Archivio per la categoria ‘POESIA MONDO E GRANDI POESIE

Catherine Pozzi.. poetessa parigina di origini italiane – Mini ricordo ed una sua poesia   Leave a comment




Ho conosciuto per caso questa poetessa poco nota
ed omonima della mitica poetessa milanese Antonia Pozzi.


Mi ha incuriosito il suo mondo
e desidero farla conoscere anche a voi
con una mini biografia ed una sua poesia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Catherine Pozzi è stata una poetessa francese di origini italiane.
 
 
La sua famiglia faceva parte dell’alta società parigina.
 
 
 
 
 
(Parigi 13.7.1882 – Parigi 3.12.1934)
 
 
 
 
E’ stata a lungo ricordata solo per esser stata l’amante
del poeta Paul Valery
(relazione intensa e molto burrascosa).
 
 
Pur avendo un carattere solitario ebbe però
molte frequentazioni soprattutto di carattere epistolare 
con molti grandi scrittori e poeti tra cui Rainer Maria Rilke
il famoso “poeta delle rose“.
 
 
 
 
 
 
Rainer Maria Rilke
 
 
 
 
Ora leggiamo questa che fu
la sua unica poesia pubblicata in vita, nel 1929.

Attraverso questi versi potremo
avvicinarci al suo cuore.

 
 
 
 
 
 
 
 

AVE 
Catherine Pozzi
 
 
 
Altissimo amore, se mai accadesse che io muoia
 
Senza aver saputo dove vi possedevo,
 
In quale sole stava la vostra dimora
 
In quale passato il vostro tempo, in quale ora
 
Io vi amavo.
 
 
 
Altissimo amore che fuggite la memoria,
 
Fuoco senza focolare di cui ho fatto tutta la mia luce,
 
In quale destino tracciavate la mia storia,
 
In quale sonno si vedeva la vostra gloria,
 
O mia dimora.
 
 
 
Quando sarò per me stessa perduta
 
E divisa nell’abisso infinito,
 
Infinitamente, quando sarò sconfitta
 
Quando il presente di cui sono rivestita
 
Avrà tradito,
 
 
 
Per l’universo in mille corpi frantumata
 
Di innumerevoli istanti non ancora riuniti,
 
Di cenere setacciata nei cieli fino al nulla,
 
Rifarete per una strana stagione
 
Un solo tesoro
 
 
 
Rifarete il mio nome e la mia immagine
 
Con mille corpi portati alla luce,
 
Viva unità senza nome e volto,
 
Cuore dello spirito, oh centro del miraggio
 
 
 
Altissimo amore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Solo dopo la sua morte furono pubblicate altre sue opere
soprattutto grazie a Jean Paulhan della “Nouvelle Revue Française
suo amico ed ammiratore della sua poetica raffinata.

 
 
 
Tony Kospan
 










“9 Marzo 2020” di M. Gualtieri – La più bella poesia dedicata al “lockdown” è di un’italiana   Leave a comment








E’ di un’italiana la più bella poesia dedicata al “lockdown”

Ha iniziato in sordina a fare il giro nel web
ma poi pia piano è stata tradotta in diverse lingue 
ed è ormai diventata la poesia regina 
della nostra (e di tutto il mondo) “fermata” per la pandemia.








Ora però leggiamola e poi dirò qualche mio pensiero
sui motivi che l’hanno fatta accogliere con entusiasmo
dai lettori di ogni dove.








9 MARZO DUEMILAVENTI
– Mariangela Gualtieri – 

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.
Adesso siamo a casa.
è portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
è potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.








BREVE MIA ANALISI


La poetessa osserva il rallentar dei convulsi ed affannosi battiti della moderna società e riflette sui limiti pericolosi che l’Umanità sta raggiungendo e ne evidenzia i rischi.

Questa “fermata”, ci dice, è sì dolorosa e però è anche un’occasione per tornare ai nostri valori più veri e profondi e per riscoprire la bellezza delle cose naturali e semplici.

Con parole forti, suggestive e significative ci parla di una nuova consapevolezza e della riscoperta di un comune desiderio di amore (in senso ampio), vicinanza, fratellanza, senso di comunità, e di visione di un possibile destino nuovo per l’Umanità.










Infine aggiungo questo bel video che ci consente una rilettura accompagnata da belle immagini e da una soffusa musica di sottofondo.




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Frecce (174)







Nadia Anjuman uccisa in Afghanistan perché poetessa – Un ricordo ed alcune sue poesie   4 comments

 
 
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Non possiamo non parlare, tra noi che amiamo davvero la poesia, di un episodio raccapricciante come questo.
 
 
E’ strano il silenzio che, dopo un primo clamore più che giustificato, ha avvolto questa drammatica vicenda già all’epoca in cui accadde.
Una giovane uccisa per amore della… poesia!
  
Nel 2005, epoca della vicenda, si rinvenivano in giro solo alcuni cenni in pochissimi siti o blog.

L’attuale drammatica situazione in Afghanistan fa tremare i polsi soprattutto per la situazione femminile ma la violenza istituzionalizzata e culturale contro le donne è stata sempre presente, anche se in forme più o meno larvate con qualunque regime di quel Paese.

 
 
 

 
 

 
NADIA ANJUMAN
UCCISA PERCHE’ POETESSA –
 
 
Un ricordo ed un omaggio alla sua memoria
Tony Kospan


 
 
 

 
 
 

IL FATTO
 


Nadia Anjuman, poetessa afgana venticinquenne e madre di una bimba di pochi mesi, viene uccisa dal marito a suon di percosse il 4 novembre 2005, in Afghanistan ad Herat (chiamata… oh qual fatal ed incredibile combinazione… Città dei Poeti!!!)  per aver letto in pubblico alcune poesie dal libro “Fiore rosso scuro”  da lei scritto quand’era ancora ragazza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Quando accadde ciò lei era già molto conosciuta come poetessa e la cosa più grave è che la giustizia afgana ha avuto l’incredibile capacità di assolvere e giustificare il marito che, tra l’altro e la cosa stupisce ed indigna ancora di più, pur lavorava in ambito universitario!


 

Era l’epoca in cui da poco tempo era terminato in quel paese il regime dei talebani ma non la loro guerriglia. 

 

Nadia ci ha lasciato 2 libri di poesie scritte in lingua Farsi lingua usata in quella regione afgana.

 

Ma chi era poi Nadia?

 

Ecco come si descrive lei stessa in questo breve brano autobiografico.

 

 

 

 

 

“Nacqui a Harat negli anni più agghiaccianti della rivoluzione; portai a termine i miei studi in anticipo, di due anni, nella scuola superiore “Mahbubeh haravi”. 
Attualmente frequento il secondo anno della facoltà di Letterature e Scienze Umanistiche dell’Università di Harat. 
Da quando ho memoria di me so di aver amato la poesia. 
L’amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell’era dei Talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia. 
Il sostegno dei miei amici e di coloro che condividevano i miei stessi orizzonti mi hanno permesso di continuare su questo sentiero, ma… ahimè… tuttora, ogniqualvolta che compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. 
Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso; è difficile la strada che ho davanti a me ed i miei passi non sono ancora, abbastanza, fermi”. *



 
 



Sembra, leggendo le sue parole, quasi che lei presentisse il dramma ma nel contempo notiamo la forza e la determinazione nell’andare avanti.
 
A mio parere quanto accaduto è la dimostrazione della incredibile forza della poesia e della grande paura che essa genera nelle forze oscurantiste.
 
A volte però proprio coloro che tra noi sbandierano amore per la poesia ai 4 venti sono poi i primi a non comprenderne la forza rivoluzionaria in senso culturale e sociale.
 
Leggiamo ora in suo onore ed in suo ricordo queste 2 sue poesie.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
IMPRIGIONATA IN QUESTO ANGOLO
 
Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.
 
Le mie ali sono chiuse e non posso volare. *
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NESSUNA VOGLIA DI PARLARE

 
 
Che cosa dovrei cantare?
Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.
Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.
L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.
Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?
Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.
Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.
Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.
Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.
Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.
Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore
Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.
Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento
Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.*

 
 
 
 
 
 
(Traduzione dal ‘Farsi in inglese di Mahnaz Badihian,
traduzione dall’inglese in italiano di Cristina Contilli).
 
 
 
 
 
 
 
 
L’Umanità in questo caso non si è ahimè rivelata
lasciando il posto alla più crudele disumanità.
 
 
Speravo che le gocce del suo sangue innocente,
nel terreno in cui sono cadute, potessero far germogliare
nuovi valori e nuove libertà in quelle popolazioni
ma quel che sta accadendo uccide ogni speranza 
quanto meno per il prossimo futuro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
* POESIE E NOTA AUTOBIOGRAFICA DA:
CONTILLI – SCARPAROLO – “ELEGIA PER NADIA ANJUMAN” – TORINO – EDIZIONI CARTA E PENNA
 
COMMENTO DI TONY KOSPAN
 
 
 
 
Tony Kospan
 
 
 
 
 

 

“ROMANZA DELLA LUNA – LUNA” – Poesia molto bella ma non nota di Garcia Lorca   1 comment

 
 
 
 
 
 
 Questa poesia del mitico Garcia Lorca…
quando, alcuni anni fa, la lessi per la prima volta,
era quasi del tutto sconosciuta
e faticai molto a trovarne traccia in internet.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ROMANZA DELLA LUNA – LUNA
 
FEDERICO GARCIA LORCA 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
M’era stata segnalata e richiesta
 
da un’amica del mio gruppo di poesia di fb
 
IL FANTASTICO MONDO DELLA POESIA
 
ma poi l’ho vista sempre più spesso in giro.
 
 
 
Non fu facile allora trovarla in italiano
 
e ci stavo rinunciando
 
ma alla fine, per puro caso, la trovai
 
e, per colmo di fortuna,
 
 pure in una traduzione… d’autore!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
La poesia mi appare come un lunare dipinto fantasy
 
o, se si preferisce,
 
un fantastico omaggio in movimento al bianco lume. 
 
 
 
Il poeta si lascia andare infatti a disegnare
 
momenti e movimenti quasi musicali… e danzanti
 
di bambini e  gitani…
 
insieme all’astro che illumina le nostre notti…
 
 
 
 
  
Ma ora leggiamola…
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 ROMANZA DELLA LUNA – LUNA 
Garcia Lorca

 
La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.

Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.

Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.

Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno nell’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere s’avvicina
suonando il tamburo del piano.
nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.
 

 

 

 

 
A Conchita García Lorca
 
1924
 
da “Romancero gitano”
 
 
 
Traduzione di Carlo Bo 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Chagall
 
 
 
 
 
Come sempre mi piacerebbe leggere
vostre impressioni… vostre sensazioni.
 
Tony Kospan
 
 
 
 

 

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Frecce (174)

 

 
 
 
 
 
 
 
    
 

Dall’agosto 2020.. dopo 200 anni.. di nuovo aperte le stanze private di Leopardi nel Palazzo di Recanati!   Leave a comment








Una bella notizia per i “Leopardiani” arrivò l’agosto del 2020!

Finalmente anche le stanze private del Leopardi venivano aperte al pubblico. 








Dopo circa 200 anni finalmente potevamo entrare nel cosiddetto “piano nobile” di Casa Leopardi

Non saremmo stati così costretti a visitare solo la sua grande biblioteca, il museo, fare il percorso multimediale e recarci alla casa di Silvia come si poteva fare fino ad allora.




 



Potevamo quindi visitare anche le stanze private del palazzo di Recanati, il salone di rappresentanza, la galleria d’arte con tanti dipinti, i giardini che gli suggerirono nel 1829 i suggestivi versi delle “Ricordanze“, la cucina, il salottino in cui i fratellini giocavano e, questa è la cosa più bella, anche la sua camera da letto dalla quale ammirava i dintorni della casa, il cielo, la luna e le stelle.







LE RICORDANZE (Incipit)

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. 








Il nuovo percorso s’intitola “Ove abitai fanciullo” ed è un venire a contatto con la storia della sua famiglia, con i suoi libri, conoscere gli oggetti, le collezioni d’arte e tante altre splendide curiosità tra le quali, e con le quali, visse.


In tal modo possiamo immergerci nel suo mondo infantile e giovanile e “sentire” quasi le dolci prime emozioni d’amore per Silvia e Nerina. 








Quando anni fa andai a Recanati tutto questo non era possibile e sinceramente ci rimasi male.

So per certo che entrare nell’intimità del mondo del grande poeta recanatese era il sogno dell’immenso stuolo di ammiratori e adoratori dei suoi versi (tra cui il sottoscritto).








Ora tutto questo è stato invece reso possibile quasi ogni giorno grazie alla Contessa Olimpia Leopardi che merita i nostri ringraziamenti.

Il percorso “Ove abitai fanciullo” può essere visitato dal martedì alla domenica previa prenotazione (salvo modifiche).








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La poesia visiva.. genere poco noto ma con un grande padre.. Apollinaire – Definizione.. storia ed esempi   Leave a comment

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C’è un genere di poesia del tutto particolare… e poco noto 

è…

la poesia delle (e nelle) immagini.

 

 

 



Non ne parlerò per esaltarla e diffonderla
né per denigrarla o disconoscerla ma solo per approfondire la conoscenza
di un genere poco noto ma che ha illustri genitori
ed in Apollinaire il massimo esponente.

Essa, pur non avendo una grande diffusione,
ha però ancor oggi poeti che si esprimono in tal modo
e diversi gruppi che l’apprezzano.






 
 
 
 
 


LA POESIA VISIVA O VISUALE


– DEFINIZIONE.. STORIA E QUALCHE ESEMPIO –



 
 
 
 
 
 
 
 

DEFINIZIONE

 

 

Essa si può definire come il punto d’incontro tra l’arte figurativa (in ogni suo aspetto) e la poesia così come la conosciamo.

Spesso la poesia visiva si associa anche al sonoro.

Ne tracceremo una sua breve storia a partire dalle prime avanguardie artistiche degli inizi del 20° secolo per giungere alla sua teorizzazione nel secondo dopoguerra fino all’esplosione tecnologica degli ultimi tempi.

 

 

 





La famosa poesia “IL PLEUT” di Apollinaire…

Pioggia di parole… Parole a pioggia…

 

 

 

Poesia visiva di Apollinaire




Poesia visiva di Apollinaire e la sua… musa




Un discorso a parte merita poi il noto poeta del primo ‘900

Thomas Dylan

per la vastità e complessità del suo mondo poetico.











La poesia visuale o poesia visiva, rinasce da sperimentazioni artistiche e letterarie compiute dalle “neoavanguardie”, dagli anni sessanta del XX secolo insieme all’Arte Concettuale ed alla Pop Art.
 
 
 
 
 

Il famoso libro di poesie visuali di Apollinaire “Calligrammes”

 
 
 
 
L’ORIGINE CON LE AVANGUARDIE DELL’INIZIO DEL XX SEC.
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In verità la ricerca di una sintesi verbo-immagine ebbe inizio già con le avanguardie degli inizi del 20° secolo come il Dadaismo… il Futurismo ed il Surrealismo.

Tutte queste avanguardie avevano come scopo principale la ricerca di nuove forme in tutti i campi dell’arte rivoluzionando tutti i canoni che, a parer loro, avevano imprigionato la libera espressione dell’animo umano.
 
 
 
 
 
 
Poesia dadaista
 
 
 
 
 
 
Poesia futurista di Marinetti






 
Poesia futurista… Carlo Belloli – 2 poemi visuali


  
 
 
 
Il più illustre esponente di questa ricerca di sintesi tra immagine e parole fu senz’altro il grande poeta italo-francese Apollinaire che partecipò a tutte le avanguardie della sua epoca.


Ecco alcune sue opere… oltre quelle in alto.
 
  
 
 
 
 
Apollinaire





 
 
Apollinaire 
 



LA POESIA VISUALE OGGI
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La poesia visuale attuale anche grazie ai progressi tecnologici, all’enorme diffusione dei media ed in particolare dei pc e di internet si esprime attraverso immagini, sonorità e testi utilizzando anche programmi di video, di grafica, etc..


Bisogna infine dire che quella della poesia visuale tuttavia è, a tutt’oggi, una corrente poco nota alle masse.


Qui di seguito alcuni altri esempi.


 
 
 
 
Poesia di Michele Perfetti





  

A.DeL.- Ne dis rien 2011


  


Poesia di Luciano Ori



Poesia di Maria Luisa Grimani




 

Poesia di Giuliano Bartolozzi







Diamo ora in conclusione un’occhiata a questo video che può aiutarci a comprendere ancor meglio il concetto di poesia visiva.





fre bia pouce


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Se vi fa piacere esprimete liberamente il vostro pensiero.


 



CIAO DA TONY KOSPAN






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Carmen de Visini

 


 
 

Chiedo silenzio – Con questa poesia Neruda stavolta ci dona una sublime visione della vita   4 comments







Tra le poesie che definisco ”sublimi”,
intendendo con questo termine poesie
che uniscono alla bellezza dei versi
anche profondità di pensiero, riflessioni sulla vita, etc…,
non può mancare questa del mitico Neruda…






In molti pensano che Neruda abbia scritto solo
poesie bellissime d’amore… mentre ha in realtà
scritto anche opere di carattere morale e sociale…
di cui, tra l’altro, andava più fiero che delle prime.

Questa, che è di genere morale ed introspettivo,
ci sorprende favorevolmente.






CHIEDO SILENZIO
– NERUDA –
– SUBLIME POESIA MORALE –


Può sembrare all’inizio una poesia triste
di una persona che dà l’addio al mondo,
ma poi si apre in un affresco in cui è dipinta,
in modo chiaro e lucido,
la sua idea delle stagioni della vita… dell’amore…
ed in definitiva la sua visione del senso del nostro vivere.






Visione che appare quasi filosofica o religiosa
con la suggestiva affermazione di un eterno ciclo
nel quale la nascita ci porta sempre alla morte
e nel quale la morte ci porta sempre ad una nuova nascita.

Il Poeta dunque, pur facendo un resoconto della sua vita,
non si lascia trascinare nella malinconia dei ricordi
né dal pessimismo del pensiero sul destino dell’uomo.





Anzi, grazie anche alla proclamazione
del suo amore per Matilde (Urrutia),
che considera la donna del suo destino,
la poesia raggiunge anche un grande vigore lirico.

In ultima analisi a me sembra
che la poesia contenga, pur nel parlare di commiato,
un sereno ed innamorato abbraccio alla vita
in ogni suo aspetto.






CHIEDO SILENZIO
Pablo Neruda

Ora, lasciatemi tranquillo.
Ora, abituatevi senza di me.
Io chiuderò gli occhi
E voglio solo cinque cose,
cinque radici preferite.
Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.
La quinta cosa sono i tuoi occhi.
Matilde mia, beneamata,
non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io muto la primavera
perché tu continui a guardarmi.
Amici, questo è ciò che voglio.
E’ quasi nulla e quasi tutto.
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellandomi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
accade che sto per vivere.
Accade che sono e che continuo.
Non sarà dunque che dentro
di me cresceran cereali,
prima i grani che rompono
la terra per vedere la luce,
ma la madre terra è oscura:
e dentro di me sono oscuro:
sono come un pozzo nelle cui acque
la notte lascia le sue stelle
e sola prosegue per i campi.
E’ che son vissuto tanto
e che altrettanto voglio vivere.
Mai mi son sentito sé sonoro,
mai ho avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.





Come sempre mi piacerebbe conoscere anche il vostro parere…



CIAO DA TONY KOSPAN



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La vera storia dell’amore tra Paolo e Francesca, i versi di Dante ed una mia poesia.   Leave a comment





Dante Gabriel Rossetti



LA VERA STORIA DI PAOLO E FRANCESCA


Giovanni Malatesta, chiamato Gianciotto (ma anche Giovanni lo zoppo) era notoriamente poco attraente, oltre che zoppo per questo i Signori di Rimini e Ravenna che avevano deciso il matrimonio organizzarono l’inganno.

Quindi, volendo eliminare le resistenze di Francesca, a chiedere la sua mano fu mandato a Ravenna suo fratello Paolo, detto il bello.

Francesca convinta di sposare Paolo accettò ma poi scoprì l’amara verità.

Non solo non era bello Gianciotto ma anche rozzo, cattivo e volgare a differenza di Paolo che era pure colto e gentile.

Non era dunque imprevedibile il tradimento che puntualmente avvenne e Gianciotto secondo le regole del tempo lavò l’onta con l’uccisione degli amanti.

Questa non è una storia di fantasia ma avvenne davvero e si verificò nel Castello di Gradara a Rimini.

Dante quasi certamente conobbe Paolo che per un periodo era stato Capitano del Popolo a Firenze tra il 1282 e il 1283.



Ary Scheffer



DANTE E L'INCONTRO CON GLI AMANTI NEL V CANTO


La vicenda dei due amanti è ormai, anche grazie ai versi del Sommo, divenuta simbolo mondiale e poetico dell’amore passionale.

Le parole di Dante, perplesso, turbato e dubbioso, per la gravità della  pena data agli innamorati, mi hanno da sempre colpito.

Leggiamo ora l’intero “cuore” del mitico passo.

….

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,


che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense”.


Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso e tanto il tenni basso,


fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio


menù costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: “Francesca, i tuoi martiri


a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore


che conosceste i dubbiosi disiri?”.

E quella a me: “Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice


ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,


dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;


soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;


ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,


questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:


quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade


io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.




Amos Cassioli



Dante, certo collega la pena al mancato rispetto delle regole ma poi di fronte alla forza del vero amore, come mai più gli accadrà nella Commedia, non se ne capacita e prova grande compassione per gli amanti di fronte ad una pena così dura per un peccato d’amore ed in pratica… sviene perfino.



io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.




Gabriele Dell'otto



Ebbene la lettura dei mitici ed amatissimi versi danteschi mi portarono un giorno a scrivere la poesia che segue e che un addetto ad un noto sito di poesie, che non nomino per carità di patria, non voleva pubblicarla perché c’erano (ohibò) i nomi propri di persone e solo dopo una corrispondenza si rese conto che erano quelli dei personaggi della Divina Commedia.



Sir Joseph Noel Paton



LA MIA POESIA – PAOLO E FRANCESCA

 
Quale arcana forza
Paolo spinse 
tra l'amorevoli braccia
della dolce Francesca
così rompendo 
d'umane leggi il muro?
 Qual'irresisitibil forza
Francesca spinse
tra le calde braccia
dell'amato Paolo
così rompendo
d'antico dogma il vincolo?
 Questa forza così grande
così vigorosa
così esplosiva
così intensa
così travolgente
così entusiasmante
così magica
così invincibile
caro grande Dante 
che sconvolto
“cadesti come corpo morto cade”
mossa non fu 
da terrena passione
ma da divina
nulla contr'essa potendo
le inermi difese
degl'infelici amanti.
 Sull'altare 
di tal sovrumano richiamo,
sensuali purezze immortali
incarnando,
all'amaro destino 
s'immolarono
poetico simbolo eterno
diventando
dell'infinito… assoluto
AMORE.
– Tony Kospan –






Tony Kospan


F I N E


“Quando 40 inverni” – Questo sonetto di Shakespeare mal si adatta alle quarantenni di oggi ma…   Leave a comment




Questa volta la poesia di cui desidero parlare,
e che propongo anche alla vostra riflessone,
è del sommo Shakespeare.

Leggiamola prima.



Elizabeth Sonrel


QUANDO QUARANTA INVERNI
~  Sonetto 2° ~ William Shakespeare ~


Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte
e profonde trincee solcheranno il campo della tua bellezza,
l’orgoglioso manto della gioventù, ora ammirato,
sarà a brandelli, tenuto in nessun conto.
Allora, se richiesto dove la tua bellezza giace,
dove il tesoro dei tuoi gagliardi giorni,
rispondere ch’essi s’adagiano infossati nei tuoi occhi
per te vergogna bruciante sarebbe e ridicolo vanto.
Quanta più lode meriterebbe la tua bellezza,
se tu potessi replicare: “Questo mio bel bambino
pareggia il conto e fa perdonare il passare degli anni”,
dando prova che la sua bellezza da te fu data.
Sarebbe questo un sentirsi giovane quando sei vecchio,
mirare il tuo sangue caldo quand’esso nelle tue vene è freddo.




Elizabeth Sonrel




Il grande William consiglia dunque alla donna ultraquarantenne
di non preoccuparsi per lo sfiorir “di sua giovanile gran beltà”
ma anzi d’esser felice dato che la sua grazia
sta passando al/la figlio/a.


Però il Sommo, anche stavolta,
nonostante i 40 inverni ormai non siano più validi
ci dona un esempio di profondità di pensiero.








Non possiamo non scorgere in questi versi infatti
il consiglio d’accettar lo scorrer del tempo
in modo sereno… anche perché diversamente
vivremmo molto male gli anni
pochi o molti…che ci restano.


Infatti se ci fermassimo a rimpianger
la bellezza e la forza della nostra gioventù
che giorno per giorno s’allontana sempre più
rischieremmo di cadere nella depressione.



Elizabeth Sonrel



UNA PICCOLA RIFLESSIONE 
E LE QUARANTENNI DI OGGI

Dando uno sguardo al significato del sonetto,
possiamo subito osservare come l’idea di una donna quarantenne 
piena di rughe (e forse di acciacchi) oggi stride e stupisce
anzi ci appare quasi incomprensibile.



Elizabeth Sonrel


Oggi la donna quarantenne è poco più che giovanetta…
e dunque opterei in questo caso,
date le modifiche avvenute nel corso degli ultimi secoli
riguardo alla durata e tenuta della nostra vita,
per una diversa rappresentazione,
delle immagini poetiche del Sommo.

La donna di cui parla il Sommo William
oggi non sarebbe quarantenne ma settantenne
ed il piccolo sarebbe… il nipotino… eh eh.

Se ci guardiamo intorno, anche nel nostro mondo web,
il numero di nonne giovani e pimpanti
è in incredibile e costante aumento…
(ma in verità anche di nonni)






Come sempre, cari amici,
la mia è una opinabilissima interpretazione
e come sempre sono curioso di legger
vostre diverse impressioni e valutazioni.


Tony Kospan

F I N E 





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G. G. Savoldo


“5 Maggio”.. la famosa poesia di Alessandro Manzoni.. la sua storia e la morte di Napoleone   1 comment





Non possiamo,  noi che amiamo la poesia,
nel giorno in cui morì Napoleone,
non ricordare la più grande e la più bella poesia,
benché dubbiosa, scritta dal Manzoni per lui
e che ha per titolo proprio questa giornata.





(Ajaccio 15.8.1769 – Longwood – Sant'Elena 5.5.1821)




Questa poesia, oltre ad esser nota a tutti
perché ce la fanno studiare a scuola,
ha anche una notevole valenza storica
oltre ad esser densa di significati spirituali.




Alessandro Manzoni (Milano 7.3.1785 – Milano 22.5.1873)




Il Manzoni la scrisse quasi di getto (4 o 5 gg)
dopo aver saputo che Napoleone era morto
ma soprattutto perché commosso dal fatto
che si era convertito poco prima di morire.








Il poeta, quando il Bonaparte dominava l'Europa
non era stato tra i suoi ammiratori, anzi,
per cui appare chiaro che questa poesia
in cui ne riconosce comunque la grandezza
(all'epoca – e forse ancor oggi – Napoleone era amatissimo o odiatissimo)
non poteva certo portar alcun vantaggio allo scrittore milanese.




Questo il foglio su cui fu scritta




In realtà egli si astiene da un preciso giudizio storico
limitandosi a dire, con i mitici versi 31-32,
“Fu vera Gloria?
Ai posteri l'ardua sentenza”
frase poi entrata a far parte anche del nostro comune dire.








La poesia fu censurata dalle Autorità Austriache
che governavano all'epoca la Lombardia ma, 
grazie a Goethe, che la fece pubblicare su una rivista tedesca,
ebbe un'eco immediata in tutta Europa. 

Ma ora leggiamola… rileggiamola.








IL CINQUE MAGGIO
Alessandro Manzoni 
 
 Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pie' mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de' manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avvïò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trïonfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.







Tony Kospan




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