi se vi pesa, ricordate solo ch’io v’aspetterò con intenso desiderio, e che vi prego di venire.

……………………….

Stamani io scrivevo questo mentre tu forse aggiungevi per me tristezza a tristezza nello otto pagine della tua lettera.
Non distruggo e non disdico il mio biglietto.
Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare.
Non è vero ch’io abbia cose segrete a dirti, era una menzogna per indurti a venire.
Porta pure con te la tua ambizione, la tua freddezza, la diffidenza che hai verso di me.
Sarà meglio, forse mi guarirai; ma non inasprire ancora il mio male con un rifiuto.
Se anche non mi ami perché vuoi ch’io ti perda?
Perché vuoi farmi sentire così nera così crudele la mia solitudine, così completo il mio isolamento?
Ah! La gloria, Guido, come ne sogghigno!
Io non so come tu possa amare sognare darti a una così vacua cosa.
Io voglio più bene a te che alla gloria, quella non mi farà mai piangere né aspettare in ansia.









UNA PERSONALE CONSIDERAZIONE

In un primo tempo, quando lessi queste lettere per la prima volta, non apprezzavo affatto le fredde parole di Gozzano, anzi.
Mi sembravano troppo aride e distaccate e solo una scusa per tagliare la corda.
Poi conoscendo meglio la vita del poeta e soprattutto il suo delicato stato di salute (è morto a soli 33 anni) sono giunto a pensare che la sua decisione di troncare la loro storia non era forse originata da futili motivi di comodità bensì da altri e più gravi che, forse per pudore, il grande poeta del crepuscolarismo non se la sentiva di confessare all’amata.
Non so cosa ne pensiate voi ma mi piacerebbe saperlo.



F I N E



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Amalia e Guido



GUIDO GOZZANO VISTO DA VICINO – L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO ED ALCUNE POESIE   Leave a comment





Con questo post desidero approfondire la conoscenza di questo poeta che,


nonostante la sua breve vita
, a mio parere,


occupa un posto molto importante nella poesia italiana del primo ‘900.




(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)



Benché di famiglia “bene” 

(il padre era ingegnere e la madre figlia di un senatore)

Guido, 4° di 5 figli, non fu affatto uno studente modello… anzi!


Allo studio scolastico preferiva le monellerie

e, più grandicello, presa in qualche modo la maturità,

iniziò a frequentare il circolo “La Società della cultura”,

trascurando però gli studi della facoltà di Giurisprudenza,

e diventò il capo di una matta banda di giovani di buona famiglia

che ne combinavano di tutti i colori.






L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO

ED ALTRE SUE POESIE

a cura di Tony Kospan



Il giovane Gozzano, nonostante l’aspetto elegante ed aristocratico

amò frequentare attricette e “servette”.


Dell’amatissima madre, attrice per un po’.. in gioventù, scrisse:


“Tu parlavi, Mamma: la melodia della

voce suscitava alla mia mente la visione

del tuo sogno perduto. Or ecco: ho

imprigionato il sogno con una sottile malia

di sillabe e di versi, te lo rendo perché tu

riviva le gioie della giovinezza.”







L’UOMO


Di lui gli amici dicevano 

che avesse una voce bella, calda e con lieve accento piemontese,

che gesticolasse con misura ed eleganza,

che avesse un volto pallido con lineamenti marcati ma regolari,

che fosse magrissimo e di media statura

ed avesse occhi leggermente azzurri e capelli pallidamente biondi.


Guido amava giocare con le parole ed anche prendersi in giro…


“Ma dunque esisto! O strano!

Vive tra il Tutto ed il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano







LA VILLA DI MELETO (IL SUO RIFUGIO) AD AGLIE’



Molto spesso si rifugiava nella villa di Agliè

dove, ormai paralizzata alle gambe, viveva sua madre.


Lì, in paese, tutti lo conoscevano e gli volevano bene.


Questa villa è stata da qualche anno restaurata con fatica,

per una lunga e costante ricerca di mobili e arredi originali e/o d’epoca,

da parte di Lilita Conrieri appassionata cultrice delle poesie di Gozzano.







Innanzitutto però fu salvato l’immobile stesso dalla demolizione,

grazie al padre di Lilita che l’ha comprato,

ed ora la figlia l’ha reso

un vero proprio piccolo museo dedicato al poeta.


Visitandola si ha quasi l’impressione di conoscere

L’amica di nonna Speranza” una delle sue poesie più note

e di vivere le dolci atmosfere crepuscolari amate da Guido.






L’AMORE (DIFFICILE) DELLA SUA VITA


Ecco come descrisse lui stesso la conoscenza della poetessa Amalia Guglieminetti.


“Una volta, l’anno scorso, noi – Vallini Bassi Vugliano ed altri (amici del poeta n.t.k.) –

eravamo nella sala dei giornali, voi – sola – in quella delle riviste,

in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo.

E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:

– è bella.

– Sì, è bella!

– Ma scrive. […]

– è una Signorina per bene e di ottimo casato…

– Già, dicono che sia per bene.

– è, è: questo ve lo garantisco: conosco la famiglia.

– Che peccato!

– Che cosa?

– Che sia Signorina.

– E che sia per bene.

– Che peccato: è proprio bella!

– Fosse almeno analfabeta.

– Ma scrive!”



(da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 10 giugno 1907)





Il loro amore però dopo un po’ divenne difficile

ed il poeta si tirò indietro (con gran dolore di Amalia).


Ciononostante la loro amicizia non terminò mai

e durò tutta la (breve) vita di Guido.



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I SUOI HOBBY


.

Ebbe 2 grandi passioni 

le farfalle e la bicicletta con la quale fece lunghi viaggi.





.

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LA POETICA CREPUSCOLARE



La sua è una poetica che rompe gli schemi del tempo

contestando la teatrale scenografia di D’Annunzio,

mito del suo tempo, ed essendo conscio del suo incerto futuro,

si rifugia in una ribellione letteraria dolce e malinconica.




.

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.

ALCUNE POESIE


.

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IL SOGNO CATTIVO 


Se guardo questo pettine sottile

di tartaruga e d’oro, che affigura –

opera egregia di cesellatura –

un germoglio di vischio in novo stile,


risogno un sogno atroce. Dal monile

divampa quella gran capellatura

vostra, fiammante nella massa oscura.

E pur non vedo il volto giovenile.


Solo vedo che il pettino produce

sempre capelli biondo-bruni e scorgo

un cielo fatto delle loro trame:


un cielo senza vento e senza luce!

E poi un mare… e poi cado in un gorgo

tutto di bande di color di rame.







L’ASSENZA



Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell’abito grigio:

rivedo l’uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d’acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore.

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani…





Raimundo de Madrazo





LA MEDICINA



Non so che triste affanno mi consumi:

sono malato e nei miei dì peggiori…

Tra i balaustri il mar scintilla fuori

la zona dei palmeti e degli agrumi.


Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,

amica! O bella voce tra i profumi!

Se recaste con voi tutti i volumi

di tutti i nostri dolci ingannatori!


Mi direste il Congedo, oppur la Morte

del cervo, oppure la Sementa… E queste

bellezze, più che l’aria e più che il sole,


mi farebbero ancora sano e forte!

E guarirei: Voi mi risanereste

con la grande virtù delle parole!






F I N E



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ed altre sue poesie.

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Guido Gozzano ed il crepuscolarismo – Biografia ed alcune belle poesie del grande poeta torinese   1 comment




Il poeta con la madre




Il crepuscolarismo è stata una corrente letteraria nata all’inizio del 900, in opposizione al vitalismo ed all’individualismo allora imperante, che aveva come tematica le piccole emozioni quotidiane, anche le più semplici, descritte con dolce malinconia o leggera ironia.



Guido Gozzano
(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)




BREVE BIOGRAFIA


Nato a Torino in un’agiata famiglia iniziò a studiare Giurisprudenza senza alcuna passione e presto entrò con amici in circoli letterari nei quali pur con contestandone l’eccessiva pesantezza poté approfondire diverse tematiche proposte da scrittori e poeti europei dell’epoca.
Ebbe sempre una salute malferma… (era ammalato di tisi) ma ciò non gli impedì da giovane di vivere la vita mondana torinese con i suoi amici con i quali in seguito creò il circolo dei crepuscolari torinesi.



Gozzano con alcuni amici al circolo della Marinetta



Ne 1907 iniziò a pubblicare poesie ed ebbe una breve e tormentata storia d’amore con la poetessa Amalia Guglielminetti.

Pubblicò diversi libri che ebbero un buon successo ma poco dopo nel 1916 a soli 33 anni morì per l’aggravarsi della malattia.






ALCUNE POESIE


Ne pubblico solo 3 perché lunghette ma a me molto care.


In particolare segnalo la 3° che è quella che diede
origine alla famosa frase
Non amo che le rose che non colsi








AD UN’IGNOTA


Tutto ignoro di te: nome, cognome,
l’occhio, il sorriso, la parola, il gesto;
e sapere non voglio, e non ho chiesto
il colore nemmen delle tue chiome.
…Ma so che vivi nel silenzio;
come care ti sono le mie rime:
questo ti fa sorella nel mio sogno mesto,
 
o amica senza volto e senza nome.
Fuori del sogno fatto di rimpianto
forse non mai, non mai c’incontreremo,
forse non ti vedrò, non mi vedrai.
Ma più di quella che ci siede accanto
cara è l’amica che non mai vedremo;
supremo è il bene che non giunge mai!
 



Federico Zandomeneghi



LE GOLOSE


 

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –

le dita senza guanto –

scelgon la pasta. Quanto

ritornano bambine!

Perché nïun le veda,

volgon le spalle, in fretta,

sollevan la veletta,

divorano la preda.

C’è quella che s’informa

pensosa della scelta;

quella che toglie svelta,

né cura tinta e forma.

L’una, pur mentre inghiotte,

già pensa al dopo, al poi;

e domina i vassoi

con le pupille ghiotte.

un’altra – il dolce crebbe –

muove le disperate

bianchissime al giulebbe

dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,

sugge la punta estrema:

invano! ché la crema

esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare

a giovine che adocchi,

divora in pace. Gli occhi

altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,

non crema e cioccolatte,

ma superliquefatte

parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,

strani, commisti troppo

di cedro, di sciroppo,

di creme, di velluti,

di essenze parigine,

di mammole, di chiome:

oh! le signore come

ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –

o legge inopportuna! –

il farmivi da presso,

baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte

di giovani signore,

baciarvi nel sapore

di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.




 Alphonse Mucha



COCOTTE

 

I.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto…

II.

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»

Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d’un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch’io viva rivedrò l’incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì… vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità…

«Una cocotte!…»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte… La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina…

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l’Isole Felici…
Co-co-tte… le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate…
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

III.

Un giorno – giorni dopo – mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!…»
«è vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise… E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

IV.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent’anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso… Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l’ultimo amante disertò l’alcova…
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d’un bacio e d’un confetto,
dopo vent’anni, oggi ti ritrova

in sogno, e t’ama, in sogno, e dice: T’amo!
Da quel mattino dell’infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t’aspetta, o creatura!

Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t’agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state… Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia…
Vieni! T’accoglierà l’anima sazia.
Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacerò; rifiorirà, nell’atto,
sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d’allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.







F I N E



Tony Kospan




Chi desiderasse conoscere meglio 

e più “da vicino” Gozzano

(l’uomo, gli amori, villa Meleto)

e leggere altre sue poesie







GUIDO GOZZANO – Vediamolo da vicino – L’uomo.. la poetica.. gli amori.. Villa Meleto.. ed altre sue belle poesie   5 comments





Con questo post desidero approfondire la conoscenza di questo poeta che,


nonostante la sua breve vita
, a mio parere,


occupa un posto molto importante nella poesia italiana del primo ‘900.




(Torino 19.12.1883 – Torino 9.8.1916)



Benché di famiglia “bene” 

(il padre era ingegnere e la madre figlia di un senatore)

Guido, 4° di 5 figli, non fu affatto uno studente modello… anzi!


Allo studio scolastico preferiva le monellerie

e, più grandicello, presa in qualche modo la maturità,

iniziò a frequentare il circolo “La Società della cultura”,

trascurando però gli studi della facoltà di Giurisprudenza,

e diventò il capo di una matta banda di giovani di buona famiglia

che ne combinavano di tutti i colori.






L’UOMO.. LE PASSIONI.. L’AMORE.. VILLA MELETO

ED ALTRE SUE POESIE

a cura di Tony Kospan



Il giovane Gozzano, nonostante l’aspetto elegante ed aristocratico

amò frequentare attricette e “servette”.


Dell’amatissima madre, attrice per un po’.. in gioventù, scrisse:


“Tu parlavi, Mamma: la melodia della

voce suscitava alla mia mente la visione

del tuo sogno perduto. Or ecco: ho

imprigionato il sogno con una sottile malia

di sillabe e di versi, te lo rendo perché tu

riviva le gioie della giovinezza.”







L’UOMO


Di lui gli amici dicevano 

che avesse una voce bella, calda e con lieve accento piemontese,

che gesticolasse con misura ed eleganza,

che avesse un volto pallido con lineamenti marcati ma regolari,

che fosse magrissimo e di media statura

ed avesse occhi leggermente azzurri e capelli pallidamente biondi.


Guido amava giocare con le parole ed anche prendersi in giro…


“Ma dunque esisto! O strano!

Vive tra il Tutto ed il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano







LA VILLA DI MELETO (IL SUO RIFUGIO) AD AGLIE’



Molto spesso si rifugiava nella villa di Agliè

dove, ormai paralizzata alle gambe, viveva sua madre.


Lì, in paese, tutti lo conoscevano e gli volevano bene.


Questa villa è stata da qualche anno restaurata con fatica,

per una lunga e costante ricerca di mobili e arredi originali e/o d’epoca,

da parte di Lilita Conrieri appassionata cultrice delle poesie di Gozzano.







Innanzitutto però fu salvato l’immobile stesso dalla demolizione,

grazie al padre di Lilita che l’ha comprato,

ed ora la figlia l’ha reso

un vero proprio piccolo museo dedicato al poeta.


Visitandola si ha quasi l’impressione di conoscere

L’amica di nonna Speranza” una delle sue poesie più note

e di vivere le dolci atmosfere crepuscolari amate da Guido.






L’AMORE (DIFFICILE) DELLA SUA VITA


Ecco come descrisse lui stesso la conoscenza della poetessa Amalia Guglieminetti.


“Una volta, l’anno scorso, noi – Vallini Bassi Vugliano ed altri (amici del poeta n.t.k.) –

eravamo nella sala dei giornali, voi – sola – in quella delle riviste,

in piedi, eretta, sfogliando col braccio proteso le rassegne sul tavolo.

E fra di noi si dicevano più o meno queste cose:

– è bella.

– Sì, è bella!

– Ma scrive. […]

– è una Signorina per bene e di ottimo casato…

– Già, dicono che sia per bene.

– è, è: questo ve lo garantisco: conosco la famiglia.

– Che peccato!

– Che cosa?

– Che sia Signorina.

– E che sia per bene.

– Che peccato: è proprio bella!

– Fosse almeno analfabeta.

– Ma scrive!”



(da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 10 giugno 1907)





Il loro amore però dopo un po’ divenne difficile

ed il poeta si tirò indietro (con gran dolore di Amalia).


Ciononostante la loro amicizia non terminò mai

e durò tutta la (breve) vita di Guido.



fre bia pouce Cliccando qui giù.. la storia del loro amore ed alcune loro lettere.


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I SUOI HOBBY


.

Ebbe 2 grandi passioni 

le farfalle e la bicicletta con la quale fece lunghi viaggi.





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LA POETICA CREPUSCOLARE



La sua è una poetica che rompe gli schemi del tempo

contestando la teatrale scenografia di D’Annunzio,

mito del suo tempo, ed essendo conscio del suo incerto futuro,

si rifugia in una ribellione letteraria dolce e malinconica.




.

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ALCUNE POESIE


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IL SOGNO CATTIVO 


Se guardo questo pettine sottile

di tartaruga e d’oro, che affigura –

opera egregia di cesellatura –

un germoglio di vischio in novo stile,


risogno un sogno atroce. Dal monile

divampa quella gran capellatura

vostra, fiammante nella massa oscura.

E pur non vedo il volto giovenile.


Solo vedo che il pettino produce

sempre capelli biondo-bruni e scorgo

un cielo fatto delle loro trame:


un cielo senza vento e senza luce!

E poi un mare… e poi cado in un gorgo

tutto di bande di color di rame.







L’ASSENZA



Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva, che pare

un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell’abito grigio:

rivedo l’uncino, i romanzi

ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono

la gota sopra la ringhiera.

E non sono triste. Non sono

più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.

E sopra un geranio vermiglio,

fremendo le ali caudate

si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno

è come seta ben tesa;

ma sulla serena distesa

la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace

la rana. Ma guizza un bagliore

d’acceso smeraldo, di brace

azzurra: il martin pescatore.

E non son triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino

stupito di che? non mi sono

sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.

I fiori mi paiono strani:

Ci sono pur sempre le rose,

ci sono pur sempre i gerani…





Raimundo de Madrazo





LA MEDICINA



Non so che triste affanno mi consumi:

sono malato e nei miei dì peggiori…

Tra i balaustri il mar scintilla fuori

la zona dei palmeti e degli agrumi.


Ah! Se voi foste qui, tra questi fiori,

amica! O bella voce tra i profumi!

Se recaste con voi tutti i volumi

di tutti i nostri dolci ingannatori!


Mi direste il Congedo, oppur la Morte

del cervo, oppure la Sementa… E queste

bellezze, più che l’aria e più che il sole,


mi farebbero ancora sano e forte!

E guarirei: Voi mi risanereste

con la grande virtù delle parole!






F I N E



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Per chi desidera leggera la biografia del poeta

ed altre sue poesie.

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G. Gozzano e A. Guglielminetti – Il difficile amore tra i due poeti nei primi anni del ‘900 ed alcune loro lettere   Leave a comment




Amalia e Guido




Stavolta parliamo di una storia d’amore tra… poeti e cioè… tra Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano.
Le storie d’amore tra poeti in realtà sono rare… ma non rarissime.





Amalia Guglielminetti




Spesso però… sono anche storie “difficili”.
Ma in fondo forse non sono dissimili affatto da quelle di altre persone che poeti non sono… quando l’amore, anche grande, è di uno solo dei due come capiremo, leggendo qui di seguito, alcune loro lettere.
La loro storia inizialmente calorosa… dopo un po’ diviene sempre più rarefatta a causa di Guido che tende pian piano a staccarsi da lei.
Ma, nonostante questi che si suol chiamare “alti e bassi”, la loro relazione  è stata breve ma non brevissima.
Nel 1907, all’nizio della loro relazione nata negli ambienti letterari torinesi, Gozzano inizia ad aver successo come poeta ma purtroppo scopre, proprio nello stesso periodo, anche di avere una lesione ad un polmone che circa 9 anni dopo lo porta alla morte ancora giovanissimo.








DA AMALIA A GUIDO
Martedì – 24 marzo 1908


Perché mi fate piangere, Guido, perché mi fate rimpiangere quel poco che v’ho dato di me?
Non dovevo venire con Voi quel giorno per soffrirne dopo, così, per vedermi tolta anche la piccola dolcezza di sentirvi qualche volta vicino.
E così poca cosa la vita e così breve per negarci qualche poco della sua bellezza per tormentarci volontariamente anche quella piccola parte di bene che ci concede?
Voi vi dite corazzato anzi insensibile ad ogni ferita. Io no, mio dolce Amico, o vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tanto lontano.
Mi pare di trovarmi più sola in quest’ombra grigia di banalità che ci circonda, sento d’aver smarrito qualche cosa di più leggero, di più chiaro, di più elevato, l’amico che mi comprende, il fratello che sogna i miei sogni e gioisce della mia gioia, la tenerezza che blandisce e riscalda il cuore.
Io non voglio che tu mi sfugga, Guido, io non voglio che tu mi segua di lontano come un estraneo, che tu mi riveda ancora un giorno lontano quando forse i miei capelli non saranno più tanto bruni e la mia bocca fresca e i miei occhi lucenti.
Lascia ch’io ti dica tu come un compagno, ch’io non senta fra noi il gelo di quella parola dura.
Io ti sono compagna ora senza tremori e senza fremiti, sorella della tua anima.
Io ti saprei baciare la fronte con un sorriso sereno come si bacia un bambino.
No, noi non abbiamo ancora sepolto nulla di noi stessi.
Io sono per te come il primo giorno che ti vidi, non sazia, né stanca, né oppressa dalla più piccola parte di te.
Sei nuovo e fresco al mio spirito come allora che m’eri ignoto.
Ogni tua parola è come una piccola luce che ti rischiara un momento e ch’io guardo risplendere con gioia nuova ogni volta che tu parli.
E un senso strano ch’io non so dire, ma che non ho mai sentito per altri, una malia, quasi, che è credo, una occulta profonda fraternità, un oscuro legame spirituale che ci unisce anche nostro malgrado.
Ma tu non provi questo fascino, lo so, poiché mi respingi dopo alcune ore di comune vita, mi allontani con un gesto che mi pare un urto di disdegno.
Forse io non sono stata con te, quel giorno, quella della tua attesa.





Marco Reviglione – Ritratto di Amalia Guglielminetti




Ora leggeremo l’amara risposta di Guido.
Facciamolo con attenzione.
E’ chiara ed evidente, anche se davvero elegante, la volontà di staccarsi da parte del poeta.
Però debbo dire che, nonostante appaia ben descritta la spiegazione della sua decisione, forse ne ignoriamo i veri motivi. 








DA GUIDO AD AMALIA 
30 marzo 1908


Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia.
E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti…
Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno.
Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità.
Sento in fondo all’anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse — perdonami — anche un po’ con te…Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino.
E quale felicità, Amica mia!
Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! 
E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! 
Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni!
Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile.
Io non vedrò le tue vesti nuove.
Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia…
Perché non confessartelo, mia buona sorella?
L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce.
Non sento non vedo non godo non soffro di altro.
Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini?
Per me, camminando diritto, con l’occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo…
Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo.
E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentito la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio. 
Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero.
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! 
Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque…
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: ohimè!
Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami. Perdonami.
Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai.
E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita.
Non altro. Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo.
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo.
E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco.
Partirei pur non dovendo partire.
Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto.
Rivederci? A che scopo?
Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.
Addio, mia buona amica! Ti bacio.




Guido Gozzano




Nella terza ed ultima parte leggeremo infine la risposta (scritta in 2 momenti) di Amalia che ci porta a “sentire” l’immensa forza del suo amore… dolorosamente unita però all’abisso di sofferenza per la consapevolezza che esso non è ricambiato.
Eppur vediamo che lotta ancora come una leonessa.








DA AMALIA A GUIDO
30 marzo 1908 – risposta immediata


Caro Amico, vi pensavo più buono di quanto vi dimostrate.
Credevo di meritare almeno una parola di risposta se vi pareva troppa concessione accordarmi una visita come vi chiedevo.
Un’amicizia come la nostra non deve morire così fra la vostra indifferenza inerte e la mia esasperata tristezza.
Perché io non credo possibile per Voi e per me una fedeltà che resista alle lontananze e agli oblii.
Siamo entrambi troppo egoisti per i culti essenzialmente spirituali.
Mi costringete a mendicare dagli amici vostri le vostre notizie con parola leggera e anima febbrile.
Mi costringete a mendicare da Voi una condiscendenza che non dovrebbe esservi grave. 
E mi è duro, sapete, curvarmi così.
Vorrei parlarvi di cosa che non posso affidare a una lettera.
V’aspetterò a casa mia mercoledì fra le quattro e le cinque, o, se preferite un luogo aperto, giovedì alle tre e mezza laggiù a’ piedi della collina dove già v’ho atteso una volta soffrendo.
Non rispondetemi se vi pesa, ricordate solo ch’io v’aspetterò con intenso desiderio, e che vi prego di venire.

……………………….

Stamani io scrivevo questo mentre tu forse aggiungevi per me tristezza a tristezza nello otto pagine della tua lettera.
Non distruggo e non disdico il mio biglietto.
Ho troppa sete di te per saziarmi delle tue parole amare.
Non è vero ch’io abbia cose segrete a dirti, era una menzogna per indurti a venire.
Porta pure con te la tua ambizione, la tua freddezza, la diffidenza che hai verso di me.
Sarà meglio, forse mi guarirai; ma non inasprire ancora il mio male con un rifiuto.
Se anche non mi ami perché vuoi ch’io ti perda?
Perché vuoi farmi sentire così nera così crudele la mia solitudine, così completo il mio isolamento?
Ah! La gloria, Guido, come ne sogghigno!
Io non so come tu possa amare sognare darti a una così vacua cosa.
Io voglio più bene a te che alla gloria, quella non mi farà mai piangere né aspettare in ansia.









UNA PERSONALE CONSIDERAZIONE

In un primo tempo, quando lessi queste lettere per la prima volta, non apprezzavo affatto le fredde parole di Gozzano, anzi.
Mi sembravano troppo aride e distaccate e solo una scusa per tagliare la corda.
Poi conoscendo meglio la vita del poeta e soprattutto il suo delicato stato di salute sono giunto a pensare che la sua decisione di troncare la loro storia non era forse originata da futili motivi di comodità bensì da altri e più gravi che, forse per pudore, il grande poeta del crepuscolarismo non se la sentiva di confessare all’amata.
Non so cosa ne pensiate voi ma mi piacerebbe saperlo.



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