Archivio per la categoria ‘NARRATIVA VARIA

Quella voglia – Il bacio come.. realtà.. ricordo e sogno in questo breve ma intenso brano   Leave a comment

 

 
 
 

Questo brano, postato da amica del gruppo di FB “Amici di Psiche e Sogno”, m'apparve subito davvero coinvolgente…
 
 
A mio parere oltre ad esser un bel brano è un vero e proprio… inno al bacio…

 
 
 
 

Jack Vettriano – Il bacio
 
 
 
 
Eccolo…

 
 
 

QUELLA VOGLIA

 
Giancarlo Aspromonte
 
 

 
“E poi viene quella voglia di baciare le sue labbra, quella bocca alla quale resteresti incollato per ore ed ore senza mai stancarti, di stringerla fra le tue braccia percorrendo gran parte del suo corpo con la mano per posarla sul suo viso quasi a prenderne il calco per dare, poi, sostanza palpabile ad ogni tuo pensiero che inevitabilmente ti porta a lei.
 
Una voglia che ti assale guardandola attraverso la finestra dei tuoi ricordi, stringendo tra le mani ogni cosa legata a lei, una voglia che cresce ad ogni sorriso, immaginato o sognato, ricevuto o strappato.
 
Una voglia che, a distanza, questo rimane, ma che cresce e continua a sperare che domani, qualsiasi domani a venire, possa appagarsi senza mai sentirsi paga.
 
Quella voglia di lei che vorresti colmare toccando le tue labbra, ma che solo “quelle” labbra potranno dissetare.”

 

 
 

 
 
 
 
 
I miei complimenti all'autore…
 
 
 
IMPAGINAZIONE T.K.
 
 
 
 
CIAO DA TONY KOSPAN




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LA MINESTRA DI SASSI – Questo racconto ci svela la bellezza ed il vero senso dell’esser insieme in un gruppo   Leave a comment

Il gregge di Miriam Ballerini – Un racconto davvero bello ed elegante   Leave a comment



Non ricordo più dove trovai,

parecchio tempo fa, questo racconto.


L’autrice in seguito l’ho poi conosciuta un po’ (virtualmente)

frequentando il sito di un’amica

,

,

Francesco Paolo Michetti – Guidando il gregge





Grande fu quindi la mia sorpresa nel leggere il suo nome
come autrice di questo bel racconto quando mi tornò tra le mani…
(ohibò… ma si può dir ancora così dato che oggi
grazie al web tutti i documenti sono virtuali?).



Jules Dupré


Si tratta di un racconto che unisce eleganza di prosa,
a realismo, emozione,  dolcezza…
e grande tensione verso una visione positiva della vita.

Vi consiglio di tutto cuore di leggerlo…
 

 


 
 
 Jean-Francois Millet – Pastorella con il suo gregge
.
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IL GREGGE
Miriam Ballerini
 
 

Tobia subì l’ennesimo strepito di urla della madre. Nascosto, seduto in cima alle scale, sull’ultimo gradino di legno, quello che scricchiolava meno degli altri; assisteva a un nuovo litigio dei genitori. O, forse, era sempre lo stesso che veniva ripresentato in una nuova versione.
“Non ne posso più della tua gelosia!”, gridò suo padre.
La sua voce salì per la scala a chiocciola, fino a scontrarsi coi suoi piedi imbacuccati in un paio di pantofole a forma di cane.
“E io sono stanca delle tue bugie!” Sua madre, se possibile, urlò più forte di prima.
Il bambino provò a coprirsi le orecchie con le mani, stringendo forte gli occhi, sperando in un qualche rifugio interiore, dove rintanarsi.
“Basta! Me ne vado!”
“No, caro! Non sei tu che te ne vai, sono io che ti caccio via!”
Tobia scalciò l’aria nel tentativo di rialzarsi velocemente. Rinculò fino alla sua camera, dove indossò le scarpe da ginnastica e il giubbetto che da poco si era tolto, tornando da scuola.
Dall’alto delle scale vide l’ombra di suo padre stagliata sul muro: un lungo braccio nero che si allungò per aprire la porta, poi, solo il rumore dei suoi passi sul vialetto e l’accendersi del motore dell’auto.
Tobia discese qualche gradino; sua madre piangeva in cucina, sentiva i suoi singhiozzi, nonostante cercasse di coprirne il suono lavando i piatti, sbattendoli fra loro nell’acqua saponata.
Percorse il corridoio piano; delicatamente aprì la porta e la richiuse adagio.
Aveva otto anni e il pensiero che gli si era presentato alla mente, era semplice e lineare: sottrarsi con la fuga ai litigi dei suoi genitori. Si sentiva svigorito, a furia di passare sempre più giornate ad ascoltare le loro urla, inerpicarsi sui gradini fino a raggiungerlo. Aveva paura, di un timore semplice che solo una parola sapeva racchiudere interamente: divorzio.
A scuola sentiva i discorsi degli altri bambini, figli di divorziati: prima erano le urla, poi il silenzio della divisione. E loro, i bambini, rimanevano in quella terra di mezzo – una terra di nessuno – sbatacchiati ora da un genitore, ora dall’altro. E questo quando ti andava bene: a volte, venivi affidato a mamma e, papà, non si faceva più vivo.
Senza accorgersene, Tobia camminò per le strade del paese, con le lacrime che a forza di pungergli gli occhi, avevano finito per trovare la loro via d’uscita.
Si avviò verso la campagna, passando da un sentiero che a volte percorreva con papà, quando uscivano a raccogliere more; con i guanti per non pungersi le mani e i cestini di vimini che finivano per tingersi di blu.
Superata una modesta altura, venne accolto dal latrare di alcuni cani e si ritrovò circondato da pecore, agnellini e un paio d’asini! Due pastori sedevano su dei massi, intenti a mangiarsi un panino, mentre custodivano il loro gregge. Quando i loro animali avessero ripulito a dovere quel campo, si sarebbero spostati in cerca di una nuova pastura.
Tobia si soffermò ai margini di quell’insieme bianco sporco, belante, ad osservare gli agnellini che trotterellavano intorno alle zampe degli adulti.
Trascorse così  alcune ore, divertendosi ad accarezzare la lana sporca delle pecore e quella più candida dei loro cuccioli. I quali si avvicinavano giusto il tempo per farsi accarezzare il muso rosa, e poi scappare via.
I suoi genitori, nel frattempo, si erano riconciliati, come sempre accadeva dopo le loro liti. Per il bene di Tobia, perché non c’erano davvero questi grandi motivi di contrasto. Erano la tensione, i malumori raccolti sul lavoro che andavano sfogati in qualche futile scontro; per liberarsi da quel catarro vischioso prodotto dallo stress. E poi, ancora si guardavano con negli occhi il velo dell’amore. Forse era un po’ rattoppato, logoro, ma pur sempre lì, a fungere da mantello per ripararsi l’un l’altro.
La donna scese le scale di corsa, allarmata: “Tobia non c’è!”
“Non c’è?”
“Era in camera sua a fare i compiti. Non ci sono nemmeno più le sue scarpe!”
Si guardarono, lei con le guance arrossate per la corsa, lui pallido, sbiancato dall’ angoscia.
Uscirono di casa, scordandosi di coprirsi.
Il freddo di dicembre li avvinghiò appena li ebbe fra le sue braccia.
Cominciarono a cercarlo dai vicini, nei negozi, nei bar. Fra le vie del paese agghindate con file di luci colorate e alberi di Natale, a recitare auguri con le scritte a intermittenza.
Infine, udirono dei belati giungere dalla campagna, e le voci di alcuni uomini che chiedevano aiuto. I due coniugi di precipitarono verso quei suoni, davanti ai loro occhi si presentò una scena tremenda: le pecore erano discese tutte insieme da una collina che era franata sotto al loro peso, fra rovi e alberelli. Le bestie che erano scese per prime, stavano distese a terra, schiacciate dalle altre. I pastori tentavano di allontanare il resto del gregge, per impedirgli di finire anch’essi soffocati.
Tobia corse loro incontro: “Mamma! Papà! Dobbiamo aiutarli!”
La madre lo afferrò per le spalle: “Io e te stiamo qui, è pericoloso”.
Il padre si gettò fra le ressa di animali spaventati, sbattendo le mani e urlando, per far allontanare le altre pecore.
Nonostante gli sforzi di tutte le persone accorse, e i pastori che provarono a rianimare le pecore praticando loro la respirazione bocca a bocca, per venti animali non ci fu nulla da fare.
Tobia, stretto fra i genitori, rimase lì a guardare gli agnellini che richiamavano le loro madri defunte, distese in mezzo all’erba con le zampe levate in aria.
La madre lo abbracciò stretto: “Vieni, torniamo a casa”.
“E adesso?”
Il padre si incamminò con loro, esausto, sporco. “Adesso ci penseranno i pastori. Ai piccoli rimasti orfani daranno loro il latte”.
Entrarono in casa e il padre sedette con Tobia sul primo gradino della scala. “Tesoro, perché sei scappato?”
“Litigavate”.
Il bambino volse verso di lui due occhioni pieni di lacrime: “Litigate sempre! Io non voglio che divorziate”.
La madre gli si inginocchiò accanto: “Tobia, papà e io ci vogliamo bene. Siamo un po’ nervosi, è vero, ma non abbiamo nessuna intenzione di lasciarci”.
“E di lasciare me?” pensò alle zampe di quelle povere bestie, coi piccoli zoccoli appuntiti a indicare un posto lontano del campo.
“Ma cosa dici?” Suo padre gli accarezzò i capelli. “Non pensarlo nemmeno”.
“Io e papà siamo un po’ come quei pastori che hai conosciuto oggi: per la nostra famiglia faremmo di tutto. Hai visto come hanno tentato di salvare il loro gregge? Noi faremmo lo stesso per te. Tu sei il nostro agnellino!” Sua madre lo baciò sulla fronte. “Il più bell’agnellino che abbia mai visto!”
Tobia rise fra le lacrime, tirando su col naso gli ultimi singhiozzi che ancora aveva in gola. “E tu e papà siete due pecore?”
“Bhè…io un bell’ariete, e mamma una pecora con tanta lana!”
Risero, abbracciandosi, ritrovandosi in quell’amara esperienza.
*********
Il giorno dopo degli uomini caricarono su di un camion le carcasse degli animali morti, per portarli all’inceneritore.
Il gregge, nonostante la tremenda sciagura, proseguì nel suo viaggio.
Tobia, divenuto adulto, non scordò mai quelle povere bestie morte schiacciate e l’impegno messo dai pastori per salvarle.
Divenne padre di famiglia e, un giorno, si ritrovò a raccontare questa storia ai suoi figli.
“… i miei genitori mi consolarono facendo questo esempio, da allora, ho sempre pensato alla famiglia come a un gregge: unita”.







 Ciao da Tony Kospan




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Francesco Paolo Michetti – Pastorella con il suo gregge




LA LEGGENDA DI CASTEL DEL PORCO – Quando l’intelligenza batte la forza   2 comments

 

 

 

 

L’intelligenza spesso può più delle armi… 

Questo è il senso

di questa carinissima leggenda dell’Alto Adige…

 

 

 

 

 

LA LEGGENDA DI… CASTEL DEL PORCO

 

 

Castel del Porco era un piccolo maniero ove regnava la felicità e gli abitanti trascorrevano serenamente lo scorrere del tempo.

Uno sventurato giorno però, Federico dalle Tasche Vuote, decise di conquistarlo, aiutato dai suoi temibili cavalieri.

Le battaglie che seguirono furono molto aspre e i valorosi soldati del castello, anche se in pochi, si difendevano con grande forza e coraggio.

Ma Federico era persona molto superba e non si dava per vinto, così ordinò ai suoi uomini di assediare il castello giorno e notte.

Con il passare dei giorni all’interno della fortezza i soldati diventavano sempre più deboli perché il cibo scarseggiava e la situazione appariva disperata.

 

 

 

 

 

L’unica cosa rimasta ancora da mangiare era un grosso porco, insufficiente per saziare tutti.

Quando ormai tutto sembrava perduto, il capitano ebbe un’idea geniale e ordinò: “Cominciate a ridere, ballare e festeggiare.

Arrostite il porco e gettatelo già dalle mura!”

Gli uomini rimasero sbalorditi chiedendosi se il loro comandante fosse uscito di senno, ma così fecero poiché riponevano grande fiducia in lui.

 

 

 

 

Quando Federico dalle Tasche Vuote udì i festeggiamenti e vide il porco gettato dalle mura,

pensò che i suoi avversari avessero viveri ancora in abbondanza e forza per affrontare mille battaglie;

così esclamò rosso dalla rabbia:

 

” Sono invincibili, torniamo a casa! “

 

 

 

 

dal web – impaginaz. t.k.

 

 

 
 
 
Castel del Porco esiste davvero… in Alto Adige
ed il vero nome è Castel Greifenstein
ma ormai è solo un rudere…




Foto:



 
 CIAO DA TONY KOSPAN
 
 
 
 
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Foto:
Castel Greifenstein


 

“Và dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro – Brevi ma belle e poetiche citazioni dal libro   2 comments

 


.

 

 
 
 
 
 
 
 
Gli strani percorsi della vita…
e l’invito ad andare là dove…
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
DAL LIBRO
 
 
VA’ DOVE TI PORTA IL CUORE
di Susanna Tamaro





 
 
 
I
 
Và dove ti porta il cuore.
 
La via che hai percorso non era dritta ma piena di bivi, ad ogni passo c’era una freccia che indicava una direzione diversa;
da lì si dipartiva un viottolo, da là una stradina erbosa che si perdeva nei boschi.
 
Qualcuna di queste deviazioni l’hai imboccata senza accorgertene, qualcun’altra non l’avevi neanche vista;
quelle che hai trascurato non sai dove ti avrebbero condotto, se in un posto migliore o peggiore;
non lo sai ma ugualmente provi rimpianto.
 
Potevi fare una cosa e non l’hai fatta, sei tornata indietro invece di andare avanti.
 
Il gioco dell’oca, te lo ricordi?
 
La vita procede pressappoco allo stesso modo.
 
 
 
 
  

 

II

 

Quando davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere,

non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta.

 

Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo,

senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora.

 

Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.

 

Quando poi ti parla, alzati e va dove lui ti porta.

.

.






III



Trovare scappatoie quando non si vuole guardare dentro se stessi è la cosa più facile al mondo.


Una colpa esterna esiste sempre, è necessario avere molto coraggio per accettare che la colpa
– o meglio la responsabilità – appartiene a noi soltanto.



IV



Chissà perché le verità elementari sono le più difficili da comprendere?

Se io avessi capito allora che la prima qualità dell’amore è la forza,
gli eventi probabilmente si sarebbero svolti in modo diverso.

Ma per essere forti bisogna amare se stessi; per amare se stessi bisogna conoscersi in profondità,
sapere tutto di sé, anche le cose più nascoste, le più difficili da accettare.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
2 PAROLE SUL LIBRO
 
 
 
E’ la storia forte, intensa ed umana narrata come una lunga lettera di un’anziana nonna alla nipote lontana.

Nella lettera c’è tanto amore ed una appassionata aperta confessione di tutti i segreti della sua vita con l’esortazione alla nipote ad andare… dove la porta il cuore.
 
Il libro considerato un testo molto poetico è stato un grande best seller e da esso è nato un film con la regia di Cristina Comencini.

 

 

 
 

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Cosa fare quando le cose vanno male? Ce lo dice dice questo bel raccontino   Leave a comment

 

 

 

 

 

LA STRATEGIA SERVE
SPLENDIDA STORIELLA

 

 

 

 

 

Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: “Sono cieco, aiutatemi per favore”.

Un pubblicitario che passeggiava lì vicino si fermò e notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello.

Si chinò e versò altre monete, poi, senza chiedere il permesso dell'uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un'altra frase.

Quello stesso pomeriggio il pubblicitario tornò dal non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote.

Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo: chiese se non fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto.

Il pubblicitario rispose “Niente che non fosse vero, ho solo riscritto il tuo in maniera diversa”, sorrise e andò via.

Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c'era scritto:

“Oggi è primavera… ed io non la posso vedere”.


 

 

 

 

Cambia la tua strategia quando le cose non vanno bene
e vedrai che quasi certamente le cose andranno meglio.
 
 

Ciao da Tony Kospan



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Raccontino dal web – Impaginaz. T.K.
 

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Tre brevi ma belle storie per riflettere sull’importanza dell’ascolto   Leave a comment

 



Siamo tutti consapevoli (o dovremmo esserlo)
dell’importanza di saper ascoltare…
ma nel contempo però, ahimè, 
sempre meno concediamo la nostra attenzione a chi parla.
 
 Ecco allora 3 brevi ma bei racconti che parlano
della necessità d'ascoltare e di essere ascoltati…


In questo campo infatti noi tutti possiamo esser
di volta in volta vittime o colpevoli

 
 
 
 

 

 

 


L’IMPORTANZA DELL’ASCOLTO
 
3 MINI STORIE PER RIFLETTERE



.
 

 

I



Camille Pissarro – Due contadine


 

 
Molti anni fa, in Cina, vivevano due amici.
Uno era molto bravo a suonare l’arpa.
L’altro era dotatissimo nella rara arte di saper ascoltare.
Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva:
“Vedo la montagna come se l’avessimo davanti”.
Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva:
“Sento scorrere l’acqua fra le pietre”.
Ma un brutto giorno, quello che ascoltava si ammalò e morì.
Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.
Esistiamo veramente se qualcuno ci ascolta.
Il dono più grande che possiamo fare ad una persona é di ascoltarla “veramente”.







II





 

 
Una ragazza molto sensibile parlò con un insegnante di un suo problema molto sentito.
L’insegnante le suggerì di parlarne con i genitori.
La ragazza ci provò, ma, anche di fronte alla sua angoscia e confusione, i suoi avevano minimizzato e avevano cambiato discorso, assicurandole che “stava esagerando”, che “avrebbe superato il problema”, ecc.
Rifiutarono la discussione come se, ignorandolo, il problema potesse risolversi da sé.
Quando la ragazza tentò il suicidio i genitori reagirono:
“Perché non ci hai detto che avevi dei problemi?” le chiesero.
“E voi, perché non avete ascoltato quando ve lo dicevo?”.

 

 




III




.

. 

Una bambina ha scritto:
“Alla sera, quando sono a letto, mi volto verso il muro e mi parlo,
perché io… mi ascolto“…
 

 









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Cosa ne pensate?
 
Ciao da Tony Kospan




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