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Alex Kurzem – L’incredibile storia del bimbo ebreo mascotte dei nazisti con le immagini ed il libro   Leave a comment



Quando la realtà, in questo caso storica, supera la fantasia!

Questa storia è venuta alla luce una ventina d’anni fa 
ma solo da poco, grazie al libro del figlio, 
è divenuta nota in tutto il mondo.





  

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ALEX KURZEM

IL BIMBO EBREO CHE DIVENNE LA MASCOTTE DEI NAZISTI

 

 

 
 
 
 
 
 
 
Quest’incredibile e documentata vicenda è assolutamente vera…. e da essa…, dalla rivelazione del bambino diventato ormai anziano al figlio…, è nato un libro divenuto best seller in tutto il mondo…, con il titolo IL BAMBINO SENZA NOME. 


Ma andiamo con ordine.




 







LA STORIA
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Siamo in uno sperduto villaggio tra i boschi della Bielorussia (purtroppo non si è riusciti a scoprire quale) nel mezzo della seconda guerra mondiale…
Il ragazzo vive lì con la sua umile famiglia di origini ebree.

Tutto inizia la sera in cui sua madre dice, “Domani saremo tutti morti”.

Ma lui – come si chiamava allora? non lo sa, non lo ricorda proprio – si era alzato ed era uscito di casa nella notte, era salito sulla collina e da lì, la mattina seguente, aveva visto uno spettacolo di tremendo orrore per chiunque, immaginarsi per un bambino di – forse – cinque anni.

Aveva solo capito che doveva fuggire e nascondersi nella foresta… dormendo sugli alberi di notte.

Ma dopo aver vagato per mesi da solo nei boschi tra la neve ed i lupi viene catturato da un’unità lettone filonazista.








Eccolo ora davanti al plotone di esecuzione ma lì, le spalle contro il muro della scuola, rivolge al sottufficiale che sta per premere il grilletto una strana, ma perfetta domanda da bambino:

Puoi darmi un pezzo di pane, prima di spararmi?”.  

Questa domanda gli salva la vita.



 


Le SS decidono infatti di prendere quel bambino dai capelli biondissimi e dagli occhi cerulei come loro mascotte, per farne un modello di soldato bambino da utilizzare per la propaganda. 

Da questo momento incomincia la vita ‘costruita’ su misura per lui, proprio come le divise – fatte della sua taglia – che gli fanno indossare per trasformarlo nella mascotte dei soldati.

Gli vengono dati un nome, Uldis Kurzemnieks, e una data di nascita; 
gli si dice che è russo; gli si insegna a ripetere la storia (alterata) del suo ritrovamento; 
viene perfino modificata la data in cui era stato salvato.



  




LA STORIA RECENTE



Nel 1995 Alex Kurzem ha sessant’anni (almeno, pensa di avere sessant’anni, perché gli è stata attribuita una data di nascita, proprio come gli è stato attribuito un nome) e ha sempre taciuto a tutti e perfino ai suoi familiari il suo passato avvolto nella nebbia di ricordi imprecisi e della volontà di rimozione.



 





 

 







Vive con la sua famiglia in Australia ma ecco che, inventando una scusa per la moglie, lascia Melbourne e si reca dal figlio Mark, a Oxford.

Stringe tra le mani la valigetta che Mark e i suoi fratelli gli hanno sempre visto custodire gelosamente, senza che nessuno di loro potesse mai sbirciarci dentro.










In quella valigetta sono conservate le foto e vari documenti del suo passato di mascotte dei nazisti.

Alex ora vuole ricordare, ritrovare le sue radici, la sua famiglia, il suo passato, vuole sapere tutto, anche il suo nome, perché quello con cui è cresciuto, si è sposato, ha generato tre figli, Alex Kurzem, non è che il nome falso che gli diedero su un foglio di via.

Chiede quindi al figlio di aiutarlo.


 


 
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I L   L I B R O
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L’AIUTO DEL FIGLIO MARK

 

Mark ha da poco iniziato la sua vita da ricercatore a Oxford quando suo padre Alex bussa alla sua porta con un angoscioso segreto da confessare.

I brandelli di quel segreto sono rinchiusi in una logora valigia che custodisce i ricordi evanescenti e ossessionanti che per quasi settant’anni suo padre ha cercato di seppellire nell’oblio.

Tocca a Mark ora aiutare suo padre a ricostruire la sua storia, l’epopea di un bambino bielorusso ebreo di cinque anni che è scampato avventurosamente allo sterminio della sua famiglia e del suo villaggio.


 

 

 

 


UNA RECENSIONE DEL LIBRO

 
 
Non si esce indenni dalla lettura di questo libro.

Perché non solo vi ritroviamo le descrizioni delle carneficine compiute dai nazisti, ma a questi crimini se ne aggiungono altri, che non grondano sangue ma che sono più sottilmente crudeli.

Che non annientano la vita ma la manipolano, che non distruggono ma rubano l’identità di un individuo, privando della sua eredità culturale lui e i suoi figli e i figli dei figli.

Non possiamo non essere pervasi pure noi dall’angoscia duplice dell’uomo che si domanda chi sia (o chi fosse prima di diventare quello che è ora) e se debba giudicarsi colpevole per quello che ha fatto, che gli hanno fatto fare, che non sa se ha fatto.

Un bambino di sei, sette, otto anni, distingue tra bene e male?

E, se un bambino è (lo diceva Rousseau) per sua natura buono e innocente, quanto maggiormente colpevole è chi lo mette sulla strada del male?

Avrebbe dovuto, lui, avrebbe potuto sottrarsi, fare qualcosa di diverso da quello che ha fatto?


 
 
 
 





Questa è la copertina ed il titolo del libro pubblicato in Italia dove sarà possibile leggere tutta la storia in modo molto più ampio ed approfondito.



 
 
 
 

Notizie e informazioni dal Web liberamente adattate ed impaginate da T. K.



Ciao da Tony Kospan





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STORIE DELLA LIRA NEGLI ANNI ’70 – L’INCREDIBILE E MISTERIOSA VICENDA DEI MINIASSEGNI   Leave a comment







Quelli che rimpiangono acriticamente l’amata Lira dimenticano i tanti problemi che la vecchia moneta visse nel corso del secolo della sua esistenza.

Uno dei casi più strani e molto divertenti (soprattutto per gli stranierifu la comparsa dei mini assegni.








Accadeva, in modo uniforme in tutta Italia nel 1975, che in poco tempo non si trovavano più le monete di metallo.

La causa precisa del fenomeno  è ancora incerta, si suppone che, a causa della grande inflazione, la Zecca prediligesse la stampa di monete cartacee lasciando invariato il numero delle monetine.

O, secondo un’altra ipotesi,  sembra che i produttori giapponesi di orologi ne facessero incetta, data la qualità  del metallo delle nostre monete per le loro casse.







O ancora, secondo altri, a causa dell’apparizione e la grande diffusione di macchinette automatiche (juke box, slot machine etcche ingoiavano enormi quantità di monetine.

Ci fu, come al solito, pure chi parlò di complotto!

Quel che è certo è che le monete scomparvero.







Allora i negozianti provarono a dare ai loro clienti il resto con caramelle, gettoni telefonici o altro.

Ma la cosa non funzionò ed ecco che comparvero i miniassegni.

Il primo fu emesso dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino il 10.12.1975, a cui seguirono poi tante altre Banche ed Istituti di Credito vari con tagli di vario importo, da 50, 100, 150, 200, 250, 300 e persino da 350 lire!







Erano di 11 cm x 21 per lo più di cartaccia, ma erano anche colorati e scritti male.

La loro diffusione fu immediata dato che risolveva il problema contingente, ma in realtà già dopo qualche anno, dato che erano fatti di carta di poca qualità, essi iniziarono a deteriorarsi ed a divenire inservibili.

La cosa però interessò i collezionisti di tutto il mondo che cercarono di accaparrarsi queste strane monete nate senza alcuna legge o regola. 







C’è da dire che non mancò nemmeno la diffusione di mini assegni falsi creati da falsari con intestazione di Banche inesistenti.

Il PM di Perugia volle intervenire e ne dispose il sequestro in tutto il territorio nazionale ma la cosa, ovviamente, non ebbe alcun seguito essendo gli assegnini milioni ed in tutte le tasche degli italiani.

Solo verso la fine del 1977 ed agli inizi del 1978 finalmente si muoveva la Zecca che iniziò ad incrementare la produzione di monetine (soprattutto con 100 milioni di monete da 200 lire il cd. “Bronzino”).







Pian piano i miniassegni non servivano più e tutti coloro che ne avevano in gran numero quando vollero trasformarli in lire si accorsero che praticamente ciò era impossibile dati gli adempimenti ed i costi dell’operazione molto superiori al loro valore.

Agli inizi del 1979 i miniassegni ormai erano scomparsi senza che gli Italiani ci facessero nemmeno caso.

Ora sono solo oggetti da collezione, ma restano tuttora 2 misteri.

Come mai scomparvero all’improvviso tutte le monetine e come si è potuta affermare in Italia una moneta alternativa e senza alcuna legge.


Tony Kospan




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L’11 SETTEMBRE 2001 CAMBIO’ IL MONDO – La storia.. una riflessione.. ed una musica dolorosa in memoria   1 comment

 

 

Non possiamo non ricordare oggi 

una data divenuta amaramente storica

sia per quel che è accaduto che per il fatto che dopo di essa

il mondo non è stato più lo stesso!

 

 

 

 

 

Alle 08.47 di martedì 11 settembre 2001
l’America viveva un mattino come tanti.
 
Un minuto dopo l’odio si abbatteva,
con tutta la sua ferocia,
su New York, e… sul mondo.

 

 





 
 
 
 
 IL GIORNO CHE CAMBIO’ IL MONDO




Mentre le Torri colpite dagli arei eruttavano fumo e fiamme,
gli occhi delle persone di ogni parte del mondo
mostravano stupore… orrore ed incredulità.
 
 
Il mondo intero infatti, attraverso la televisione,
poteva assistere attonito, ed in diretta,
al collasso delle torri ed alle macerie fumanti,
che seppellivano per sempre
migliaia di persone ed i loro sogni
ma anche alla disperata fuga dei più fortunati.
 
 
 

 
 
 
 

 
 
 
Insieme alle torri crollavano di colpo
anche, e per sempre, le certezze di milioni di persone
e l‘idea del mondo che avevamo fino ad allora.
 
 
Il mondo infatti, come accennavo su, 
 dopo l’11settembre
non è stato più lo stesso di prima.

Oggi però stiamo assistendo ad un altro fenomeno
che anch’esso sta cambiando il mondo
la pandemia del Covid-19
a cui si è aggiunta una guerra nella pacifica Europa
davvero incomprensibile
che ormai dura ormai da molti mesi.








Gli effetti di quel disastro sono comunque, 
ancora oggi, sotto gli occhi di tutti.
 
 
E conoscendo gli effetti,
ora si fanno più chiare anche le cause
che però solo ora pare iniziamo
a comprendere meglio.



 

 
 

Dopo tanti anni, 
e dopo la fine di Bin Laden e del Califfato (ISIS),
qualcosa finalmente sembrava che stesse cambiando,
ma ahimè il terrorismo permane nel mondo
anche se sempre con modalità diverse.

Temo però che intanto l’Umanità 
non ha ancora capito la lezione dei secoli
e stia correndo incoscientemente verso nuovi conflitti
che destabilizzeranno di nuovo la pace nel mondo.










Oggi però è soprattutto il momento

della memoria, del rimpianto e del dolore

per quel che avvenne quell’

11 settembre

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Ma oltre a non dimenticare
dobbiamo anche impegnarci ad esercitare,
un’attenta e vigile difesa, 
usando la forza della saggezza, della civiltà e della cultura.
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Ascoltiamo infine questa musica dolorosa
rivolgendo un pensiero a chi non c’è più
e nel contempo sperando che cose così
ed assurde guerre non accadano mai più.


 
 
 
 
 

 

 

 TONY KOSPAN




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Ecco la bella storia della parolina “Ciao” diffusasi in tutto il mondo anche grazie a 3 belle canzoni   Leave a comment

 
 
 
 
 

 

 

 

 
 
 
E’ una parolina che sentiamo fin da bambini: 
“fai ciao con la manina” ci dicono i nostri genitori… ma ne conosciamo la storia?
 
CIAO oggi è una delle parole italiane più diffuse al mondo (è seconda solo alla “pizza”) ma, stranamente, il suo uso come parola scritta risale solo all’800 e precisamente nel 1818 a Milano (dunque ha da poco superato il duecentesimo compleanno).
 
 
 
 


 
 
 
La storia però inizia nel 6° sec. d. C. quando furono catturati degli slavi e messi in schiavitù.
 
Col tempo la parola finì per significare schiavo (slavus/sciavus) non solo in Italia ma anche in Spagna.
 
Passarono molti secoli ma il significato di “schiavo” in Italia si modificò in “servo vostro”.
 
 
 


 
 
 
Pietro Aretino nel ‘500 lo evidenzia con questa frase “Vi son schiavo maestro” nel suo libro “Marescalco”.
 
Insieme alla diffusione di questo nuovo significato la parola “schiavo” subisce delle modifiche nelle varie regioni (“sciavo”, “schiao” a Venezia, “ciavo” a Milano, “scavo” al sud e “stiavo” a Firenze). 
 
Poi quasi contemporaneamente nella lingua parlata in tutta Italia esplode (per la dolcezza del suono?) la parola “Ciao“, anche se i vecchi termini resteranno anch’essi ancora un po’ in uso.
 
 
 
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Fu però Domenico Modugno, nel 1959 a Sanremo col ritornello della sua canzone “Piove” (Ciao ciao bambina), che diede inizio al suo viaggio trionfale per il mondo diventando così non più solo italiana… ma mondiale.
 
Nel contempo la canzone diffondeva anche l’uso del raddoppio “Ciao ciao“.
 
 
 
 
fre bia pouce   musicAnimata

 

 

 

 
 
Per la verità la troviamo anche in un’altra precedente e storica canzone “Bella Ciao“.
 
Di essa si sono serviti la pubblicità, i motorini (Piaggio), la mascotte dei mondiali del ’90, la crema (Ciaocrem) etc…
 
 

 fre bia pouce    musicAnimata

 

 

 

 
 Nello stesso anno della nascita del “Ciao” motorino poi ecco un’altra canzone in cui questa parola trionfa.. “Ciao amore, ciao” di Luigi Tenco.
 
Oggi i moderni modi di parlare ci mostrano delle variazioni in tema come “ciaissimo“, “cià-cià-cià“, “ciaone” e “ciao neh“.
 
 
 
 
 

 

 

 

 
 
Ma dato che le lingue si evolvono… la sua storia certamente continuerà.
 
Chi volesse approfondire il tema può leggere il libro “Ciao” del docente di linguistica Nicola de Blasi. 
 
Non posso concludere questa breve storia del termine Ciao se non con un bel…
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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Moda maschile – Ecco la lunga storia della cravatta dall’antichità ai giorni nostri   Leave a comment

Moda maschile – La lunga storia della cravatta dall’antichità ai giorni nostri

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Non solo le Nazioni, i popoli, le persone etc.
hanno una loro storia
bensì anche le cose e gli oggetti (pure i più umili)
che vivono o hanno vissuto nel tempo con noi.

Ed anch’essi subiscono diverse vicissitudini
potendosi evolversi col tempo
o… anche scomparire.



 
 
 
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Ed allora stavolta parliamo di una cosa da… uomini
la cravatta.
 

 
 
 
 
 


Essa è stata mia… compagna fedele per oltre 40 anni.
 
 
Devo però dire che era ed è ancora
per me naturalissimo indossarla.


 

 
 
 

 
 
Non mi ha mai dato alcun fastidio
però oggi, che sono in “ferie permanenti” (ah ah),
cerco di vestire molto più casual.
 
 
Dunque ecco una breve storia dell’amica cravatta.

 




 
 
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LA STORIA DELLA CRAVATTA



Così come la camicia, che da semplice indumento ” intimo”, come veniva considerato nei tempi antichi, ha assunto con il passare dei secoli, sempre maggiore importanza fino a diventare vero e proprio segno distintivo di eleganza e raffinatezza, anche la cravatta, nata inizialmente come semplice fazzoletto, ha conquistato ben presto un posto di rilievo nella vita dell’uomo. Ornamento indispensabile all’eleganza maschile, spesso portata anche dalle donne, esprime la personalità di chi l’indossa e diviene strumento di grande importanza nelle relazioni sociali.





Ricostruzione del vestiario di un soldato romano

 
 

 
La cravatta nasce inizialmente come pezzo di stoffa che i legionari romani portavano, per motivi igienici o climatici, legato intorno al collo, con il nome di “focale”.
Secoli dopo i francesi adottarono questo ” fazzoletto”, mutuando a loro volta l’idea, da quello indossato dai mercenari croati durante la guerra dei Trent’anni.
Nel 1661 Luigi XIV istituisce la carica di “cravattaio” del re, gentiluomo cui era assegnato il compito i aiutare il sovrano ad abbellire ed annodare la cravatta.





La cravatta di Luigi XIV




Nove anni dopo nel ’61 la duchessa di Lavallière, favorita del re, è la prima donna ad indossare una cravatta.
Nel XIX secolo sarà dato il suo nome alla più aggraziata delle cravatte maschili.









Nel1925, il cravattaio americano Jesse Langdorsf brevettò una cravatta lunga, meno sgualcita e più stabile: 
era nata la cravatta attuale, confezionata con tre segmenti di tessuto e tagliata di sbieco.

 
 
 


 

Oscar Wilde


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Parlando di cravatte non si può non menzionare il nodo.

Oscar Wilde nel suo “L’Importanza di Chiamarsi Ernesto” diceva: “Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita”.

Il gesto quotidiano dell’annodarsi la cravatta assume un significato simbolico e quasi magico che si perde nella notte dei tempi.

Nell’iconografia simbolica maschile il nodo rappresenta l’unione, il matrimonio, la fertilità e quindi la vita.

Come Léonor dice ad Ariste ne “La scuola delle mogli ” di Molière, “Un sacro nodo da domani ci unirà”.

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Cravatta ai tempi della Belle Epoque



Ma come si annoda una cravatta?

Un Semplice gesto che con poche regole base, diventa facile come allacciarsi le scarpe.

Non sempre si sa che per fare il “nodo semplice”, il più diffuso, occorre posizionare l’estremità più larga, 30 cm. più in basso, e se si è destri posizionarla sulla destr o sulla sinistra per i mancini. 

Concludendo possiamo riassumere l’essenza della cravatta con questo aforisma di un anonimo francese del 1820. “Della cravatta ho una cura perfetta: è il vero canone dell’eleganza. Mi adopero per ore con costanza perché appaia annodata in tutta fretta

 

 

 

Come fare il nodo Windsor


 

 


Testo dal web… impaginazione t.k.












Oggi tra le cravatte più ricercate e famose, per la loro raffinata eleganza, sono certamente quelle di Marinella.

Esse sono tutte fatte a mano e sono richieste ed utilizzate da VIP, Capi di Stato di tutto il mondo e da chi vuole indossare una cravatta davvero unica.

La storia delle cravatte Marinella inizia nel 1914 a Piazza Vittoria sull’elegante Riviera di Chiaia di Napoli dove ancor oggi si trova il negozio.



 
 
 
 
 

 



Ciao da Orso Tony





ARANCIO divfar
STORIA RICORDI ED ATMOSFERE DI UN TEMPO
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C’è davvero l’isola che non c’è! E’ l’Isola Ferdinandea – Conosciamone la storia!   Leave a comment





Se ne sono occupati gli storici, i geologi, i politici, i diplomatici, i vulcanologi,

ma l’isola Ferdinandea ha tutti gli elementi del mito e della leggenda. 

 

 
 
  

 

 

 

 
 C’E’ DAVVERO…
L’ISOLA CHE… NON C’E!
ECCOLA… E’…

 

L’ISOLA FERDINANDEA 
 
 
 

 

 

 

 
  
 
 

 

 
 
 
 
 Nel web sono molti i siti di varie nazioni che ne parlano, alcuni in termini robustamente rivendicativi, essenzialmente sulla scorta – anacronistica – del fatto che, all’epoca della sua comparsa, l’Italia non era un’entità politica.
 
L’Isola Ferdinandea è conosciuta oggi come “Banco Graham”, ovvero una vasta piattaforma rocciosa a circa 6 metri dalla superfice marina tra Sciacca e l’isola di Pantelleria.
 
 
Costituisce la bocca di un vulcano sommerso che, eruttando, nel 1831, vide l’isola crescere fino ad una superficie di circa 4 km2 e 65 m di altezza.
 
Tuttavia essa era composta da materiale eruttivo chiamato tefra o tefrite, materiale facilmente erodibile dall’azione delle onde.
 
 
Alla conclusione dell’episodio eruttivo si verificò una rapida erosione e l’isola scomparve definitivamente sotto le onde nel gennaio del 1832, prima di ogni soluzione del problema sorto intorno alla sua sovranità .
 
 
 
 

LA STORIA
 
 

 


Il 10 dicembre 1831 Benedetto Marzolla, dipendente dell’Officio Topografico del Regno delle Due Sicilie, pubblicò una Descrizione dell’Isola Ferdinandea nel mezzo-giorno della Sicilia, comunicando che il precedente 12 luglio un vulcano era emerso dal mare e, dopo numerose eruzioni, aveva lasciato un’isoletta.
 
Era un piccolo pianoro di sabbia nera e pesante, tanto friabile da non sostenere il peso di una persona; nel centro vi sorgeva un colle e poco discosto c’era un laghetto di acqua fumante, dall’acre odore di zolfo. 
 
 
Si trovava sul banco detto dai Siciliani Secca di Mare o Secca del Corallo e dagli inglesi di Malta Banco di Graham, circa 30 miglia a sud di Sciacca.
 
 
 
 

 

 

 


 
Il canonico Arena scriveva che queste eruzioni “sono state sempre precedute da brevi scosse di terremoto che si sono susseguite con fortissimo fragore di boati”. Secondo l’Arena “testimoni dell’evento furono i capitani Trafiletti e Corrao, naviganti in quel mare (latitudine 37,11 nord e longitudine 12,44 est) che osservarono un getto d’acqua a cui tennero dietro colonne di fiamme e di fumo che si elevavano ad un’altezza di 550 metri circa. Il 16 luglio si vide emergere la testa di un vulcano in piena eruzione e il 18 lo stesso capitano Corrao, di ritorno, osservò il cono del vulcano che sporgeva dal mare. Presto si vide emergere un’isoletta che crebbe sempre in eruzione e raggiunse, il 4 agosto, una base di tre miglia di circonferenza ed un’altezza di sessanta metri, con due preminenze, una da levante ed una da tramontana, a guisa di due montagne legate insieme; con due laghetti bollenti”.
 
 
Non appena si diffuse la notizia dell’apparizione del piccolo lembo di terra, accorsero, ad osservare l’evento, navi e scienziati di vari Paesi, dal Regno delle Due Sicilie, alla Svizzera, alla Germania, alla Gran Bretagna.
 
Si susseguirono visite da parte di vari studiosi, tra cui il prof. Karl Hoffman, geologo dell’Università di Berlino, il fisico Domenico Scinò , il prof. Carlo Gemellaro, docente di Storia Naturale presso l’Università di Catania per osservare l’evento.
 
Poiché Re Ferdinando aveva da poco visitato Palermo, il prof. Carlo Gemellaro suggerì che l’isola gli fosse intitolata.
Per effetto di un regio decreto del 17 agosto, l’isola Ferdinandea fu annessa al Regno delle Due Sicilie. 
 
 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
L’isoletta suscitò anche l’interesse di alcune potenze straniere alla ricerca di avamposti strategici per gli approdi delle loro flotte mercantili e militari.
 
Così il 2 agosto l’Inghilterra prese possesso dell’isola chiamandola “Graham”, suscitando le proteste dei siciliani e dello scopritore capitano Corrao.
 
Il 26 settembre anche la Francia inviò un brigantino con a bordo il geologo Constant Prévost e il pittore Edmond Joinville, che realizzò i disegni dell’isola, per compiere rilievi e ricognizioni che evidenziarono frane sul terreno e pronosticarono il prossimo inabissamento dell’isola.
 
Come gli inglesi, anche i francesi non avevano chiesto alcun permesso al re Ferdinando II di Borbone, quale legittimo proprietario dell’isola, essendo questa sorta nella acque siciliane. Anzi i francesi la ribattezzarono “Iulia” in riferimento alla sua comparsa avvenuta nel mese di luglio, poi posero una targa a futura memoria e innalzarono sul punto più alto la bandiera francese.
 
 
 
 

 
 
 
 
 
Allora Ferdinando II inviò sul posto il capitano Corrao il quale, sceso sull’isola, piantò la bandiera borbonica battezzando l’isola “Ferdinandea” in onore del sovrano. Sembrava che l’evento non suscitasse altro clamore, invece giunse sul posto la marina britannica e fu deciso di rimettere la questione ai rispettivi governi.
 
A fine ottobre del 1831 il governo borbonico prendeva posizione ufficiale ricordando ai governi di Gran Bretagna e Francia che a norma del diritto internazionale la nuova terra apparteneva alla Sicilia. A quanto sembra però i due governi non risposero, e iniziarono le rivalità fra le due nazioni, entrambe interessate a favorire le loro posizioni strategiche nel Mediterraneo. Il 7 novembre un capitano inglese misurò di nuovo l’isola, che risultò ridotta ad un quarto di miglio con un’altezza di venti metri.
 
Il 16 novembre si scorgevano soltanto piccole porzioni e l’8 dicembre un capitano siciliano ne costatò la scomparsa, mentre alcune colonne d’acqua si alzavano e si abbassavano. 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

A scanso di equivoci i siciliani posero sulla superfice del banco Graham una targa in pietra tra le cui righe si legge che “[…] l’Isola Ferdinandea era e resta dei Siciliani”.

Rotta qualche anno fa (probabilmente per colpa di un’ancora) è stata prontamente sostituita.

Successivamente il vulcano è rimasto dormiente per decenni con la cima circa 8 mt. sotto il pelo dell’acqua (il cosiddetto Banco di Graham nella cartografia ufficiale).

 

 

 

 

 

 

 

 Nel 1986 fu erroneamente scambiato per un sottomarino libico e colpito da un missile della U.S. Air Force nella sua rotta verso Tripoli.
 
Nel 2002 una rinnovata attività sismica nella zona di Ferdinandea ha indotto i vulcanologi a speculare sopra un imminente nuovo episodio eruttivo con conseguente nuova emersione dell’isola.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Per evitare in anticipo una nuova disputa di sovranità, dei sommozzatori italiani hanno piantato un tricolore sulla cima del vulcano di cui si aspettava la riemersione. 
 
Però le eruzioni non si sono verificate e la cima di Ferdinandea rimane ancora circa 6 metri sotto il livello del mare.
 
 
 
F I N E
 
 
 
Testo dal web con qualche modifica o integraz. – Impaginazione T.K.
 
 
 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN
 
 
 

 

rangeeballon
UNO SPAZIO VIRTUALE COMUNE D’ARTE
POESIA MUSICA SOGNI RACCCONTI
RIFLESSIONI BUONUMORE ETC
NEL GRUPPO
Frecce (51)

 


 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

Napoleone (anniversario nascita) – Ancora non emessa “l’ardua sentenza” – Breve considerazione   Leave a comment






Ai posteri l’ardua sentenza… scrisse  il Manzoni nel dedicare la sua mitica poesia “5 MAGGIO” alla morte di Napoleone nell’isola di S. Elena.
Egli, che lo aveva avversato in ogni modo in vita, ebbe un moto di riconsiderazione della sua figura umana e storica.
Ma, benché siano passati oltre 200 anni dalla sua morte, i posteri non si decidono affatto ad emettere questa sentenza.
Si dice anche, però, che ogni giorno viene pubblicato nel mondo un libro su di lui.






Troppo diversi ed opposti i pareri e la valutazioni sull’uomo, il generale, l’imperatore.
Non l’emetterò certamente neanche io… ma mi limiterò ad una breve considerazione complessiva.
Penso che una figura storica (e quanto storico sia stato Napoleone nessuno può dubitare) vada valutata, al di là delle luci ed ombre di ogni essere umano, per quello che ha lasciato.



(Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821)



Orbene in un’Europa ancora ingessata da vecchie regole quasi medievali, incapace di rapportarsi con i cambiamenti che avvenivano nella cultura, nelle tecnologie (ancorché iniziali) e delle aspirazioni dei popoli, considerati solo sudditi, ad una vita migliore e più razionale, il Corso passò come un ciclone.
Cambiò infatti tutto o quasi ed anche se ci furono ovvi tentativi di restaurazione, l’Europa dopo di lui non fu più la stessa.






Non ho ora il tempo di approfondire i rivoluzionari cambiamenti epocali che il nostro operò in tutti i campi della vita umana (esportando spesso anche idee e concetti della Rivoluzione Francese).
Né posso accennare in modo esaustivo agli aspetti negativi del suo autoritarismo, del suo bellicismo (ma non dimentichiamo che l’Europa da secoli era abituata alle guerre che continueranno fino al 1945) e del suo nepotismo.







Ma tornando alla mitica frase “Ai posteri l’ardua sentenza” mi limiterò a confermare la mia valutazione di tipo storico su accennata.
Napoleone, piccolo (in realtà non lo era) Corso di lingua italiana (parlava male il francese che aveva imparato solo quando andò da giovanissimo all’Accademia militare in Franciaha messo sottosopra l’Europa con le sue lucide e moderne visioni ed azioni in tutti i campi delle attività umane anche se il tutto fu viziato dal suo amore sconfinato per la guerra.








Hiroshima 1° bomba atomica – Un ricordo.. un pensiero.. una poesia.. una musica e varie immagini   Leave a comment


 
 
 
 
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Oggi è l’anniversario del 1° attacco nucleare della Storia…
quello sulla città giapponese







Ogni anno il leggero suono di una campana
ricorda al mondo
una delle più grandi tragedie dell’umanità

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Oggi 73° anniversario della tragedia di Hiroshima

non possiamo non ricordare quel che accadde allora…

E desidero farlo… innanzitutto con una poesia…
di un grande autore
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LA BAMBINA DI HIROSHIMA
Nazim Hikmet
 

Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
 
Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora : anche adesso ne ho sette
perché i bambini morti non diventano grandi.
 
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi anche il vento ha disperso la cenere.
 
Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso :
non chiedo neanche lo zucchero, io :
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
 
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.

 
 
 
 


 
 
 
 
 
Se ci fa piacere ascoltiamo poi questa canzone
composta proprio per ricordare
l’immensità di questa tragedia…
 
 
 
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Infine un pensiero commosso alle vittime di allora
con la speranza che ciò non accada mai più
anche se nel mondo la violenza cieca dell’uomo contro l’uomo
non accenna certo a diminuire… anzi.





 
 
 
 
Tony Kospan



Frecce (174)

 
 
 
 
 






 
 

Babà e grissini hanno origini “regali” – Ecco le loro simpatiche storie   Leave a comment








E’ DAVVERO REGALE… L’ORIGINE DEL BABA’ E DEI… GRISSINI!




Non so se ci siano altri casi analoghi nella storia ma questi 2 notissimi alimenti hanno avuto davvero una nascita regale che ho scoperto da poco e che voglio condividere con voi.








IL BABA’


Questo notissimo dolce, spesso considerato uno dei simboli della tradizione della pasticceria napoletana, in realtà non è nato ai piedi del Vesuvio.

La sua storia inizia a Luneville, in Lorena (nord della Francia) nella cucina di un… Re!

Siamo nel ‘700 e Stanislao Leszczinski, re polacco lì in esilio, arrabbiato per le tante disavventure della sua casa regnante scagliò un “kugelhupf”, un dolce soffice e spugnoso (il re era senza denti) contro una bottiglia di Madeira che, rompendosi, l’inzuppò tutto e gli diede anche un colore ambrato.

Il re, molto goloso, trovò la cosa dolcissima e meravigliosa.

Era nato il “Babka” un dolce a metà tra un panettone ed una brioche, che presto si diffuse… ma solo nelle mense delle corti e dei nobili.








Qualche tempo dopo la figlia del re polacco, Maria Leszczyńska, sposò il Re di Francia e, impazzando all’epoca a Parigi la passione per il rum, il suo pasticciere lo usò al posto del Madeira, diede poi al babka l’attuale forma di fungo e lo alleggerì degli altri componenti (zafferano e canditi).

Il re polacco però non la prese bene perché si sentì un po’ defraudato (ne parlò lamentandosi in vecchiaia con Goethe chiamando il dolce da lui creato… Alì Babà) e continuò a ritenere migliore la sua versione iniziale.








Vediamo però ora come questo dolce, così aristocratico, arriva a Napoli e diventa famosissimo.

Quando Maria Carolina d’Austria, sorella della povera Maria Antonietta regina di Francia, alla fine del ‘700 sposò il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone portò l’usanza di mangiare questo dolce a Napoli.

Il suo uso però rimase confinato a corte ma non sparì durante il successivo regno napoleonico di G. Murat ed anzi, pian piano, si diffuse, a partire dalla Napoli nobile e borghese, in tutte le classi sociali partenopee.




 


Il babà diventò quindi un dolce amatissimo in città e provincia e nacque perfino il detto popolare “si nu’ babbà” per dire “sei un tesoro”.

Per questa enorme diffusione, nel primo manuale di cucina italiana di Vincenzo Agnoletti, il babà fu definito, per errore, dolce tipico napoletano.

In conclusione possiamo dire che se la sua vera origine è polacca ed il suo percorso è franco-austriaco è però a Napoli che il babà trionfa ed è ripartendo da Napoli che poi conquista il mondo.







IL GRISSINO


Molto più semplice, ma altrettanto legata ad una casa reale, in questo caso sabauda, è l’origine del grissino.

Stavolta siamo nel ‘600, più precisamente nel 1679, a Torino nella Venaria Reale.

Il principino Vittorio Amedeo II, cagionevole di salute, non riusciva a digerire la mollica del pane normale.








Allora il medico reale chiese al fornaio di corte, Antonio Brunero, di fare un pane (una “ghersa” così era chiamata la pagnotta) senza mollica.

Il fornaio si impegnò molto e dopo vari esperimenti creò il “ghersin“, ovvero l’attuale grissino.

Il suo successo da allora non è mai venuto meno ed è dovuto (a parte il buon sapore croccante) principalmente a 2 importanti aspetti: 
l’ottima digeribilità e la grande facilità di conservazione.








Tony Kospan




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Frecce2039









Ecco come e perché nell’antica Roma ad Agosto fu dato un giorno di Febbraio!   Leave a comment




E’ avvenuto a causa di… Augusto
che ha dato il nome al mese di agosto!

Ma vediamo come si svolse il tutto!






PERCHÉ FEBBRAIO HA 28 GIORNI?

 
Lo sanno tutti: febbraio è l’unico mese dell’anno
che non è costituito da 30 o da 31 giorni.

Di giorni ne ha infatti solo 28,
che diventano 29 negli anni bisestili.

Ma perché?






Non era più naturale avere meno mesi da 31 giorni
e allungare a 30 giorni anche febbraio?

Qual è l’origine di questa anomalia?







Il calendario che adottiamo oggi per lo più nel mondo, il calendario gregoriano,
è una riforma del calendario giuliano promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.C.
che a sua volta derivava dagli antichi calendari romani.

Prima della riforma di Giulio Cesare
i calendari in uso nell’antica Roma subirono diversi cambiamenti,
ripercorrendo i quali si intuiscono le risposte alle nostre domande.






Il calendario di Romolo era costituito da dieci mesi
con 30 e 31 giorni ciascuno,
iniziava con il mese di marzo (Martius) e terminava con dicembre (December):

Calendario di Romolo
Martius
Aprilis
Maius
Iunius
Quintilis
Sextilis
September
October
November
December

Il calendario contava soltanto 304 giorni.






I giorni invernali non venivano assegnati a nessun mese,
essendo per i romani poco rilevanti visto che
l’attività bellica veniva sospesa in attesa della primavera.

I primi quattro mesi erano dedicati
alle divinità Marte, Afrodite, Maia e Giunone
mentre per gli altri
il nome ricordava la loro posizione nel calendario.








Nel 713 a.C. Numa Pompilio modificò il calendario
aggiungendo i mesi di gennaio e febbraio
che vennero posti alla fine dell’anno, dopo dicembre.

A febbraio, ultimo mese, furono assegnati 29 giorni.










Per questo motivo ancora oggi
i mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre
si chiamano così nonostante non siano più
il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese del calendario.

Successivamente Giulio Cesare fissò l’inizio dell’anno il 1º gennaio
e introdusse gli anni bisestili.

Nell’anno 8 a.C., il Senato romano decise di rinominare
il mese di sextilis in augustus (Agosto),
in onore dell’imperatore Augusto.








Precedentemente era già stato fatto lo stesso con Giulio Cesare,
rinominando quintilis in iulius (Luglio).

Siccome luglio aveva 31 giorni e agosto ne aveva 30,
si decise di aggiungere un giorno ad agosto togliendolo a febbraio.

Da allora febbraio conta soltanto 28 giorni.








Testo con mini modifiche dal sito
IMPARIAMO CURIOSANDO (http://www.impariamocuriosando.it/)
Impaginazione T.K.



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